La casa in affitto odorava di pizza appena sfornata, di quelle surgelate che Luke aveva insistito per comprare perché “costano meno e sanno di casa”. Il tavolo della sala era un caos di piatti di carta, lattine di birra e tovaglioli appallottolati. Le luci al neon della cucina gettavano un bagliore freddo sul legno scuro, ma il camino acceso nel salotto aggiungeva un tepore arancione che rendeva tutto più vivo. Eravamo in cinque: io, Luke, Chris, Noah e Marty. Lei era seduta alla mia sinistra, con il cappotto blu appoggiato sullo schienale della sedia, i lunghi capelli neri che le cadevano in onde morbide sulle spalle. Indossava un maglione grigio, semplice, che le scivolava appena su una spalla, e i suoi occhi scuri sembravano catturare la luce del fuoco, riflettendola come specchi liquidi. Sembrava a suo agio, come se fosse sempre stata lì, eppure c’era qualcosa in lei – un’ombra, un dettaglio che non riuscivo a afferrare – che mi faceva sentire come se il pavimento sotto di noi potesse cedere da un momento all’altro.
La cena era iniziata con un’esplosione, Marty sembrò divertita.
Luke, con la bocca piena di pizza, si voltò verso Marty. -E tu, scii? Tipo, sei una di quelle che sfrecciano come nei film?-
Marty sembrò divertita inclinando la testa. -Non proprio. Diciamo che sono una principiante. Qualcuno ha provato a insegnarmi di recente, però.- Lanciò un’occhiata verso di me, con un sorriso che nascondeva un segreto.
Risi, un po’ nervoso. -Ehi, non ero un cattivo maestro, dai..-
Luke scoppiò a ridere, versandosi un’altra birra. -Racconta, Eric. Com’è che vi siete conosciuti?-
-Al Frozen Moose- risposi, tenendo gli occhi sulla mia lattina. -Una sigaretta fuori, una chiacchierata. Niente di che.-
-Niente di che?- disse Chris, con un sopracciglio alzato. -E ora è qui a cena. Direi che è qualcosa di che.-
Marty sorrise, un sorriso piccolo ma tagliente, come se sapesse qualcosa che noi non sapevamo. -Ogden è piena di sorprese- disse, e la sua voce aveva quel tono calmo, quasi ipnotico, che mi aveva colpito dalla prima sera.
Noah, che fino a quel momento aveva mangiato in silenzio, posò la forchetta. -Tipo cosa? Racconta, dai.-
E Marty raccontò. Parlò di Ogden come se fosse un libro che aveva letto mille volte. Descrisse vecchi bar dimenticati, con insegne al neon sbiadite e sgabelli di pelle screpolata, che nessuno di noi aveva mai visto. Parlò di sentieri nascosti vicino al Causey Reservoir, dove l’acqua sembrava sussurrare segreti se ti fermavi ad ascoltare. Raccontò di nevicate storiche, di quelle che seppellivano le strade per giorni, con un dettaglio che sembrava quasi troppo vivido, come se fosse stata lì, sotto la neve, a contare ogni fiocco. Luke pendeva dalle sue labbra, con la birra a mezz’aria. Chris annuiva, rapito. Persino Noah, sempre distaccato, aveva smesso di mangiare e la fissava, con una ruga tra le sopracciglia. Io, invece, sentivo un nodo nello stomaco. Non era solo il modo in cui parlava, come se Ogden fosse parte di lei; era il modo in cui i suoi occhi sembravano vedere oltre il tavolo, oltre la stanza, oltre noi.
Poi la conversazione prese una piega diversa. Marty posò il bicchiere d’acqua e si sporse leggermente in avanti, con i capelli che le scivolarono sul viso.
-Sapete di Jake?- disse, gli occhi che sembravano riflettere il fuoco.
-Jake chi?- chiese Luke, con la birra a mezz’aria.
-Un tizio di Ogden- rispose Marty. -Una decina di anni fa. Un pluriomicida, ma nessuno lo avrebbe mai detto. Sempre in giro in moto, con quel sorriso da ragazzo della porta accanto. Ma aveva un’ombra dentro.- Fece una pausa, lasciando che il silenzio pesasse sul tavolo. -Una sera conobbe una ragazza in un bar, giovane, appena maggiorenne. Le offrì un passaggio, ma la portò nei boschi fuori città. La colpì, la strangolò. Non fu l’unica. Ma quella ragazza… era importante per qualcuno.-
-Chi?- chiese Chris, con la pizza dimenticata in mano.
-La sua fidanzata- continuò Marty. -Erano amiche strette. Un giorno, lei trovò il portafoglio della ragazza nello zaino di Jake, con i contanti ancora dentro. Capì tutto, ma non disse nulla, paralizzata dalla paura. Jake però lo intuì. La guardava sempre, come se potesse leggerle dentro. Una notte, la invitò a fare un giro vicino al lago ghiacciato, dove lei amava andare d’inverno. Parcheggiò vicino alla riva, e mentre parlavano, le colpì la tempia con una chiave inglese che teneva in macchina. Pensò fosse morta, il sangue le colava sul viso, immobile. La trascinò sul ghiaccio sottile, con delle grosse pietre addosso che facevano da contrappeso e ruppe il ghiaccio con un piede. La guardò sprofondare nell’acqua nera. Nessuno trovò mai il corpo. Dicono che il vento, d’inverno, porti il suono di qualcuno che graffia il ghiaccio, altri che nelle notti più fredde, si senta un lamento sotto il ghiaccio, come se cercasse di risalire..e alcuni sostengono invece che lei sia ancora in circolazione né viva né morta.-
Il silenzio si fece pesante. Mi sembrava di vedere l’acqua nera, di sentire i colpi sul ghiaccio. Luke si schiarì la gola, a disagio. Chris bevve un sorso di birra, come per scacciare l’immagine. Noah, invece, scoppiò a ridere, una risata secca che spezzò l’atmosfera come un coltello.
-Una cazzata da leggenda urbana- disse, scuotendo la testa. -Sembra un film dell’orrore di serie B.-
In quell’istante, un colpo secco ci fece sobbalzare. Veniva dal camino. Il quadro appeso sopra, una stampa sbiadita di un paesaggio di montagna, aveva il vetro crepato, una ragnatela di fenditure che si allargava dal centro. Guardai Marty. Non batté ciglio, ma il suo sorriso si allargò, appena un po’, come se sapesse qualcosa che non ci stava dicendo. -Vecchie case- mormorò, con un tono così calmo che mi fece rabbrividire.
Luke si alzò, avvicinandosi al quadro. -Che diavolo…?- disse, toccando il vetro. -Non c’era un minuto fa.-
-Forse è il freddo- disse Chris, ma la sua voce era incerta.
Noah scrollò le spalle. -O qualcuno ha tirato un sasso e non ce ne siamo accorti.-
-Un sasso dentro casa?- ribatté Luke, alzando un sopracciglio.
Marty prese un sorso d’acqua, come se niente fosse. -Succedono cose strane, a volte- disse, e i suoi occhi scuri trovarono i miei per un istante. Sentii un brivido, non di freddo, ma di qualcosa che non riuscivo a nominare.
La serata riprese, come se il momento fosse stato un’interruzione momentanea. Chris raccontò una barzelletta schifosa, e Luke rise così forte che quasi si strozzò con la birra. Noah tornò al suo silenzio, ma continuava a lanciare occhiate al quadro, come se si aspettasse di vederlo creparsi ancora. Marty parlò ancora, ma di cose più leggere: un festival di Ogden degli anni passati, un barista che serviva cocktail con nomi assurdi. Rideva, e il suono era così giovane, così vivo, che quasi dimenticai il vetro rotto. Quasi.
Quando fu ora di andare, mi offrii di accompagnarla fuori. La neve cadeva ancora, leggera, e il vialetto era una coperta bianca intatta. Marty si infilò il cappotto, e il suo profumo – legno bagnato, con una nota dolce – mi colpì di nuovo. -Grazie per la cena- disse, tirandosi su il cappuccio. -È stato… bello.-
-Torna presto- dissi, e lo intendevo davvero.
-Vedremo- rispose, con quel sorriso che sembrava sapere troppo, quindi mi si avvicinò e mi baciò per un lungo istante. Quando si staccò, si incamminò verso il buio, e io rimasi sulla soglia, guardandola sparire nella neve.6Please respect copyright.PENANAqFG739Fgty


