La neve cadeva senza sosta, un velo bianco che soffocava Ogden e trasformava la Historic 25th Street in un labirinto di ombre. Il motore della macchina di Noah ronzava piano, i tergicristalli che faticavano contro i fiocchi. Parcheggiammo davanti al Frozen Moose, l’insegna al neon spenta, il nastro giallo della polizia che sbatteva contro la porta come un avvertimento. Il bar era un edificio basso di mattoni, le finestre appannate dal gelo, e la neve copriva il parcheggio, intatta, come se nessuno fosse passato da giorni. Il Pineview Reservoir, laggiù, era una lastra scura appena visibile oltre le luci dei lampioni, un’ombra che sembrava guardarci.
– Sei sicuro di voler entrare? – chiese Noah, spegnendo il motore. La sua voce era bassa, il tamburellare delle dita sul volante che tradiva il suo disagio.5Please respect copyright.PENANA3q4WWWaFp4
– Devo vedere quella foto – dissi, il cappuccio del cappotto tirato su, il freddo che mi pizzicava il viso. Il ricordo di Marty – i suoi capelli neri sotto la neve, il bacio che mi aveva lasciato una strana sensazione – si mescolava al racconto di Noah: una ragazza chiamata Martha, identica a lei, in una foto degli anni ’90. Non potevo più ignorarlo.
Scendemmo, i nostri stivali che scricchiolavano nella neve. Il nastro della polizia era teso tra due pali, ma un angolo si era allentato, sbattendo nel vento. Noah lo sollevò, e ci infilammo sotto, il cuore che mi batteva forte. La porta del Frozen Moose era socchiusa, il lucchetto rotto, forse dai vandali o dalla polizia stessa. La spinsi, e il legno scricchiolò, lasciando entrare una folata di aria gelida. Dentro, il bar era buio, l’odore di birra stantia e legno umido che si mescolava al freddo. Accendemmo le torce dei cellulari, i fasci di luce che tagliavano l’oscurità.
Il bancone era come lo ricordavo: bottiglie allineate, sgabelli capovolti, un jukebox spento nell’angolo. Ma la parete di cemento dietro il bancone, dove il barista era stato trovato “fuso”, era diversa. Un buco irregolare, largo un metro, profondo forse mezzo, si apriva nel muro, i bordi frastagliati come se fosse stato scavato. Il corpo non c’era più, rimosso dalla polizia, ma il buco sembrava vivo, una ferita aperta che ci fissava. La luce della torcia illuminava granelli di polvere di cemento che fluttuavano nell’aria, e il freddo mi entrava nelle ossa.
– L’hanno portato via – disse Noah, il fascio della sua torcia che esplorava il buco. – Devono aver tagliato il muro intero. Guarda i bordi, sono netti.5Please respect copyright.PENANAriVw8PTasG
– Come cazzo è finito lì dentro? – sussurrai, più a me stesso che a lui. Il video mi tornava in mente: il viso del barista, congelato in un urlo, le dita contorte che sporgevano dal cemento. Non c’era sangue, ma l’immagine era brutale, sbagliata.5Please respect copyright.PENANANZLl8akWHA
– Non lo so – disse Noah, avvicinandosi al buco. – Ma non è normale. Nessuno finisce così per caso.-
Ci muovemmo nel locale, le torce che scandagliavano ogni angolo. Il pavimento scricchiolava, le sedie erano sparse come se qualcuno avesse lasciato il bar in fretta. Controllai dietro il bancone, tra le bottiglie e i bicchieri impolverati, cercando qualcosa, qualsiasi cosa, che desse senso a tutto. Noah si diresse verso una parete laterale, dove vecchie foto incorniciate pendevano storte, coperte di polvere. – Qui – disse, la voce tesa. – È qui che me l’ha mostrata.-5Please respect copyright.PENANA99zyh52HR9
Mi avvicinai, il cuore che accelerava. La torcia di Noah illuminava una foto sbiadita, incorniciata in legno. Era una foto di gruppo, una decina di persone che sorridevano davanti al bancone, con palloncini e un’insegna che diceva “Frozen Moose Grand Opening – 1992”. La luce della torcia tremava leggermente, e Noah indicò una figura sul lato destro. – Eccola – disse, il tono piatto ma pesante.
Guardai. Era lei. Capelli neri, lunghi, che le ricadevano sulle spalle, la stessa posa, leggermente inclinata. Martha. Era Marty. O meglio, Martha. Non c’era dubbio.5Please respect copyright.PENANAmJQcjtHnAX
– È lei – dissi, la voce che si spezzava. – È Marty.-
Noah mi guardò, la ruga tra le sue sopracciglia più profonda che mai. – Te l’ho detto – disse. – Non ho mentito. È identica.-
– Ma come è possibile? – chiesi, la torcia che tremava nella mia mano. – È una foto di trent’anni fa. Marty… lei è giovane, Noah. Non può essere la stessa persona.-
Noah scrollò le spalle, ma i suoi occhi erano fissi sulla foto. – Non lo so, Eric. Ma il barista era sicuro. Ha detto che si chiamava Martha, che era una cliente abituale. E poi è morto, il giorno dopo avermelo detto.-5Please respect copyright.PENANAh8wummKRpe
Il freddo del locale mi stringeva il petto, ma non era solo il freddo. Era il peso di quella foto, di quel viso che conoscevo troppo bene. Pensai al bacio sotto la neve, alla strana sensazione che mi aveva attraversato, come se qualcosa dentro di me stesse cambiando. Pensai alla crepa nel quadro, al modo in cui Marty svaniva nella neve, al suo parlare di Ogden come se fosse parte di lei. – Non ha senso – dissi, ma le parole suonavano vuote.
Toccai la foto, il vetro polveroso sotto le dita. Con un gesto rapido, la staccai dal muro, il telaio che scricchiolava. – La tengo – dissi, infilandola sotto il cappotto. Non sapevo perché, ma non potevo lasciarla lì. Era come se quella foto fosse l’unico modo per capire, per aggrapparmi a Marty, o a Martha, o a chiunque fosse.5Please respect copyright.PENANAeZyGUFulAX
Noah mi guardò, ma non disse nulla. – Andiamo – disse infine, spegnendo la torcia. – Questo posto mi dà i brividi.5Please respect copyright.PENANA5vcfaMb439
Uscimmo, il nastro della polizia che sbatteva nel vento. La neve cadeva più fitta, coprendo le nostre tracce, e il Frozen Moose sembrava svanire dietro di noi, come Marty dopo il bacio. Salii in macchina, la foto che pesava sotto il cappotto, il viso di lei – o di Martha – che mi fissava nella mente. Noah avviò il motore, il silenzio tra noi più pesante della neve.5Please respect copyright.PENANAmaQUFhZKQY


