Il pomeriggio si era fatto pesante, l’aria densa di neve e nebbia che avvolgeva Ogden come un sudario. La casa in affitto era un caos di valigie mezze fatte, lattine di birra abbandonate sul tavolo e il camino spento che lasciava la stanza fredda, quasi ostile. Luke, Chris e Noah si muovevano con un’urgenza silenziosa, come se ogni minuto in più in quella città fosse un rischio. La foto che avevo mostrato loro quella mattina aveva spezzato ogni illusione di normalità. Le loro voci, di solito piene di battute e risate, erano ridotte a mormorii tesi. “Partiamo stasera,” aveva detto Luke, e Chris aveva annuito con un’espressione che non gli apparteneva, mentre Noah mi guardava come se sapesse che qualcosa dentro di me stava ancora combattendo.
Ma io non riuscivo a muovermi. Non riuscivo a infilare i vestiti nella valigia, a spegnere il pensiero di Marty. La foto diceva una cosa, il mio cuore un’altra. Non potevo andarmene senza risposte.
– Vado a fare un giro – dissi, infilandomi il cappotto. La mia voce suonava distante, come se appartenesse a qualcun altro.
Luke alzò lo sguardo dalla valigia, una maglietta appallottolata in mano. – Un giro? Eric, dobbiamo partire tra qualche ora. Dove cazzo vai?-
– Ho bisogno di schiarirmi le idee – risposi, evitando i suoi occhi. – Torno presto.-
Chris, seduto sul divano, alzò un sopracciglio. – Non fare cazzate, ok? Questa città è un manicomio. Il barista, la foto, tutto quanto. Non andare a cercare guai.-
Noah non disse nulla, ma il suo sguardo mi seguì mentre afferravo le chiavi e mi dirigevo verso la porta. Sapeva dove stavo andando, anche se non lo dissi. Lo sentivo, il peso dei suoi occhi sulla mia schiena, ma non mi voltai.
Fuori, la nebbia aveva inghiottito Ogden. Le strade erano deserte, le case ridotte a ombre indistinte, i lampioni che proiettavano cerchi di luce fioca che si perdevano nel bianco. La neve cadeva lenta, e il silenzio era così assoluto che potevo sentire il mio respiro, corto e visibile nell’aria gelida. Camminai verso il Pineview Reservoir, i piedi che affondavano nella neve fresca, il cuore che batteva forte, un misto di determinazione e paura. Dovevo trovarla. Dovevo sapere.
Il lago apparve come una lastra grigia, piatta, circondata da pini che sembravano sentinelle silenziose. La nebbia si avvolgeva intorno agli alberi, strisciando sulla superficie ghiacciata come un respiro vivo. Non c’era anima viva in giro, solo il vento che portava con sé un lamento lontano, quasi impercettibile, come un graffio sotto il ghiaccio. Mi fermai sulla riva, il cappotto stretto intorno al corpo, le mani infilate nelle tasche per scaldarle. Il freddo mi mordeva le guance, ma non era solo il freddo. Era la sensazione di essere osservato, di essere in un luogo che non apparteneva del tutto al mondo reale.
– Marty! – chiamai, la voce che si spezzava nel silenzio. Nessuna risposta, solo l’eco che rimbalzava tra gli alberi. – Marty, dove sei?-
Silenzio. La nebbia si muoveva lenta, come se stesse ascoltando.
Un fruscio alle mie spalle. Mi voltai di scatto, il cuore in gola. Era lì.
Marty era a pochi passi da me, i lunghi capelli neri che le ricadevano sulle spalle, punteggiati di fiocchi bianchi. I suoi occhi scuri brillavano nella nebbia e il suo sorriso era triste, rassegnato, come se sapesse già perché ero lì.
–Hai scoperto il mio segreto. – disse, la voce morbida ma carica di un peso che non avevo mai sentito prima.
Deglutii, il freddo che mi pizzicava la gola. – Sì – risposi, la voce rauca. – Chi sei veramente, Marty? O cosa sei?-
Lei fece due passi verso di me. Si fermò, lo sguardo perso verso il lago ghiacciato, e quando parlò, la sua voce era un sussurro che sembrava venire da un altro tempo.
– Trent’anni fa – iniziò, – non dieci, come ho detto a cena. Era il 12 marzo. Il mio compleanno. – Fece una pausa, un sorriso amaro sulle labbra. – Jake... quella notte mi portò qui, sul lago. Parlava piano, come se volesse rassicurarmi, ma i suoi occhi... c’era qualcosa di sbagliato. Mi colpì con una chiave inglese, qui.– si toccò la tempia, un gesto lento, come se sentisse ancora il dolore. – Pensava fossi morta. Il sangue mi colava sul viso, ma ero ancora viva, appena cosciente. Mi trascinò sul ghiaccio, legato a delle pietre, e lo ruppe con un calcio. L’acqua era gelida, Eric. Nera. Mi inghiottì, e l’ultima cosa che vidi fu la sua sagoma sopra il ghiaccio, che mi guardava sprofondare.-
Le sue parole mi colpirono come un pugno. Sentivo il freddo del lago sotto di me, come se fossi io a sprofondare. – Ma tu... sei qui – dissi, la voce incerta. – Come?-
Marty si voltò, i suoi occhi che mi fissavano, profondi e liquidi. – Non lo so nemmeno io…– disse, – Quando stavo annegando, piena di rabbia, tristezza, disperazione... non volevo morire.. poi mi sono risvegliata, ma non era la stessa cosa. Ero qui, ma non del tutto. A volte ho un corpo, come ora, caldo, vivo..a volte sono solo... un’ombra. Un’eco. Né viva né morta. Un limbo, Eric. Vivo tra la neve, il ghiaccio, le storie di Ogden. Sono parte di questo posto.-
Deglutii, il cuore che batteva forte. Per un istante, mentre si muoveva, la nebbia sembrò attraversarla, come se il suo corpo fosse un velo trasparente. Vidi il lago attraverso di lei, per un momento, e il mio stomaco si strinse. – Il barista – chiesi, la voce che tremava. – Cos’è successo? È stato... per causa tua?-
Marty abbassò lo sguardo, i capelli che le scivolavano sul viso, nascondendo i suoi occhi. – Ha svelato il mio segreto – disse piano. – Ha parlato di me, della foto, di Martha. Non avrebbe dovuto. – Fece una pausa, poi alzò gli occhi, e il suo tono era fermo, quasi freddo. – Ha pagato.-
Un brivido mi attraversò, ma non era paura. Non del tutto. C’era qualcosa in lei, nella sua voce, nel suo dolore, che mi faceva restare, che mi impediva di scappare. – E noi? – chiesi, quasi senza volerlo. – Cosa siamo stati, Marty? Io... io ti sento..-
Lei sorrise, un sorriso triste che mi spezzò il cuore. Si avvicinò, i suoi passi silenziosi, e le sue dita mi sfiorarono il viso, fredde ma vive. – Sei umano quanto me, Eric – disse, la voce morbida. – Abbiamo passato momenti bellissimi. Tu mi hai fatto sentire... viva..-
Il suo tocco era reale, caldo, e per un istante dimenticai tutto: la foto, il barista, il lago ghiacciato. Ma poi parlò di nuovo, e le sue parole mi gelarono.
– Potremmo stare insieme per sempre – disse, gli occhi che brillavano, non di luce, ma di qualcosa di più profondo, di disperato. – È quello che voglio più di ogni altra cosa.-
La guardai, il cuore che batteva forte. – In che senso? – chiesi, anche se una parte di me lo sapeva già.
Lei sorrise, un sorriso leggero, quasi timido, e si sporse verso di me. Le sue labbra trovarono le mie, calde, morbide. Ricambiai, incapace di resistere, le mie mani che trovavano i suoi fianchi, i suoi capelli neri che mi sfioravano il viso. Ma poi, come l’ultima volta, quella sensazione tornò, più forte. Un’onda fredda, non di paura, ma di qualcosa di alieno, che mi attraversava il petto, la mente, tutto. Vidi me stesso dall’alto, il mio corpo fermo sulla neve, le sue labbra aperte, sigillate alle mie.
Con uno sforzo improvviso, mi staccai da lei, barcollando indietro. – No – dissi, la voce rotta, il respiro corto. – Non intendo diventare come te.-
Marty mi guardò, immobile, i suoi occhi scuri che non riflettevano più nulla. Non disse nulla, ma il suo silenzio era più pesante delle parole. La nebbia si muoveva intorno a lei, e per un istante sembrò passare attraverso il suo corpo5Please respect copyright.PENANAL72mRcGf7i
– Mi dispiace – dissi, il cuore che si spezzava. – Addio, Marty.-
Non rispose. Si limitò a guardarmi, un ultimo sorriso triste sulle labbra, poi si voltò e si incamminò verso il lago. La nebbia la inghiottì, e in pochi secondi era sparita, come fosse parte di essa. Il lago era silenzioso, la neve cadeva lenta, e io ero solo.
Tornai alla casa in affitto, il freddo che mi mordeva le ossa, il peso delle sue parole che mi schiacciava. Non dissi nulla a Luke, Chris o Noah.5Please respect copyright.PENANA37esqVBLT7


