Selfoss, 25 settembre 2029
Il suono mi svegliò prima che la coscienza decidesse di seguirlo. Un trillo acuto, insistente, che non apparteneva al mondo dei sogni e che mi trafiggeva come un ago luminoso attraverso gli strati di sonno pesante in cui ero sprofondata.
Aprii gli occhi e per un istante non capii dove fossi. Il soffitto era diverso da quello del mio appartamento a Reykjavík, più basso, con una crepa sottile che correva dall'angolo sopra la finestra fino al centro, come una vena su un volto stanco.
Le pareti erano di un bianco ingiallito, con una foto di quando ero bambina, io e Áróra sulla spiaggia di Reynisfjara, i capelli al vento, i sorrisi identici ma gli occhi diversi. L'aria odorava di legno vecchio e lana umida, l'odore della casa di mia madre a Selfoss, un odore che sapeva di infanzia e di ritorno.
Il telefono sul comodino continuava a suonare, lo schermo che inondava la stanza di una luce biancastra, spettrale, che disegnava ombre lunghe sui mobili. Lo presi con dita intorpidite dal sonno e lessi il messaggio.
"ALLERTA VULCANICA ROSSA. SCIAME SISMICO INTENSO IN CORSO NELL'AREA DEGLI ALTOPIANI TRA IL LAGO HÁGÖNGLÓN E IL VULCANO HEKLA. ESPLOSIONE DI LAPILLI CONFERMATA SULLA SOMMITÀ DI HEKLA. POSSIBILE ERUZIONE IMMINENTE. EVACUARE IMMEDIATAMENTE LA ZONA. SEGUIRE LE INDICAZIONI DI ALMANNAVARNIR. NON AVVICINARSI AGLI ALTOPIANI. STRADE F208 E F225 CHIUSE FINO A NUOVO ORDINE. LANDMANNALAUGAR CHIUSO."
Lessi il messaggio due volte. Poi una terza. Le parole mi entravano negli occhi ma faticavano a raggiungere il cervello, come se ci fosse uno strato di ghiaccio tra la superficie e la comprensione. Allerta rossa. Altopiani. Hágönglón. Hekla. Eruzione imminente.
Mi misi a sedere sul letto, il lenzuolo che mi cadeva in grembo, e guardai l'ora sul telefono: 05:02. Fuori dalla finestra, il cielo era ancora nero, con solo un accenno di grigio all'orizzonte, verso est, dove l'alba si preparava a sorgere con la lentezza tipica dell'Islanda di settembre. La casa era silenziosa. Mia madre dormiva nella stanza accanto, il respiro leggero che filtrava attraverso la parete sottile come un sussurro regolare, ignaro.
E poi capii. Non il messaggio in sé, quello l'avevo capito. Capii cos'era successo durante la notte. Mi ricordai di essermi svegliata, o di aver creduto di svegliarmi, intorno alle due o alle tre, con il letto che tremava e un rombo lontano che sembrava venire da sotto la casa, come se un treno invisibile stesse passando nelle fondamenta. Mi ero aggrappata al bordo del materasso, avevo trattenuto il respiro per un istante, e poi era passato. Avevo pensato che fosse un sogno, o un terremoto leggero, di quelli che in Islanda succedevano decine di volte all'anno e che la gente di Reykjavík nemmeno sentiva più. Mi ero rigirata nel letto e mi ero riaddormentata.
Ma non era un terremoto leggero. Era questo. Era lo sciame. Era l'inizio di qualcosa.
Posai il telefono e rimasi immobile per un momento, il cuore che accelerava, il respiro che si faceva più corto. Sentii qualcosa che non provavo da molto tempo, un formicolio alla nuca, un prurito sottopelle, come se il mio corpo sapesse qualcosa che la mia mente non aveva ancora formulato.
Era la stessa sensazione che provavo da bambina quando guardavo il Katla dal giardino di casa a Vík.
Era la sensazione che provavo quando guardavo le stelle dalla finestra della mia stanza e capivo, con una logica che non veniva dai libri di scuola, che quella luce aveva viaggiato per anni prima di raggiungere i miei occhi, e che alcune delle stelle che vedevo potevano essere già morte, e che ciò che stavo guardando era il fantasma di un fuoco estinto.
E poi, con la chiarezza brutale di una frattura che si apre, presi una decisione.
Sarei andata a vedere.
Non sapevo esattamente cosa. Non sapevo se ci sarebbe stata un'eruzione, o quando, o dove. Sapevo solo che dovevo essere lì, che dovevo vedere con i miei occhi, che il T-alert sul mio telefono non era solo un messaggio ma un richiamo, qualcosa che mi parlava in una lingua più antica dell'islandese, più antica delle parole.
Forse era semplice spirito di avventura, lo stesso che mi aveva spinto a scegliere medicina invece di un lavoro sicuro, lo stesso che mi aveva fatto salire su aerei per conferenze in città che non avevo mai visto, lo stesso che avevo tenuto sepolto sotto anni di routine e turni e notti in ospedale, come un seme che aspetta la pioggia per germogliare. O forse era qualcosa di ancora più profondo.
Qualcosa era cambiato in me. Lo sentivo con una precisione clinica, la stessa che usavo per diagnosticare un paziente, la stessa che mi permetteva di leggere i sintomi dietro i volti e le storie.
Dopo la morte di mio padre, dopo quei mesi all'ospedale di Selfoss a guardare Einar spegnersi come una candela in una stanza qualcosa si era rotto dentro di me, o forse si era aperto, come una porta che era sempre stata chiusa e che ora non poteva più essere ignorata.
Áróra era in Canada, Ragnar era con lei, e mia madre era qui, nella stanza accanto, che dormiva un sonno fragile e ignaro. Senza Áróra, senza la sua presenza costante e silenziosa, sentivo il peso della famiglia gravare su di me in modo nuovo, come se il mantello di responsabilità che mia sorella portava con tanta naturalezza fosse stato improvvisamente gettato sulle mie spalle.
Ma non era solo responsabilità. Era fame. Una fame che non sapevo di avere, un desiderio di vita che si era sepolto sotto anni di turni in ospedale, di esami, di notti bianche, di caffè freddo e scarpe da ginnastica consumate nei corridoi del Landspítali.
Mi alzai dal letto. I piedi nudi sul pavimento di legno freddo mi fecero rabbrividire, ma il freddo mi svegliò del tutto.
Andai alla finestra e guardai fuori. La strada di Selfoss era deserta, i lampioni che proiettavano coni di luce arancione sull'asfalto, le case buie, il fiume Þjórsá che scorreva nero e silenzioso oltre i tetti. In lontananza, verso nord, il cielo sembrava diverso, più scuro, o forse più chiaro, come se ci fosse qualcosa oltre le montagne che non riuscivo a vedere ma che potevo percepire, una presenza, un peso, un'ombra più grande delle altre che si muoveva nel buio con la lentezza di qualcosa che ha milioni di anni e non ha nessuna fretta.
Mi voltai e iniziai a vestirmi. Non in fretta, ma con una metodicità che tradiva la mia formazione medica: prima la biancheria termica, poi i jeans, il maglione pesante color borgogna che avevo comprato al mercato di Kolaportið, i calzoni di lana, gli scarponi. Mi pettinai i capelli color rame, più scuri di quelli di Áróra, un castano profondo con riflessi rossicci , e li raccolsi in una treccia laterale che mi cadeva sulla spalla sinistra.
Prima di uscire, mi fermai sulla soglia della stanza di mia madre. La porta era socchiusa, e attraverso la fessura vedevo il profilo del letto, la sagoma di mia madre raggomitolata sotto le coperte, i capelli grigi sparsi sul cuscino. Probabilmente non aveva sentito il T-Alert a causa del cellulare spento. Esitai. Dovevo dirglielo? Dovevo svegliarla, spiegarle, chiederle il permesso? Ma cosa avrei detto? "Mamma, vado verso il vulcano che sta per eruttare"? Mi avrebbe fermata, mi avrebbe urlato, mi avrebbe fatta sentire in colpa. E io non volevo sentirmi in colpa. Non ora. Non quando sentivo quel richiamo nel sangue, quel bisogno viscerale di essere testimone, di vedere, di capire. Chiusi la porta piano, senza fare rumore, e scesi le scale.
In cucina, presi le chiavi dal gancio accanto alla porta d'ingresso. Non le mie. Quelle di Ragnar. La sua Toyota Land Cruiser era parcheggiata nel vialetto, coperta da un sottile strato di brina notturna, una bestia grigia e polverosa che aspettava pazientemente il ritorno del suo padrone. Ragnar l'aveva lasciata lì quando era partito per il Canada con Áróra, dicendo a mia madre che l'avrebbe ripresa al ritorno, come se il ritorno fosse una certezza, come se l'Islanda fosse un posto da cui si può solo andare via ma a cui si torna sempre.
Mia madre aveva provato a guidarla, una volta, ma il cambio era manuale e la frizione dura come la roccia, e aveva rinunciato. Da allora, la jeep era rimasta lì, a diventare parte del paesaggio, come un masso erratico che qualcuno aveva dimenticato di spostare.
Uscii nella notte. Il freddo mi investì come un pugno, e il fiato mi si condensò in una nuvola bianca davanti al viso.
La brina copriva ogni superficie: il prato del giardino, il cofano della jeep. L'aria odorava di terra gelata e di qualcosa d'altro, un sentore sottile, quasi impercettibile, che riconobbi dopo un istante: zolfo. Debole, lontano, portato dal vento del nord, ma presente. Un odore che apparteneva alla terra, non al cielo, un odore che veniva da sotto.
Salii sulla jeep. Il sedile era freddo come ghiaccio attraverso i jeans, e il volante mi morse i palmi quando lo strinsi. Inserii la chiave e girai. Il motore tossì, gemette, poi si accese con un rombo profondo che riempì il vialetto silenzioso. Aspettai che il riscaldamento iniziasse a soffiare, poi innestai la marcia e partii.
Le strade di Selfoss erano deserte. Nessuno in giro a quell'ora, solo lampioni e ombre e il rombo sommesso del motore che echeggiava tra le case addormentate. Guidai verso nord, seguendo la strada 30 che costeggiava il fiume Þjórsá, poi svoltai sulla 32, verso gli altopiani. Ogni tanto, il terreno sotto le ruote tremava, una vibrazione sottile che saliva attraverso il telaio della jeep e mi si trasmetteva lungo la spina dorsale.
Il paesaggio cambiava a ogni chilometro. I campi coltivati lasciavano il posto a pascoli brulli, i pascoli a distese di muschio e roccia vulcanica, e le case sparivano una alla volta, come stelle che si spengono all'alba. Il fiume si allontanava alla mia destra e le montagne si avvicinavano, le loro sagome scure che si stagliavano contro il cielo con i profili dentellati di denti antichi.
Guidai per quasi un'ora, seguendo un istinto che non sapevo spiegare, un senso di direzione che non veniva dalla mappa ma da qualcosa di più profondo, come se il mio corpo fosse una bussola che puntava verso il fuoco.
La strada divenne sterrata, poi si fece più ripida, e la jeep di Ragnar scalò le marce con un ringhio meccanico che sembrava una risposta al ringhio della terra sotto le ruote.
Strinsi il volante, sentendo le vibrazioni del terreno attraverso il palmo delle mani, e per un momento mi parve di essere su una barca, non su un'auto, come se la terra stessa fosse un mare che si stava sollevando, e io ci stessi navigando sopra, senza timone, senza bussola.
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Dopo quaranta minuti di guida sulla sterrata, trovai il punto che cercavo. Era una collinetta che si alzava sopra la strada, accessibile tramite una pista laterale che ricordavo da un'escursione di anni prima, quando mio padre mi aveva portata lì per mostrarmi il profilo degli altopiani. "Da qui" mi aveva detto, indicando l'orizzonte con un dito calloso, "puoi vedere tutta la spina dorsale dell'Islanda. La terra è una bestia addormentata, e noi camminiamo sulla sua schiena." Parcheggiai la jeep in una rientranza del terreno, spensi il motore, e scesi.
Il vento mi investì immediatamente, forte e costante, un vento che veniva da nord-est e che mi scompigliava i capelli sfuggiti alla treccia, portando con sé quell'odore di zolfo, ora più distinto, più acre, come uova marce messe a bollire su un fuoco lontano.
La temperatura era sotto lo zero, la brina scricchiolava sotto i miei scarponi, e il fiato si condensava in nuvole che il vento strappava via prima che potessero formarsi del tutto. Il cielo sopra di me era ancora buio, ma l'orizzonte a est mostrava quella striscia grigiastra che in Islanda passa per l'alba, un imbonimento pallido che non promette luce ma solo il passaggio da un buio a un altro.
Le stelle erano ancora visibili, fitte e remote, e la Via Lattea si stendeva da nord a sud come una cicatrice luminosa sulla pelle del cielo.
Il silenzio era assoluto. Rotto solo dal vento, dal fruscio dell'erba secca ai miei piedi, e da qualcos'altro. Un rumore che non era un rumore ma un'assenza, un'eco sismica, un sussurro che veniva dal basso e che si sentiva più con i piedi che con le orecchie, un mormorio profondo e continuo che sembrava il respiro di qualcosa di immenso che si stava svegliando.
Salii sulla collinetta, i piedi che scivolavano sull'erba brinata, e mi fermai in cima. Guardai a nord, verso gli altopiani.
E vidi.
Non l'eruzione. Non ancora. Ma vidi il cielo che non avrebbe dovuto essere lì. Una chiazza di luce, fioca ma innaturale, che pulsava all'orizzonte come un'alba rubata, un bagliore rossastro che si rifletteva sulla superficie delle nuvole basse, tingendole di un colore che non apparteneva al mattino. Era come se qualcuno avesse acceso un fuoco enorme oltre le colline in lontanaza, un fuoco così grande da illuminare il cielo a decine di chilometri di distanza. Ma non era un fuoco. Era qualcosa di più. Era la terra che si era aperta e stava mostrando il suo interno, come una ferita che rivela il muscolo e l'osso sotto la pelle.
Il terreno tremò sotto i miei piedi. Non un sisma isolato, ma una vibrazione continua, come se la crosta terrestre stesse ronzando. Mi sedetti su una roccia, le mani aggrappate ai bordi, il freddo che mi mordeva le dita attraverso i guanti, e aspettai.
Pensai ad Áróra. Mia sorella era in Canada, dall'altra parte dell'oceano, in un paese dove la terra non tremava e i vulcani erano ricordi preistorici addormentati da millenni. Chissà se sapeva. Chissà se aveva visto le notizie, se era sveglia anche lei, a migliaia di chilometri di distanza, a pensare alla sua isola che bruciava.
E Ragnar. Ragnar che aveva lasciato la sua jeep nel vialetto di Selfoss come una promessa di ritorno, Ragnar che conosceva gli altopiani meglio di chiunque altro, che avrebbe saputo esattamente dove andare.
Ragnar che una volta mi aveva raccontato del campo geotermale apparso dal nulla sul lago Hágönglón, un anno fa.
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Chissà se pensavano a me, in questo momento. Chissà se sentivano la mia mancanza come io sentivo la loro, come un vuoto che non si riempie con le videochiamate e i messaggi ma solo con la presenza, con il calore di un corpo accanto al tuo, con il suono di una voce che non passa attraverso un altoparlante.
Pensai a mio padre. Einar. Il ricordo arrivò senza preavviso, come sempre, come un'onda che non chiede il permesso prima di sommergerti. Era il 18 marzo 2021, e avevo diciotto anni.
Quella mattina, il telegiornale non parlava d'altro.
Fagradalsfjall, la valle di Geldingadalir, nella penisola di Reykjanes. Dopo ottocento anni di silenzio, la terra si era aperta.
Le immagini rimbalzavano sui social, sui canali di news, sulle bocche di tutti: una fenditura nel terreno nero, e dalla fenditura una fontana di lava.
Era la prima eruzione storica nella penisola di Reykjanes, e l'intera Islanda tratteneva il respiro.
Avevo detto a mio padre che volevo andare. Lui mi aveva guardata, non aveva detto nulla. Poi aveva preso le chiavi del furgone e aveva detto:
-Andiamo.-
Il viaggio era durato un'ora e mezza, attraverso la penisola di Reykjanes, attraverso quel paesaggio lunare di lava solidificata e muschio grigio e montagne spoglie che sembravano il relitto di un pianeta disabitato.
C'erano già centinaia di persone quando arrivammo, una folla irreale in quel paesaggio desolato, con torce e zaini e scarpe da ginnastica che affondavano nella cenere fresca, un fiume di umani che fluiva verso il fuoco come falene attratte da una fiamma.
Avevamo camminato per quaranta minuti nel buio, seguendo il bagliore che si rifletteva sulle nuvole, il vento che portava l'odore di zolfo e il suono basso, continuo, di un tuono che non finiva mai.
E poi avevamo visto la lava.
Era uscita da una fessura nel terreno, non più larga di una stanza, e saliva verso il cielo come una fontana incandescente, rossa e arancione e gialla al centro, dove il calore era così intenso che sembrava bianco.
La lava ricadeva ai lati della fessura e scorreva lentamente lungo il pendio, un fiume di fuoco liquido che si apriva la strada attraverso la roccia nera con la lentezza paziente di qualcosa che ha milioni di anni e non ha nessuna fretta.
Il rumore era quello di una fornace, un rombo profondo e costante che si sentiva nel petto più che nelle orecchie, e il calore arrivava a ondate anche a distanza di sicurezza, un calore che ti asciugava la pelle e ti faceva lacrimare gli occhi.
Avevo guardato quella fontana di fuoco e avevo pianto. Non di paura, non di gioia, ma di qualcosa che non aveva un nome.
Mio padre era rimasto in silenzio accanto a me per tutto il tempo. Non mi aveva chiesto perché piangevo, non mi aveva offerto fazzoletti, non aveva cercato di consolarmi. Sapeva. Capiva.
Quando alla fine avevamo iniziato a scendere, nel buio, con il bagliore della lava che si allontanava alle nostre spalle, lui mi aveva messo un braccio intorno alle spalle e aveva detto, con una voce che era poco più di un sussurro: - Questa è la terra, Saga. Non dimenticarlo mai.-
E poi c'era un altro ricordo, più antico, più sepolto, ma che ora riaffiorava con la forza di un magma che trova una nuova via d'uscita. Il lago Þórisvatn. Quattordici anni.
Sola con mio padre su una barca a remi, in un pomeriggio d'estate che sembrava non finire mai. Lui mi aveva insegnato a remare, a sentire il ritmo dell'acqua, a capire quando tirare e quando lasciare andare. Ma le braccia mi bruciavano, le vesciche si aprivano sui palmi, e la frustrazione era montata come una marea finché non avevo gettato i remi nell'acqua e avevo detto che odiavo quel posto, che volevo tornare a casa, che non ero capace.
Mio padre non si era arrabbiato. Si era limitato a tirare su i remi e a guardarmi con quei suoi occhi, calmi come il lago in una giornata senza vento. - La pazienza non è stare fermi, Saga.- mi aveva detto. - È continuare a muoversi piano, anche quando tutto ti dice di smettere.-
Quella frase era diventata una specie di mantra per me. Me l'ero ripetuta negli anni dell'università, quando gli esami sembravano impossibili e le notti in bianco mi stravolgevano. Me l'ero ripetuta nei mesi della malattia di mio padre, quando guardarlo spegnersi era insopportabile e avrei voluto scappare, smettere, arrendermi. "Muoversi piano. Continuare."
E ora, su quella collinetta gelata, con il cielo che pulsava di luce innaturale all'orizzonte, me la ripetei ancora, come una preghiera, come un talismano, come un filo che mi collegava a mio padre, alla barca, al lago, a quell'estate che sembrava appartenere a un'altra vita, a un altro mondo, a un'altra Saga.
Ora, su quella collinetta negli altopiani, con il vento che mi gelava le guance e il cielo che pulsava di luce innaturale, sentii quella verità con una violenza che mi tolse il fiato. La terra stava per aprire un'altra ferita. E io ero lì per vederla.
Fu allora che accadde.
Un boato. Lontano, smorzato dal vento, ma inequivocabile. Non fu il suono di un terremoto, non fu il frastuono di un tuono. Fu qualcosa di diverso, qualcosa che non avevo mai sentito prima, non a Fagradalsfjall, non da nessuna parte, un rumore che sembrava nascere dal centro del mondo e propagarsi attraverso l'aria e il terreno e il cielo come un'onda d'urto primordiale.
Un suono che non era un suono ma una pressione, un'esplosione così profonda che la sentii nelle ossa, nei denti, nel midollo spinale, come se il mio scheletro fosse un diapason che vibrava alla frequenza della terra. E poi un altro boato, e un altro, e un altro ancora, una sequenza di esplosioni che si susseguivano con un ritmo che non era umano ma geologico, il ritmo della roccia che si spezza, del magma che trova l'uscita, del mantello che preme e non può più essere trattenuto.
E poi il cielo a nord si accese.
Non gradualmente, non con la lentezza dell'alba. Fu immediato, brutale, come se qualcuno avesse premuto un interruttore cosmico. Enormi pennacchi di vapore, gas e cenere si alzarono verticalmente dall'orizzonte, colonne imponenti che salivano verso il cielo con una velocità che sfidava la comprensione, illuminate dal basso dal bagliore della lava come torce rossastre in una cattedrale di tenebra. Erano torri. Non nuvole, non colonne: torri. Torri di fuoco e vapore e cenere che si stagliavano contro il cielo stellato con una maestà che non apparteneva a questo mondo, salendo per dieci, quindici chilometri, fino a lambire la troposfera come dita di un gigante che cerca di afferrare le stelle.
Erano così alte, così larghe, così dense che sembravano solide, come se qualcuno avesse costruito dei grattacieli di fumo e fuoco nel bel mezzo degli altopiani, dei monumenti a un dio che non aveva nome, che non aveva volto, che esisteva solo nella pressione del magma e nel calore del mantello.
Mi alzai in piedi. Le gambe mi tremavano, ma non per il freddo. Sentii un suono uscirmi dalla gola, qualcosa tra un rantolo e un grido, qualcosa che non avevo mai emesso prima, un verso che non apparteneva al linguaggio umano ma a qualcosa di più antico, più primitivo, la risposta automatica di un animale di fronte a qualcosa che non può comprendere, che non può dominare, che non può ignorare.
Le torri non erano una sola. Erano molte. Si alzavano lungo una linea che si estendeva da est a ovest, una linea di fuoco che si allungava per chilometri attraverso gli altopiani come una ferita che si apre nella carne della terra.
Una dopo l'altra, le esplosioni si susseguivano con un ritmo che non era quello degli umani ma quello della roccia, del magma, del mantello terrestre che preme e si fa strada attraverso la crosta che non può più trattenerlo.
Ogni esplosione generava un nuovo pennacchio, e ogni pennacchio si univa ai precedenti formando una muraglia di vapore e cenere che oscurava le stelle a nord, una muraglia che sembrava viva, che si espandeva e contraeva come i polmoni di una bestia colossale, una bestia sepolta sotto chilometri di roccia che aveva deciso di respirare.
Sembravano bombe atomiche in miniatura. Fu il primo pensiero coerente che riuscii a formulare, e la banalità di quel pensiero mi colpì come uno schiaffo.
Le colonne che si alzavano l'una dopo l'altra lungo la linea di frattura sembravano detonazioni, sì, ma non di un'arma costruita dall'uomo. Erano detonazioni della terra stessa, della roccia che esplodeva sotto la pressione del gas, del magma che si liberava dalla prigione del mantello con una violenza che faceva sembrare l'esplosione di un ordigno nucleare un petardo in una fogna.
E poi venne il rombo. Non il boato iniziale, che era stato come uno schiaffo, singolo e secco. Questo era diverso. Era un rombo profondo, continuo, ininterrotto, come il motore di un jet gigantesco che sta rompendo la barriera del suono e non la smette mai, che continua ad accelerare, a spingere, a urlare.
Era un suono che riempiva l'aria, il terreno, il cielo, che permeava ogni fibra del paesaggio e del mio corpo, che non si poteva ignorare né sfuggire.
E non era solo un suono. Era una vibrazione, una risonanza, qualcosa che faceva tremare le ossa e vibrare i denti e pulsare il sangue nelle vene con un ritmo che non era il mio ma della terra.
L'odore arrivò con il vento. Zolfo. Non il sentore sottile che avevo percepito a Selfoss, ma una qualcosa di denso, acre, che mi riempiva le narici e mi graffiava la gola come lana d'acciaio.
Guardavo. Non potevo fare altro. Guardavo e tremavo, e il tremore non era solo per il freddo o per la paura, ma per qualcosa di più profondo, qualcosa che assomigliava alla reverenza e al terrore mescolati insieme, la sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa di così al di fuori della scala umana che la mente non poteva contenerlo.
Le fontane di lava. Le vidi allora, quando i miei occhi si adattarono alla luce infernale che inondava l'orizzonte. Non erano belle. Non nel senso che si usa normalmente per le cose belle, quelle che ti riempiono di pace o di armonia. Erano mostruose. Getti di roccia fusa rossa e arancione che schizzavano verso l'alto dalle fessure aperte nel terreno, raggiungendo e superando il chilometro di altezza, colonne di fuoco liquido che salivano nel cielo notturno.
E nel punto più violento di ogni fontana, al centro, dove il calore raggiungeva il massimo, il colore non era più rosso ma bianco, di un bianco accecante che faceva male agli occhi, come se qualcuno avesse intrappolato un frammento di sole nella terra e quel frammento stesse cercando di uscire.
Ma non c'era solo il rosso e il bianco. C'era anche il nero. Nuvole di cenere e vapore scuro che si mescolavano alle fontane, avvolgendole come sudari, strappandone pezzi che il vento trascinava verso l'alto, formando colonne che si attorcigliavano su se stesse come serpenti, colonne che salivano e salivano e salivano fino a diventare torri, e le torri diventavano muraglie, e le muraglie diventavano un cielo nuovo, un cielo che non era fatto di stelle ma di cenere e gas e fulmini.
Perché c'erano fulmini. Li vidi per la prima volta quando una delle colonne più alte, quella che sembrava voler raggiungere la stratosfera, fu attraversata da un lampo rossastro, un guizzo di luce che zigzagava all'interno del pennacchio come una vena infiammata. Poi un altro. E un altro. I fulmini non erano bianchi o blu come quelli delle tempeste atmosferiche, ma rossi, arancioni, del colore della lava che li generava, e non duravano un istante ma pulsavano, accendendosi e spegnendosi con un ritmo che sembrava cardiaco, come se il pennacchio avesse un cuore e quel cuore stesse battendo per la prima volta.
Erano fulmini generati dallo sfregamento delle particelle di cenere all'interno della colonna, lo sapevo, lo avevo studiato, era fisica elementare, ma sapere la spiegazione non toglieva nulla al terrore, perché la spiegazione riguardava il come e non il cosa, e il cosa era questo: che la terra stava costruendo una tempesta elettrica dentro una torre di cenere alta quindici chilometri, e che quella tempesta era incandescente, pulsante e sembrava viva.
Il bagliore era così intenso che trasformava la notte in qualcosa che non era né giorno né notte, ma un terzo stato, un crepuscolo infernale in cui le ombre erano rosse e il cielo aveva il colore di un livido fresco.
Vidi la brina ai miei piedi brillare di una luce che non apparteneva al sole, una luce che veniva da sotto.
Il rombo crebbe. O forse fu l'eruzione che si allargava, che si estendeva, che trovava nuovi punti di uscita lungo la frattura come un incendio che salta da una casa all'altra. Perché la linea di fuoco si stava allungando. Le fontane che prima erano concentrate in un punto si stavano moltiplicando, apparivano una dopo l'altra come candele che si accendono in una chiesa buia, solo che le candele erano colonne di lava alte centinaia di metri e la chiesa era la terra stessa, e il buio non era quello di una navata ma quello di una notte che aveva smesso di fingere di essere amichevole.
Ogni nuova fontana portava con sé una nuova esplosione di luce, un nuovo pennacchio, un nuovo rombo che si aggiungeva al rombo precedente.
E poi la cenere cominciò a cadere.
All'inizio furono solo particelle, quasi impercettibili, che il vento portava fino a me da chilometri di distanza. Piccoli granelli neri che mi si posavano sulle spalle del maglione, sui capelli, sulle mani. Ma non erano freddi. Erano caldi. Tiepidi, come la cenere di un camino, e quando uno di essi mi atterrò sulla guancia, sentii un lieve bruciore, come se qualcuno mi avesse toccata con la punta di un fiammifero acceso.
Mi portai una mano al viso e la ritrassi macchiata di nero, di un nero che non era polvere ma roccia polverizzata, roccia che era stata magma fino a pochi minuti prima, roccia che era stata nel mantello terrestre a temperature che non potevo immaginare, e che ora era sulla mia pelle, sulla mia guancia, tra i miei capelli, come una carezza dall'inferno.
La pioggia di cenere si infittì. Non più granelli, ma piccoli frammenti di roccia vescicolata che cadevano dal cielo come neve nera soffiata dall'inferno, come se il cielo avesse deciso di invertire i colori, di scambiare il bianco con il nero, la vita con la morte.
Li sentivo sulle labbra, amari e metallici, il sapore della roccia che torna alla superficie, il sapore del mondo prima del mondo.
E poi vennero le colate.
Le vidi quando il bagliore si fece ancora più intenso, quando l'eruzione trovò un nuovo canale, una nuova frattura. Dai centri eruttivi, non più fontane ma fiumi, fiumi di lava che si riversavano fuori dalla terra come alluminio incandescente, come metallo fuso che esce da una fornace, non con la lentezza poetica che avevo visto a Fagradalsfjall nel 2021, ma con una violenza che mi fece fare un passo indietro, che mi fece capire che la distanza che credevo sicura non lo era, che nulla era sicuro, che la terra non aveva concetto di sicurezza, che la terra era una superficie su cui la vita si aggrappava per un istante geologico prima di essere spazzata via.
Le colate si allargavano a macchia d'olio, si diffondevano come una piena, come un'inondazione di fuoco liquido che trovava ogni depressione, ogni avvallamento, ogni spazio vuoto e lo riempiva con una voracità che non ammetteva opposizione. Il rosso era così brillante che le colate sembravano illuminate dall'interno, come se la luce non venisse dalla superficie ma dalla profondità, come se il magma portasse con sé la luce di un sole sepolto sotto chilometri di roccia che finalmente aveva trovato una via d'uscita.
Il rombo era diventato un muro di suono. Non più un rombo, ma una pressione continua, una vibrazione che si sentiva nei polmoni, nelle costole, nel diaframma, come se l'aria stessa fosse diventata solida e ti stesse premendo da tutti i lati.
Respiravo con difficoltà, non per lo zolfo, che il vento fortunatamente allontanava nella direzione opposta, ma per il peso di quel suono, per la massa di quell'energia che si scaricava nel paesaggio con una violenza che sfidava ogni parametro di misura.
E la cortina di fuoco continuava ad allargarsi. Le fontane si moltiplicavano lungo la frattura, una dopo l'altra, come se qualcuno stesse accendendo le luci di una strada infinita, solo che la strada era una ferita nella crosta terrestre e le luci erano colonne di lava alte centinaia di metri. Ogni nuova fontana portava con sé una nuova ondata di suono, una nuova esplosione di luce, un nuovo pennacchio di cenere che si univa agli altri formando una muraglia che ormai copriva un quarto del cielo, una muraglia attraversata da fulmini rossastri che lampeggiavano con una frequenza sempre maggiore.
Sentii le lacrime scendermi lungo le guance. Non me n'ero accorta. Erano calde sulle guance fredde, e quando le asciugai con il dorso della mano, la mano venne via grigia di cenere e bagnata di pianto. Piangevo come avevo pianto a Fagradalsfjall, ma era diverso. A Fagradalsfjall, la fontana di lava era contenuta, un fuoco da campo in scala geologica. Questo era diverso.
Questo era il fuoco che sfuggiva al controllo, che non era mai stato sotto controllo, che era sempre stato lì, sotto i piedi, sotto le case, sotto le strade, sotto le vite di tutti, in attesa del momento giusto per uscire, e il momento era adesso, e ciò che stava uscendo non era una fontana ma un oceano.
Il bagliore era tale che le stelle a nord erano scomparse, inghiottite dalla muraglia di cenere e vapore che continuava a salire, che continuava a espandersi, che continuava a mangiare il cielo come una malattia luminosa.
Ma a est, dove l'alba vera stava cercando di farsi strada, le stelle erano ancora visibili, e il contrasto era surreale: da una parte il cielo nero punteggiato di luci remote, dall'altra un inferno rosso e arancione che ribolliva come una ferita aperta, e in mezzo la linea sottile del crepuscolo che sembrava il confine tra due mondi, uno che apparteneva agli umani e uno che non era mai appartenuto a nessuno.
E mentre guardavo, sentii qualcosa che non avevo mai provato prima. Fu la sensazione che ciò che stavo vedendo fosse sempre stato lì.
Che l'eruzione non fosse un incidente ma la verità, e che tutto il resto, le case, le strade, gli ospedali, i turni di notte, le tazze di caffè, i baci, i funerali, fosse l'eccezione, fosse l'illusione, fosse il sogno breve di un batterio su una pietra calda. Il pensiero mi attraversò come una lama gelata e mi lasciò svuotata, tremante, con la sensazione di aver visto dietro il velo di qualcosa che non avrei dovuto vedere, di aver alzato lo sguardo e aver incontrato gli occhi di qualcosa che era troppo grande per essere guardato, troppo antico per essere compreso, troppo indifferente per essere implorato.
Le colate di lava ora erano visibili in tutta la loro estensione. Non più fiumi isolati, ma una rete, una rete di fuoco che si ramificava in tutte le direzioni, che copriva chilometri quadrati di terreno con un manto di roccia fusa, che avanzava con una lentezza apparente che ingannava l'occhio, perché da quella distanza sembrava lenta ma da vicino sarebbe stata inarrestabile, una parete di fuoco alta metri che si muoveva a chilometri all'ora, che seppelliva tutto ciò che incontrava, che trasformava la terra in vetro e il ghiaccio in vapore e la vita in cenere.
Era un'inondazione di fuoco, una piena di luce rossa che si allargava sugli altopiani come un'onda che non trovava riva, e ovunque toccava, la terra scompariva, sostituita da una superficie nera e incandescente.
Guardai l'orizzonte in fiamme e pensai a mio padre. Pensai a quel giorno sul Þórisvatn, quando avevo quattordici anni e le braccia mi bruciavano per la fatica dei remi e avevo gettato i remi nell'acqua per la frustrazione. "La pazienza non è stare fermi, Saga. È continuare a muoversi piano, anche quando tutto ti dice di smettere."
E poi pensai alla notte del 19 marzo 2021, alla fontana di lava di Fagradalsfjall, alle lacrime sul viso, al braccio di mio padre intorno alle spalle. "Questa è la terra. È viva. Non dimenticarlo mai."
Non l'avevo dimenticato, papà. Non l'avevo dimenticato.
Il cielo a nord era un inferno. Le torri di cenere e vapore salivano sempre più alte, i fulmini rossi si moltiplicavano, le fontane di lava continuavano a eruttare con una furia che non accennava a diminuire. L'aria era satura di cenere, di zolfo, del suono di un mondo che si rompeva, e io ero lì, sola, su una collinetta gelata, con il vento che mi scompigliava i capelli e la cenere che mi cadeva addosso come neve dall'inferno, e guardavo.
Terrorizzata. Affascinata. Piccola. Viva.
La terra tremò sotto i miei piedi, e stavolta non fu una vibrazione sottile ma una scossa vera, un movimento che mi fece barcollare e mi costrinse ad allargare le braccia per mantenere l'equilibrio.
E in quel momento, con la cenere che mi pioveva addosso e il rombo che mi riempiva il petto e la luce rossa che mi bruciava gli occhi, capii qualcosa che non avrei mai potuto capire in un'aula universitaria, in una sala operatoria, in un libro.
Capii che l'orrore non era ciò che stavo vedendo. L'orrore era la bellezza. L'orrore era il fatto che quella distruzione fosse magnifica, che quelle fontane di lava fossero spaventose e irresistibili allo stesso tempo, che i fulmini rossi nei pennacchi fossero la cosa più bella e più terribile che avessi mai visto, e che una parte di me, una parte piccola e vergognosa e profondamente umana, non volesse che finisse.
Pensai ad Áróra e Ragnar in Canada. Pensai a loro due in un paese straniero, in una casa che non era la loro, con una lingua che non era la loro, a costruire una vita lontano da tutto questo. E per la prima volta capii perché se ne erano andati, non come una fuga ma come una scelta, la scelta di non restare ad aspettare il fuoco, di non vivere con l'orecchio teso al rumore della terra, di non svegliarsi ogni notte chiedendosi se sarebbe stata quella giusta.
Ma capii anche, con una chiarezza che mi fece venire le lacrime agli occhi, che io non sarei mai potuta andare via.
Non fermarti. Fammi vedere. Fammi capire cosa sei.
E la terra rispose, come aveva sempre fatto, non con parole ma con il fuoco..28Please respect copyright.PENANAn9R569gEhp


