Era Lunedì, e il lunedì si lavorava come ogni giorno al pub di James, puntuali come sempre alle diciotto. Ma dopo l’ultimo incontro/scontro con Adrian, dovevo pur far qualcosa per la mia rabbia latente. Non mi bastava più andare a correre ogni mattina. Dovevo tornare in palestra. Dovevo per forza trovare un modo alternativo per non esplodere. L’ultima volta avevo perso il lavoro. Questa non potevo permettermi di andare via. Con James mi trovavo bene, e anche con lo staff mi sentivo a mio agio. A parte con il suo prepotente socio. Proprio quell’Adrian doveva essergli socio. Che poi, da quando James aveva un socio?
Rientrai a casa con la testa ancora piena di pensieri inutili, mancavano ancora molte ore alle diciotto, così, decisi di lavarmi in fretta e uscire ancora, stavolta alla ricerca di una palestra: un luogo decente dove si praticavano anche le arti marziali.
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Erano da poco le passate le dieci, non avevo neppure più fatto colazione, perciò, entrai in un internet cafè dallo stile molto British, e mentre sbirciavo online qualche indirizzo utile e le recensioni annesse, ne approfittai per prendere un altro caffè macchiato e un croissant integrale al miele d’arancio. A casa non avevo l’Adsl, non mi serviva ed era anche meglio non la usassi. A malapena avevo uno smartphone che raramente adoperavo, figuriamoci.
Un nome tra tutti svettò sovrano e maestoso; la “Manhattan Fitness e Martial Arts”; una palestra coi fiocchi, pareva. E di recensioni positive ce ne erano pure tante. Perfetto.
Mi alzai dal tavolino abbandonando la mia ultima tazza di caffè ormai freddatasi; e pagato il conto mi fiondai alla porta. Quello non era certo il “River Coffe” dove mi aveva condotto quello stronzo quella stessa mattina – ancora digrignavo i denti ripensandoci, che poi, per poco non ero pure finita sotto a un’auto; ah la mia testa –, nondimeno il suo caffè ben vi rivaleggiava, approvò il mio palato.
Subito digitai il numero che mi ero segnata e presi appuntamento per quello stesso pomeriggio.
Ero felice di poter tornare finalmente nel mio ambiente naturale. Certo, avevo fatto di tutto per stare alla larga dalle palestre, un ambiente in cui ero “nata” ma che mi aveva regalato anche troppi dolori oltre alle piccole gioie. Mi era costato assai allontanarmene, e malgrado ciò, ora mi sentivo abbastanza matura da riuscire a vedere le cose nella giusta prospettiva.
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Alle quattro del pomeriggio presi un taxi e mi recai sull’Upper West Side, in una zona diametralmente opposta alla mia. Ciò nonostante, ero sin troppo entusiasta per preoccuparmene.
Raggiunta la palestra mi recai decisa alla reception. C’era una tipa molto carina, dai lunghi capelli castani e lisci che le ricadevano sulle spalle e molti, vicino al volto, che in quel momento teneva abbassato sul Pc di fronte a lei.
«Prego?» mi osservò a malapena alzando il mento.
«Buongiorno. Sono miss Hutton, stamane avevo parlato con un certo Serge,»
«Sì. Serge. Ovvio. Mi dica» si spazientì. Non era forse il suo mestiere accogliere i clienti?
«Serge doveva mostrarmi la palestra» fui indifferente.
«Ahah. Certo» non tolse gli occhi dallo schermo e premette un pulsante parlando a un auricolare. «Sta arrivando» mi fece la cortesia di guardarmi solo un secondo.
«Aspetto qui» fui cordiale nonostante tutto.
“Se puoi affrontarlo perché ti scaldi tanto? E Se non puoi affrontarlo, perché allora gli dai peso?”
Ecco, questo era il motto del maestro V. Solo una delle tante sue lezioni di vita in realtà.
Mi voltai altrove e attesi calma. Ero andata lì per sfogare una certa rabbia latente, non volli mica farla aumentare.
«Buongiorno miss Hutton, io sono Serge» un tizio alto due o tre centimetri più di me mi venne incontro porgendomi la mano.
«Buongiorno» gliela strinsi con vigore malcelato. Ovviamente i suoi muscoli non potevano certo mettermi in difficoltà.
«Prego Allison, mi segua» i blu calzoni della tua si scostarono per farmi strada. Era bello, niente da ridire, ma sin troppo pieno di testosterone sintetico. «Di qui, le faccio vedere le attrezzature per prime.» Mi accompagnò in un ampio giro delle sale. Vi era addirittura una piscina, constatai.
«Sembra molto silenziosa. Non si preoccupi, l’ambiente qui è molto accogliente, non deve sentirsi a disagio.»
Ma non mi dica. Inarcai a malapena un sopracciglio.
«Ecco, di qua ci sono i tappetini per le consuete attività di Yoga, pilates,»
«E le arti marziali» aggiunsi frettolosa.
«Certo. Le arti marziali. Pare che ultimamente vadano molto di moda tra voi ragazze dell’alta società,» dici a me? «Quest’anno ci sono state più iscritte al corso di difesa personale che non a Yoga.»
Feci molta fatica a non contestarlo.
«Se lo dice lei» minimizzai. Io non ne avevo idea di sicuro.
«Se vuole seguirmi alla reception ora,»
«Solo un attimo» ero rimasta con la testa rivolta a un gruppo che praticava una strana arte. «Quelli cosa fanno?»
«Arti marziali, no?»
Lo osservai dura. «Che genere, di arti marziali, di preciso?»
«Di arti marziali ce ne sono parecchie. Quella è solo l’ultima moda. Si chiama Krav maga.» Quante arie. Ma almeno aveva risposto. «PETE» urlò il nome di un tizio che stava tra alcuni maschi alfa che parevano darsela di santa ragione seppur con grande maestria. Doveva essere l’istruttore.
«Pete, lei è Allison, spiegale tu per favore. Pare sia l’unica al mondo a non conoscere ancora l’arte israeliana della difesa.» Sgranai gli occhi incredula.
«Buongiorno. Sono Pete Johnson.»
«Ciao, mi chiamo Allison Hutton» ci stringemmo la mano.
«Lascia perdere Serge, non ha fiuto per le donne guerriere» gli brillarono gli occhi color cioccolato. Era un energumeno di una nuance grintosa e assai colorata, molto ben assortito nei muscoli e anche nella simpatia.
«Sul serio?» piegai la testa di lato in un gesto automatico.
Solitamente flirtavo con naturalezza con i miei compagni di combattimento, era semplice capirci, e semplice usare le loro maniere poco avvezze ai complimenti.
Lui rise e risi insieme a lui «Che ne dici di una lezione di prova? Sono libero per la prossima mezz’ora in pratica.»
«Ci sto!» ero in fibrillazione. Il mio lato selvaggio aveva fiutato la sfida, la possibilità di entrare in quel tappetino in un: “Uno contro uno”. Certo non era un vero incontro, ma…
«Solo un attimo Pete,» strinsi di più i miei lunghi capelli in una coda più corta, tolsi via la felpa ginnica, e una volta rimasta con solo il mio top fucsia aderentissimo alla pelle del corpo, ahimè Pete si accorse degli addominali pronti a batterlo.
«Sapevo io, che sotto quell’aria sbarazzina c’era una tipa tosta. Ottimo, preparati, ti insegnerò qualche mossa. Sei sicura di non aver mai praticato il Krav Maga?»
«Mai. Scurissima» strinsi gli occhi pronta a eseguire le sue direttive.
La danza iniziò molto lentamente. Lui mi mostrò alcune prese, altre mosse per controbattere, alcune difese, ed io stetti al gioco, almeno all’inizio. Conoscevo le MMA. Conoscevo il Taekwondo, l’Hapkido e alcune altre arti marziali oltre al Grappling, mi bastò poco per adattarmi al suo stile.
Lui era allenato, era pratico di quell’arte, dovevo concederglielo. Era nel suo habitat e lasciai che si muovesse con sicurezza.
Mi fece cadere quasi cinque volte, sempre con delicatezza per mostrarmi la tecnica. Solo che poi, il mio istinto mi tradì. All’ennesima presa, quando fece per farmi ancora rotolare giù dolcemente, inavvertitamente bloccai saldamente a terra un piede e una mano, scaraventandolo lui sul tappetino. Cavoli.
«Wow. E questa quando l’hai imparata?»
«Ehm, ti ho fatto male?» esitai andandogli a offrire una mano per tirarsi su. «Scusami. Mi spiace.» Lui la afferrò e si rialzò come un vero atleta.
«Assolutamente no. Però confessa, tu sei una professionista. Nasconderti dietro quell’aria semplice non mi impedisce di vedere alcuni tuoi atteggiamenti da campionessa consumata.»
Ah beh. «Io non ho detto di non conoscere le arti marziali in generale. Il tuo amico Serge può confermartelo. Nondimeno, non conosco molto il Krav Maga, anzi, solo di fama forse.»
Rise forte. Di gusto. L’aveva presa bene tutto sommato. «Certo» rise ancora. «È Serge che ti ha scambiata per una delle mie solite allieve – senza nulla togliere loro – che vengono qui per imparare un’arte per la propria difesa personale. Tu in questo, sei già un gradino avanti. Direi che potresti tranquillamente battere il sottoscritto, se solo te lo lasciassi fare» risero i suoi occhioni da orso bruno. Era molto alto e robusto, non per questo non lo avrei battuto 3 a 0 comunque.
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Mi sentii osservata e capii che era ora di andare: alcuni atleti lì vicino parevano essere rimasti a guardare tutto il tempo, ahimè.
«Mi auguro che vorrai iscriverti a qualcuno dei nostri corsi. Ma onestamente, credo che saresti più utile come assistente dell’istruttore. Che ne dici, ti andrebbe di lavorare con me?»
«Ah, ecco,» restai di sasso. Ma prima che potessi realmente pensarci, mi accorsi violentemente di essere scrutata. Ancora.
Persi rapidamente interesse. «Mi spiace Pete,» trassi un bel respiro. Quantunque avessi appena sfogato alcune energie residue, avevo nuovamente voglia di prendere a calci qualcuno. «Sono molto lusingata dalla tua proposta. Purtroppo però, ho già un lavoro, e in effetti, adesso devo proprio scappare. Grazie della lezione» avanzai una mano.
«Grazie a te Allison. Quando vuoi… mi trovi qui» fu galantemente smaliziato.
Ci salutammo ed io recuperai in fretta felpa e borsa per indossarle e andarmene. Ormai avevo perso qualsiasi interesse a tornare in quel posto.
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Mi affrettai verso l’uscita di cui a malapena ricordavo i passi fatti con Serge. C’era un unico corridoio però, che conduceva da qualche parte, e quello presi.
Avanzando a passo piuttosto rapido tenni alta la testa e non mi curai di guardare chi mi passava vicino. Purtroppo, qualcosa mi trattenne per un braccio pochi istanti dopo, qualcuno lo aveva afferrato bruscamente stringendo all’inverosimile; costringendomi a deviare e spingendomi a forza verso la zona degli spogliatoi, feci appena in tempo a capire.
«Dunque è così che mi stai lontano?» mi sbatté contro la parete dietro, manco fossi stato un sacco di patate. «Allora Allison?» Sussultai sotto il ferreo giudizio di quelle accuse. Le ennesime.
Perché mai quest’uomo riesce così a destabilizzarmi?
«Non sapevo frequentassi una palestra» mi bloccai subito. Mi era chiaro quanto fosse inutile tutto ciò. «Sì, certo, come vuoi. Lasciami andare» ero stanca di lui. Eppure non si levò.
«Adrian. Sono in ritardo per il lavoro» provai a sganciarmi ma fu inutile. La sua determinazione e il suo sguardo che sputava stalattiti di gelido fuoco rabbioso mi dissero quanto difficile sarebbe stato allontanarlo. «Lasciami ora, O’Connor!»
«Tu non capisci quando è ora di fermarsi, vero?» ringhiò come un cane alla corda. «Vuoi forse che mi decida a sbatterti fuori dalla mia vita con forza?» spinse un colpetto di più.
«Io non faccio parte della tua vita» asserii con decisione. «Io non voglio assolutamente far parte della tua vita.» Ci studiammo come due gladiatori nella gabbia dei leoni. «Sei solo un manipolatore compulsivo e un maniaco del controllo» scossi la testa accaldata e ansimai. «Lasciami andare» ruggii con tono roco. «Non sono il tipo che sa mantenere a lungo la calma.» Scalpitavo pur di non colpirlo. Non seppi neppure perché mi trattenessi.
«Nemmeno io» abbassò anche lui i toni ma non i modi.
Deglutii ansimando ancora. «Vuoi, vuoi forse arrivare allo scontro O’Connor?» persi fiato, ero al limite, al limite di una lotta che in primis era contro me stessa. «Vuoi forse che» persi voce, e subito la mia bocca si serrò invasa dalla sua. Cazzo. Come poteva?
Umide labbra mi assaporarono con vorace impazienza e lenti attimi di oblio. La sua lingua andò in cerca della mia spingendo a fondo, sfiorando neuroni sconosciuti e languide carezze dell’animo mai provate. Aveva così invaso i miei sensi che ogni singola cellula del raziocinio si era spenta.
Ero basita, senza fiato, tremante di rabbia e di, qualcosa di molto più sconvolgente dentro di me. E lo era anche lui.
Quando si staccò da me, scostandosi a malapena di alcuni centimetri, ancora i nostri fiati si toccavano, ancora suonavano insieme, si rincorrevano, le nostre bocche si sentivano, i nostri respiri avanzavano sui nostri volti. Respiravo. Tornavo poco a poco. E lui si spostò a guardarmi.
«Cosa significa questo?» attonita esplosi piena di rammarico.
Ma i suoi occhi restarono muti ai miei.
Mi sfiorò il volto con il dorso di una mano e sentii calore, un calore profondo, energico. Le sue iridi rincorsero le mie, scesero sulla bocca e poi di nuovo su. «Adrian,» avevo partecipato a una strana corsa.
Sarebbe potuto arrivare qualcuno da un momento all’altro eppure lui non pareva avesse alcuna fretta. Semmai, si limitò a grugnire e a spostarsi ancora, finalmente mettendo una certa distanza tra di noi. Lo vidi ricomporsi, come rilegando tutta la sua furia in un angolo recondito della sua mente.
Non volli attendere oltre.
«Non sono il tuo giocattolo Adrian. Sta molto attento a quello che fai con me. Se sei combattuto tra il volermi scopare e il volermi a tutti costi allontanare, allora sappi: che io non ti permetterò in ogni caso di controllarmi.» Andai via delusa. Trovando, chissà come, la strada giusta. Ero triste e amareggiata. Provai un dolore così strano per me, che neppure sapevo esistesse un tale male.
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