My mistake
Leah
Leggo il messaggio, e rimango sorpresa: scusa. Non riesco a capirne il significato. È una parola che utilizzo troppo. Ed è troppo profonda. Sono triste. Questo lo riconosco. Da qualche mese ho un vuoto dentro di me più profondo; e, ne sento il peso. Sono da sola. Mi piace stare da sola. Ma ho paura della solitudine. Sento l’aria passarmi tra i capelli, spargendoli disordinatamente sulle mie spalle. Guardo il sole che pian piano tramonta. Vorrei essere come lui. Bellissimo. Potente. Penso troppo. Devo smetterla.
Sento una lacrima scorrermi sulla guancia, ma la lascio li. È giusto che finisca la sua strada, come vorrei che finisse la mia. Voglio un abbraccio. Voglio qualcuno.
Prendo il telefono senza pensarci troppo e lo sblocco osservando il mio sfondo con gli anemoni blu. Anche loro bellissimi. Trovo la sua chat e gli scrivo.
Ciao.
Lui non tarda a rispondermi. Ma anche se lo facesse non mi importerebbe.
Ciao.
Come stai? Chiedo io.
Bene, non pensavo mi scrivessi seriamente.
Lascia stare quella parte, piuttosto: stai bene seriamente? Non penso che qualcuno stia davvero bene. E se è così devo dire che è davvero fortunato.
Si Lascio perdere, non voglio forzare la cosa. Ma sento un brivido percorrermi la schiena.
Tu? Chiede lui.
Sono ancora viva. Questa è la mia solita risposta. Non saprei altrimenti come rispondere senza mentire e aprirmi troppo allo stesso tempo.
Perché mi hai scritto? Non mi spettavo questa domanda, ma me la sono cercata. Quindi provo ad essere sincera per una volta. Ma solo se cede.
All’inizio di tutto? Chiedo io.
All’inizio di tutto, anche se ti ho scritto io. Avevo pensato di darti fastidio ma poi non l’ho più fatto.
Cosa dovrei rispondergli ora? Dovrei scusarmi per essere scappata? Forse si, ma non me la sento.
Com’è andata a scuola? Provo a cambiare discorso, ma non risponde più quindi rimango a guardare lo schermo, fino a quando non si spegne da solo.
Alzo lo sguardo al tramonto. Il sole è quasi calato del tutto. Vorrei piangere, ma non riesco più. Mi mordo l’interno della guancia finché non sento il gusto familiare di sangue che mi invade la bocca. Mi giro verso il laghetto e mi alzo. Oggi ho totalmente ignorato il libro. Ma forse è meglio così. Appoggio le noccioline che avevo preso la mattina precedente sul tronco cavo alla mia destra come mi è solito fare, e torno sulla strada di casa con il capo chinato verso terra.
Stasera devo andare ad allenamento, che Rae mi aspetta. Mi vesto, prendo le mie cose e vado a prendere l’autobus. Fa leggermente più freddo rispetto a prima, ma non ci faccio molto caso. Quando arrivo non riesco a non sorridere vedendola. È una forza della natura la mia donna. La pista di atletica dietro di lei è bagnata a causa della neve sciolta, e questo la mette in risalto. Non so esattamente come, ma lo fa. Quando nota la mia presenza si avvicina e sorride a sua volta. Ci siamo conosciute grazie a un caso. Anche se non è molto così perché siamo rimaste escluse da degli esercizi di coppia e rimanevamo solo noi. Ora potrebbe essere la migliore amica che ho.
<<Devo raccontarti tantissime cose>> è probabilmente la frase che usiamo di più.
<<Spara>> le dico io. <<Allora, partiamo dal fatto che TU non mi abbia detto niente di Jake, e che mi ha chiesto dove abiti. Secondo, la scuola è bellissima. Terzo, devi scrivermi per ogni cosa che succede chiaro? Perché io non posso venire a scoprire “cose” tramite ragazzi.>> Mi sa che dovrò spiegarle tutto…
Dopo allenamento sono più leggera. Grazie Raelyn. Mi salvi sempre.
Tornata a casa vado in doccia, e provo a “sciogliermi” un po’ sotto l’acqua calda. Io ed essa andiamo molto d’accordo. La sera è il momento più debole di tutta la giornata, il mio corpo regge poco.
La mattina quando mi sveglio ho un sorriso molto carino in faccia. Cosa strana da dire, ma è la verità. Oggi piove e basta. Non nevica per fortuna. Per quanto può essere bela la neve dopo un po’ stanca. La giornata di scuola non dura tanto fortunatamente. Al ritorno in autobus Jake si siede al mio fianco, e chiacchieriamo un po’, ma non so mai cosa dire per iniziare una conversazione. Sembra felice, ma nasconde qualcosa secondo me.
Quando scendo dall’autobus, mettendo le mani in tasca per riscaldarmi sento un foglietto di carta tra le dita. Lo estraggo, e lo apro. Sopra di esso trovo scritto un numero. “199” penso subito alla fermata dopo la mia. Ma per assicurarmi che sia tutto lo giro, e noto una scritta piccolina sull’angolo in basso a destra: “19:09” Ora sono le 15:15, ora che ci penso… Tocca naso, tocca verde. Momento di pazzia fatto, e mi concentro sul bigliettino. Faremo un tentativo stasera. Distolgo lo sguardo dal biglietto, e noto il mio riflesso su una pozzanghera. Sorrido.
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