Il mattino dopo quell’assurda domenica mi alzai alla buon’ora, dovevo pur sfogare tutte le tossine accumulate. Decisi con ciò di andare a correre molto presto, erano solo le sei e trenta del mattino. Cominciai con l’abituale camminata per sgranchirmi le gambe, poi mi portai più avanti della solita meta prevista e infine optai per andare a correre sino a Central Park. Era un po’ distante da casa mia, ma era il miglior modo per sfogare per bene rabbia e certi cocci di pura irascibilità rimasti.
Feci un lungo tragitto senza rendermene neppure conto. Raggiungi quasi metà del parco. Non ci andavo spesso in quello, ma era un posto amabile, era immerso nel verde, i suoni della natura ricoprivano il ronzio sommesso e costante di ogni altra cosa fuori di lì, e ci si poteva sentire quasi altrove, lontano dalla cittadina congestionata di Manhattan.
Ah come rimpiango il Nevada certe volte.
Eppure, quella ormai era una parte del mio passato a cui non sarei mai più voluta tornare. E avevo i miei più che buoni motivi.
Nonostante i tanti chilometri già fatti mi sentivo ancora in fibrillazione. Quel fottuto imprenditore irlandese era difficile da digerire proprio come il suo cavolo di Whiskey Sigle Malt.
Avrei tanto voluto picchiarlo. «Ahhh.» digrignai a voce alta. Meglio trovare un altro modo per scaricare certe difficili emozioni.
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Mi sistemai verso un angolo appartato della zona più a nord-est e mi dedicai a un allenamento uno a uno senza compagno. Non era divertente come colpire un vero bersaglio, ma almeno i calci al volo e i pugni in aria indirizzavano le mie energie su un posto diverso che non fosse la mia stessa testa.
Erano le sette del mattino e poca gente passava di lì. Tuttavia, sapevo di dover stare attenta a non dare troppo nell’occhio. Quelli che mi cercavano avrebbero avuto vita facile vedendomi in quella veste. «Cavoli» mi rimproverai di pensarci.
Diedi un calcio al volo roteando su me stessa. Avrei voluto colpire duro, e quasi che non lo feci seriamente «che ci fai tu qui?» fui bloccata dalle abili mani di un tizio in tuta proprio come me, e pur tuttavia, certamente meno calmo di quanto non voleva dar a vedere, notai dal suo cipiglio sghembo sul volto.
«Dovresti stare attenta a come ti muovi.»
«Ma davvero?» Mollò la presa sul mio piede.
«Perciò tu sei una vera atleta come pensavo.»
«Ancora con questa storia Adrian? Vuoi ancora subissarmi con le tue domande e le tue illazioni del cavolo?» stava per tornare inevitabilmente la rabbia.
«Ovviamente no. Ti offro un caffè, ti va?» Che?
«Cosa ti fa pensare che io,» posò una mano alla base della mia schiena «Come ti permetti?» lo scrutai obliquamente malevola.
«Sono un vero gentleman inglese io. Lascia che ti conduca.»
Lo odiai. Spinse affinché ci incamminassimo e lo accontentai, ma feci molta fatica a non torcergli la mano che mi stava invitando a svoltare a sinistra e poi dritto.
«Gradirei tenessi maggiore distanza» il mio viso doveva essere una maschera di dissenso ormai.
I suoi occhi si strinsero lievemente, ma non accennò a voler mollare il controllo, lo stronzo.
«Il locale è di qua. Attraversiamo.» Sgranai gli occhi intanto che lui premeva ancora più sulla mia schiena. Un gentleman proprio spocchioso lui.
Seguii il suo invito pur contravvenendo alla mia indole. Era esasperante.
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«Prego,» tenne aperta la grande anta in vetro d’ingresso una volta raggiunta la sua idea di caffetteria. Era un locale due piani sotto un edificio di almeno venti, con grandi vetrate a tutta altezza e design moderni oltre che minimal.
Lasciò che entrassi io per prima intanto che una giovane coppia di amici in uscita se la rideva soddisfatta. Di sicuro il servizio non peccava di modestia.
«Non fissarli tutti male.» Cosa? Mi ritrovai poco dopo con la sua mano appiccicata alla mia, nel tempo in cui si faceva largo tra la folla di avventori, tutti intenti a bere e mangiare qualcosa in piedi o nei tavoli sparsi.
Riuscii a vedere solo vari volti e flash sparati nella mia mente, di quelle persone. Ma di certo non mi sfuggirono i tetti altissimi, l’ambiente tres chic, e il fatto che persino le scale che stavamo salendo a ridosso del lato più a est, fossero di legno di rovere e corrimano in acciaio come tutto il resto.
A parte il nero, qui, non una punta di colore svettava sovrana.
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«Cameriera, ci porti il menù» si accostò a uno dei tavoli con la vista migliore, uno dei pochi liberi.
«Arrivo subito» fu più che cordiale la ragazza affrettandosi a spolverare il tavolo già più che pulito e sorridendo professionalmente. Al Pub di James avrebbero dovuto prendere lezioni dalla trentenne di fronte a noi supposi, almeno per quanto riguardava il sorridere sempre, ma al Golden i clienti erano comunque sin troppo cafoni. Scossi mentalmente la testa.
Notai in quel momento Adrian spostare una sedia per me. Mi sedetti con calma mentre lui si accomodava di fronte, quasi fosse il padrone di tutto anche lì.
«Dunque cosa vuoi veramente chiedermi?» lo osservai cauta ma perfettamente dritta nelle mie consapevolezze.
I suoi occhi mi raggiunsero quasi cupi, nonostante i raggi di un sole vispo e caldo entrassero spediti dalle vetrate a tutta altezza. «Quest’aria così affettata… penso tu la usi solo con le tue donne. Perciò,» poggiai il mento sulla mano destra, il cui gomito avevo posato sul tavolino. «Dici di essere il mio capo, quantunque non vedo come questo possa darti certi diritti,» insistei mentre lui non la finiva di studiarmi.
Si era appena rilassato ma non mancò di tornare dritto «Ho molti diritti in quanto datore di lavoro,» furono odiosi quei suoi siberiani cristalli incastonati in un volto assai squadrato dalla rada barbetta.
«Adrian O’Connor, qual buon vento» una femminile e audace melodia ci giunse da ovest. «Allora anche tu ogni tanto ti lasci andare» la scrutai mentre finalmente conoscevo anche il cognome del mio interlocutore nonché, “datore di lavoro”, come si era definito lui, che aggettivo antiquato.
«Fannie. Quale piacere» si alzò elegantemente lui, pur restandosene sulla sua landa gelida e desolata, e la salutò con due baci – quelli di lei.
«Una tua amica?» la rossa mi scrutò. Era poco meno alta di me e di certo più minuta, nondimeno era sicuramente una leonessa, a modo suo.
«Lei è Allison Hutton, una dipendente del pub di James.» Non persi tempo ad alzarmi ovviamente.
«Ah, si tratta di lavoro quindi» restò col volto girato verso di lui e gli occhi a scrutare me. «Bene. Scusa caro, devo lasciarti, ho delle commissioni da fare, capirai» usò la sua miglior maschera da ballerina Etoile di un immaginario teatro per sole dive.
«Ma certo Fannie.»
«Au revoir, mon petit» lo strinse così forte che, persino mentre osservavo fuori potei accorgermene.
«Ti annoi?» fu subito più austero tornando seduto contro di me. Lo guardai.
«No no. Come tua dipendente non volevo impicciarmi dei fatti tuoi.»
«Certo.»
«O’C0nnor, non prendiamoci in giro.»
«Prego, i vostri menu, scusate il ritardo. La mia collega,»
«Ci porti due caffè, un muffin ai mirtilli e,» mi puntò. La povera cameriera di soli vent’anni, una nuova – indossava una divisa come tutti, nondimeno, aveva sneakers fucsia ai piedi, gonna coloratissima sotto il grembiule nero, e degli orecchini super trendy – neppure si era potuta scusare.
«Mi basta un caffè macchiato, grazie» fui con lei cordiale.
Gli occhi di Adrian tornarono verso quelli della ragazza che si irrigidì maggiormente. «Un nero e un macchiato. Oltre al muffin, naturalmente.»
«Ottimo. Arrivo subito. Mi scusi ancora mr O’Connor» si affrettò verso le scale intanto che qualcuno la fermava per avere altro caffè.
«Cosa dicevi, dunque?» subdolamente si riprese la mia attenzione.
«Sei di casa qui. Si vede subito da quanto le cameriere ti amino» alzai lo sguardo su una tizia mora di passaggio che gli sganciava addosso un paio di smielate iridi viola.
«Lascia perdere. Qui ci vengo spesso, e sanno che non amo le imperfezioni. Che vuoi farci? non tutte sono algide e perfezioniste come te, a lavoro.»
«Mm mm. E con questa stoccata arriviamo all’argomento, no?»
«Ecco a voi, prego.»
«Metti tutto sul mio conto» fu nuovamente brusco.
«Certamente mr O’Connor. Buon proseguimento» la ragazza neppure mi guardò. Aveva occhi solo per lui e lui la trattava così.
Feci per prendere la mia tazza quando. «Che ci facevi qui?»
«Come prego?»
«A Central Park. Che ci facevi stamane?» Ah ecco.
Sorseggiai il mio caffè intanto che osservavo il bellissimo paesaggio esterno. I sempreverdi mi rendevano senza eccezione triste e felice insieme. «Sono andata a correre» socchiusi le palpebre. Dentro c’erano i caloriferi accesi eppure ebbi un tremito. Lo guardai ancora «è forse proibito?»
«Sai cosa ti ho chiesto.»
Certo che lo sapevo, non ero mica stupida.
«Pensi che Central Park sia un posto esclusivo?» bevvi ancora un sorso. «Io lo reputo meraviglioso.»
«Smettila di fingere» tornò verso di me puntandomi come un setter inglese; era come una molla a scatti. «Tu abiti molto distante da qui. Ci sono altri parchi oltre a questo. Sei venuta perché cercavi me?»
«Oh, sul serio? Credi di essere l’unico uomo degno di nota su questo pianeta.» Non aveva neppure toccato il suo caffè il signorino.
«Finiscila Allison.» Uhm? «Pensi che andare a caccia sia saggio?»
Mi alzai sbattendo una mano sul tavolino «Sei uno stupido presuntuoso. Ma di quale caccia parli? chi ti credi di essere, eh? E così, tu non volevi affatto scusarti per ieri notte» mi sforzai di mantenere bassi i toni.
«Io non mi scuso mai» obliquamente mi fissò.
«’Vaffanculo. Stai – lontano – da me.»
Mi fiondai verso le scale e poi veloce giù urtando alcuni avventori poco avvezzi alle gentilezze.
Era veramente uno stronzo come pensavo. Assurdo uomo.
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In fretta raggiunsi la hall principale di quella caffetteria così maledettamente moderna eppure così priva di calore, constatai. I suoni e gli odori del bar c’erano tutti, ma non la convivialità della brava gente, purtroppo.
Andai pure a sbattere contro un tizio, uno più di un metro e novanta di certo. Era quasi roccia; ma lo avevo comunque urtato. Passai immediatamente avanti, non riuscivo a essere lucida, non mi andava di sprecarmi in scuse non necessarie. Erano tutti talmente altezzosi lì, che di certo non le avrebbe apprezzate.
Subito dopo una scia di vetiver e sandalo raggiunse le mie narici. Mi bloccai. Era denso, un profumo duro, quasi nero. Quell’odore… mescolato al suo solito sex appeal e alla perenne fuliggine del tabacco… era, era proprio come lo ricordavo.
Voltai velocemente lo sguardo indietro. Mi girai a vedere. Non poteva essere lui, non poteva essere lì. Avevo tenuto segreta la mia ubicazione a tutti i miei ex compagni di palestra. A tutti. Nessuno escluso. Avevo pure cambiato più volte luogo di lavoro.
Mi decisi a uscire, era troppo.
Quell’arrogante mi aveva davvero confuso le idee se cominciavo a sentire addosso le voci del passato.
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∼Adrian∼
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Quella ragazza mi stava mentendo. Ovvio che mentiva. Era scesa come una furia per poi voltarsi a guardare indietro. Cosa diamine voleva ottenere, ancora non lo capivo.
«Dannazione.» Mi alzai di scatto vendendola quasi finire sotto a un’auto. Dalle vetrate avevo notato perfettamente quella scena. Sarebbe finita in tragedia se solo lei non fosse stata lesta di riflessi.
«Meglio che non ci pensi troppo» mi decisi a lasciare la caffetteria. Quella Allison mi avrebbe fatto diventare pazzo di questo passo. Persino Calloway poi, mi aveva messo in guardia da lei. Che non dovessi cominciare a dargli retta?
Raggiunsi la mia auto e dopo una veloce doccia a casa e un paio di telefonate, mi recai all’appuntamento delle nove con Misha. Dovevamo decidere come muoverci con i nuovi clienti Russi. Lui era quello che aveva le conoscenze necessarie, io davo indicazioni. Ovviamente poi, era l’imprenditore russo di turno che finiva per dettar legge. Sino a un certo punto.
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«Adrian, dobre utra[1]. Come stai?»
«Dobre utra anche a te Misha» ci salutammo prendendoci la mano destra e avvicinandoci per battere l’altra sulla spalla dell’amico. Era sempre così festaiolo quando tornava dal suo paese natio. «Ci sono novità immagino. Sembri parecchio felice.»
«Oh, lo sai, io suono sempre felice quando tuorno a casa.»
«Bene. Andiamo a sederci al solito pub, ti offro da bere. Così mi racconti se hai fatto buoni affari.»
«Così mi offiendi amico mio. “Solo” buoni affari? vorrai dire Uottimi affari.» sorrise con gli occhi sempre gelidi comunque. Era il più astuto e calcolatore russo che avessi mai conosciuto, nondimeno, eravamo nella stessa barca e ne ero felice, le sue doti di mercante di stoffe mi erano sempre state di grand’aiuto per trattare con i suoi connazionali.
«Vieni, la miglior vodka della città ci aspetta.»
«Ovvio, gliel’ho venduta io.»
«Sempre modesto,» ridemmo insieme.
Ma quell’aria da militare avvezzo alle improvvisate non mi fece stare del tutto tranquillo.
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Una volta dentro al pub di Moonrai, uno di quelli che aprivano anche alle dieci del mattino rimanendo sino all’ora di pranzo, per poi riaprire alle nove della sera, ci sedemmo al solito tavolo in fondo, lì si poteva stare più tranquilli e parlare di lavoro.
«Buogiorno mr O’Connor, Smirnov, cosa vi faccio portare oggi?»
«Il suolito Moonrai, il suolito» si lamentò poco elegantemente Misha. I due avevano rapporti frequenti di affari eppure non si sopportavano. Forse perché Moonrai continuava a insistere sul contrattare i prezzi.
«Debby arriva subito. Nel frattempo, mr O’Connor, le porto anche del buon whiskey?» mi conosceva sin troppo bene.
«Oggi no. Non voglio offendere il mio buon amico Misha. Pare abbia giocato a carte e perso alcune manche.»
Misha mi lanciò una silurata tale. Sapevo io, che non aveva vinto tutto, stavolta. Perché negare dunque.
«Calmati Adrian con me. Suono appena rientrato negli States, non vorrai già mandarmi via?» tornò il rissoso di sempre.
«Su, racconta, oggi sono in vena di non esagerare.» Il proprietario ci aveva lasciati soli a malapena da due minuti e finalmente Misha si stava accomodando.
«Quel tizio è il suolito impiccione» mosse un braccio sulla seduta come fosse a casa sua. Il locale era in stile anni sessanta e ancora teneva i sedili in pelle nera – sgualcita dal tempo ormai – con la doppia seduta unica. Un vero must-have per i fan di certe serie tv.
Cercai di mantenere calma l’aria. Non era giornata, meglio che tenessimo a freno certi animi bollenti. Così, dopo aver bevuto, parlammo di cosa era successo in Russia in nelle utlime due settimane. Misha mi spiegò che il compratore aveva così tirato sul prezzo, che aveva preferito non vendergli nulla; per poi sentirsi comunque costretto ad accettare la sua offerta, per poter agganciare il secondo compratore, parente del primo. Insomma, una piccola perdita in funzione di una grossa vendita. Non era il massimo, e quantunque ciò, non ci avremmo perso di sicuro.
«Va bene, ho capito. Cercheremo di fare buon viso a cattivo gioco. Abbiamo comunque agganciato un buon compratore.»
«Esatto amico mio. Esatto.»
«Mi auguro in ogni caso che questo non diventi un precedente,»
«Niente preciedente Adrian. Stai calmo. Ho concluso l’affare con Koslov convincenduolo di essere stato un bravo contrattatore. Lui crede che io abbia accettato suo prezzuo, solo perché mi piaceva sua figlia. Da?»
«E immagino ti piacesse realmente, no?»
«Da. Non per questuo io non pensuo agli affari amico mio. Io sapevo esattamiente cosa stessi faciendo. Lui ha creduto, quello che io ho voluto che pensasse fosse verità. Da?»
«Certo Misha. Tu comprendi i clienti russi meglio di me. Nondimeno, la prossima volta verrò a conoscerne qualcuno anch’io. Almeno mi farai provare i famosi vodka bar di cui tanto decanti l’atmosfera.»
«Io non mi offiendo suolo perché tu vuoi farmi compagnia con vodka e donne, Adrian. Ben intieso. Tu non essere gentile.»
Risi delle sue minacce. Vane.
Sapevo che cercava sempre di tenermi all’oscuro il più possibile dei suoi errori di calcolo, malgrado ciò, lo conoscevo abbastanza da tenere sempre un occhio aperto, anche quando potevo “Dormire sonni tranquilli” secondo lui.
«Stasera ti aspetto al pub di James per festeggiare allora.»
«Atlichna[2]. A stasera Adrian.»
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