Mi svegliai con la testa immersa in un cuscino tiepido e le mani fredde. La luce che filtrava dalla finestra era quella ovattata dei giorni in cui nevica da ore, costante e silenziosa. Per un attimo restai immobile, cercando di ricordare se avevo sognato qualcosa.6Please respect copyright.PENANAvhWK8PeTll
Marty se n’era andata. Ricordavo vagamente di essermi svegliato nel cuore della notte ancora sul divano, appena, solo il tempo per sentire il rumore lieve della porta che si chiudeva. Forse erano state le tre, forse le quattro. E il suo profumo, che era rimasto per un po’, come una promessa a metà.
Mi sedetti sul letto e passai una mano tra i capelli, poi sulle braccia per scaldarmi. Indossai una felpa e mi avvicinai alla finestra. La neve cadeva fitta, dritta, come se qualcuno l’avesse versata da un sacco bianco enorme sopra Ogden. Tutto era silenzioso. Il vialetto, la strada, i rami: ogni cosa era sommersa, ferma, soffice.
Dal piano di sotto sentii il rumore di una tazza appoggiata su un tavolo, seguito da una voce impastata:
— Ragazzi, qualcuno mi prepari un caffè o oggi muoio.-
Era Chris.
Scesi le scale con i calzini e trovai i tre ammucchiati in salotto. Noah era avvolto in una coperta, con lo sguardo fisso al tablet come se stesse leggendo le pagine di un manoscritto antico. Luke stava preparando la moka. Chris era accasciato sul divano, i capelli sparati in tutte le direzioni.
— Dormiglione. — disse Luke, senza voltarsi.
— Già. — risposi, e mi sedetti accanto a Noah. — È ancora buio?-
— È la neve. — fece lui, senza distogliere lo sguardo. — Riflette tutto. Mi dà alla testa.-
— Programmi per oggi? — chiesi.
Chris fece una smorfia. — Sembra che fuori ci sia la fine del mondo.-
— Luke dice che smette nel pomeriggio. — aggiunse Noah. — Poi magari ci facciamo un giro. Ma oggi si sta in casa.-
Annuii. Mi andava bene così.
Il profumo del caffè riempì presto la stanza. Passammo la mattinata come in una domenica di dicembre: chiacchiere lente, risate sporadiche, giochi al cellulare, qualche battuta scema di Chris e Luke che raccontava per l’ennesima volta la storia di quando aveva scambiato un cervo per un cane in Colorado.
Ogni tanto pensavo a Marty. Nessuno chiese niente di lei, e io non dissi nulla. C’era qualcosa nel modo in cui se n’era andata che non riuscivo a definire. Non mi aveva lasciato il numero, né un contatto, ma aveva detto "ci vediamo". E io, inspiegabilmente, ci credevo.
Nel pomeriggio mi chiusi in camera, stanco di ascoltare Chris bestemmiare contro il Wi-Fi che andava a singhiozzo. Presi il mio ebook reader dal comodino e mi sdraiai sotto il piumone. Stavo leggendo un romanzo distopico di cui avevo dimenticato il titolo, qualcosa con deserti e rivoluzioni. Ma faticavo a concentrarmi. Le parole scivolavano via come fiocchi sul vetro.
Dopo una ventina di pagine, l’atmosfera nella stanza cambiò. Era come se la temperatura fosse calata all’improvviso, ma in modo impercettibile. Mi tirai su, poggiando il lettore sul petto.
Il respiro mi uscì leggermente visibile. In casa. Mi sollevai appena, e rabbrividii. Poi sentii qualcosa.
No, non un suono.
Una presenza, appena oltre la mia percezione. Un’ombra passò al margine del mio campo visivo, alla sinistra. Mi voltai di scatto, ma non c’era nulla. Solo l’armadio, chiuso. La porta della stanza, aperta. La scrivania con lo zaino sotto.
Mi sfregai gli occhi. — Stai dormendo, — mormorai.
Ma era stato così chiaro. La sensazione di qualcosa che si muoveva. Non una persona. Non un animale. Una sagoma semitrasparente, come un velo d'acqua fredda in movimento. Un’impronta nel vuoto.
Restai seduto immobile per lunghi secondi, il cuore che batteva in modo irregolare, come se stesse cercando di capire se fosse il caso di avere paura.
Poi bussarono alla porta.
— Eric? — Era Luke. — Stiamo facendo un tè. Vieni?-
Esitai. Poi mi alzai e mi infilai le pantofole. — Sì, arrivo.-
Scacciai la sensazione come si fa con un sogno scomodo. Magari lo era. Magari stavo solo immaginando tutto, condizionato dalla notte prima.
Quando entrai in cucina, Chris mi guardò e fece un fischio.
— Wow. Hai visto un fantasma?-
Mi bloccai. — Cosa?-
— Sei pallido. — disse, versandosi una tazza. — Dai, bevi qualcosa.-
— Ho solo… preso freddo.-
Noah mi porse il tè caldo. Lo presi tra le mani e cercai di sorridere. Luke si sedette accanto a me e mi diede una pacca sulla spalla.
— Ehi. Tutto bene?-
Annuii. Poi, senza pensarci troppo, chiesi:
— Voi… avete mai avuto la sensazione che ci fosse qualcuno nella stanza con voi? Ma che non c’era?-
Noah alzò un sopracciglio. — Tipo presenza?-
— Sì. Una specie di movimento al margine dell’occhio. Una sagoma.-
Chris rise. — Stai leggendo troppi horror.-
— Seriamente, però. — insistetti.
Luke si grattò la barba. — Mi è capitato, qualche anno fa. Ma ero sotto stress. La mente ci gioca brutti scherzi.-
— O è il Wi-Fi che ci cuoce il cervello. — disse Chris.
Noah scosse la testa. — È un fenomeno noto. Si chiama "illusione periferica". Il nostro cervello riempie i vuoti quando qualcosa si muove ai margini. Di solito è nulla.-
Bevvi un sorso di tè e guardai fuori. La neve continuava a scendere, ma più lentamente. I fiocchi erano grandi, quasi esagerati, come petali. Ogden sembrava sospesa nel tempo.
Quella sera mangiammo pasta precotta e ci raccontammo storie assurde della scuola. Chris parlò di una cotta per la prof di biologia. Noah rivelò che una volta aveva barato a un esame senza essere scoperto. Luke confessò di aver passato sei mesi convinto che la madre del suo compagno di banco fosse una spia.
Ridevamo, e ridevo anch’io, ma nella mia testa, sotto tutto, c’era ancora l’ombra. La sensazione che qualcosa avesse sfiorato il confine della mia realtà.
Quando andai a dormire, controllai la stanza due volte. Armadio. Finestra. Porta chiusa. Nulla.
Mi infilai sotto il piumone e spensi la luce.
Nel buio, pensai a Marty. Alla sua voce calma, al modo in cui guardava il ghiaccio.
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Mi girai sul fianco. E, per un lungo istante, mi sembrò di sentire di nuovo quel freddo improvviso sul collo. Ma non aprii gli occhi.6Please respect copyright.PENANAKlRMlZxL5w


