25 settembre 2029, 00:10
La luce del portatile era l'unica accesa nella casa. Mi schermava il viso con un bagliore freddo, azzurrognolo, che mi scavava ombre sotto gli occhi e sulle tempie, trasformandomi in una versione più vecchia di me stessa. Fuori, la notte di Reykjavík era fonda e il termometro esterno, un vecchio modello digitale che avevo appeso alla parete anni prima e che non mi decidevo mai a sostituire, segnava due gradi. A fine settembre il buio era già quello dell'inverno: compatto, totale, interrotto solo dalle luci arancioni dei lampioni.28Please respect copyright.PENANAbqeG3CM10i
Ero seduta al tavolo della cucina, con una tazza di tè freddo che non avevo più toccato da un'ora e gli occhiali spessi che mi scivolavano sul naso mentre leggevo. Indossavo un maglione grigio largo, pantaloni della tuta, e calzini di lana. Mi ero tolta le lenti a contatto ore fa, e gli occhiali erano il segnale che la giornata lavorativa era finita, che avrei dovuto chiudere il computer e andare a dormire. Ma non lo facevo. Non riuscivo.
Davanti a me, aperte in una decina di schede del browser, c'erano le proiezioni climatiche per l'inverno 2029-2030. Non era lavoro ufficiale, non ancora. Era una cosa che facevo di notte, quando la casa era silenziosa e il mio cervello non riusciva a spegnersi, quell'abitudine che avevo preso da ragazza, di leggere il futuro nei grafici come una cartomante con le carte. Solo che le mie carte erano mappe isobariche, indici di oscillazione artica, anomalie della temperatura superficiale del mare.
La prima cosa che mi preoccupava era il sole. O meglio, la sua assenza.
Avevo davanti l'immagine aggiornata del disco solare fornita dal Solar Dynamics Observatory della NASA, e quel disco era vuoto. Completamente vuoto. Nessuna macchia scura, nessuna regione attiva, nessun segno di quel magnetismo turbolento che genera tempeste solari e aurore. Era un cerchio perfetto, giallo uniforme, come un occhio che ha smesso di guardare. Il conteggio giornaliero del numero di Wolf, l'indice che misurava l'attività delle macchie solari, era zero per il trentaduesimo giorno consecutivo.
Sapevo cosa significava. Il ciclo solare 25, iniziato nel dicembre 2019, era stato debole fin dall'inizio. Dopo debole piccodelle macchie solari l'attività era declinata più velocemente del previsto, come se il sole avesse fretta di spegnersi. Ora, a settembre 2029, il ciclo stava chiudendo la sua fase di massimo e scivolava verso il minimo con una rapidità che ricordava i cicli del diciannovesimo secolo, cicli brevi e timidi.
Per un geofisico, l'attività solare non era solo una curiosità astronomica. Riguardava il clima, e in Islanda il clima riguardava tutto. Un sole debole significava meno radiazione ultravioletta, che significava una stratosfera più fredda, che significava un vortice polare più instabile, che significava ondate di freddo artico che scendevano verso l'Europa settentrionale con una violenza imprevedibile. Significava inverni più lunghi, più freddi, più nevosi. Significava che l'estate islandese del 2029, già breve e tiepida a malapena, era stata solo una pausa in un inverno che non voleva finire.
Cliccai su un'altra scheda: le proiezioni dell'European Centre for Medium-Range Weather Forecasts, il modello ECMWF. Il grafico mostrava le anomalie di temperatura previste per l'ottobre 2029. Sopra l'Islanda e la Groenlandia, una macchia blu scuro indicava anomalie negative tra i due e i quattro gradi. Sopra l'Artico, il blu si faceva più intenso, quasi nero, con anomalie fino a meno sei. L'indice AO, l'Oscillazione Artica, era previsto negativo per le prossime tre settimane, il che significava che il freddo sarebbe sceso verso sud, portando neve anticipata e temperature glaciali.
Mi tolsi gli occhiali e mi massaggiai la radice del naso, chiudendo gli occhi per un momento. Li riaprii e guardai fuori dalla finestra. La pioggia era diventata più fitta, e il vento scuoteva i rami dell'unico albero del mio giardino, un sorbo degli uccellatori che avevo piantato quando mi ero trasferita lì, sette anni fa, e che ogni inverno minacciava di non sopravvivere. Quest'anno, forse, non sarebbe stato solo una minaccia.
Rimisi gli occhiali e tornai ai dati. C'era un'altra cosa che mi inquietava, una cosa che non c'entrava con il sole ma con la terra. Aprii il database dell'IMO, inserii le mie credenziali, e controllai l'attività sismica degli ultimi trenta giorni nell'Islanda meridionale. I grafici erano calmi, quasi piatti. Qualche micro-terremoto isolato a Hekla, residuo dell'eruzione dell'anno precedente, con magnitudo sotto l'1.0. Qualche evento sparso nella zona di rift orientale, nulla di insolito.
Eppure.
Mi ero sempre fidata del mio istinto, quella sensazione sismica che mi si formava alla nuca, come se il mio corpo fosse un sismografo capace di percepire ciò che gli strumenti non registravano ancora. Era la stessa sensazione che avevo avuto nell'ottobre del 2028, la notte prima del terremoto di magnitudo 6.2 che aveva innescato l'eruzione di Hekla. Quella volta avevo ignorato il prurito, l'avevo attribuito alla stanchezza e al caffè. Non l'avrei fatto di nuovo.
Scorsi i dati InSAR più recenti, le immagini radar satellitari che misuravano la deformazione del terreno con precisione millimetrica. L'area di Hágönglón mostrava un rigonfiamento, era coerente, e la coerenza in vulcanologia era sempre un segnale. Un rigonfiamento significava pressione dal basso, fluidi o magma che si accumulavano in una camera o in un condotto, spingendo la crosta verso l'alto come una vescica sotto la pelle.
Se fosse stato sotto Hekla, avrebbe fatto scattare un allerta giallo immediato. Ma Hágönglón era lontano, cento chilometri a nord-est, in una zona remota degli altopiani dove non c'erano comunità, solo laghi, muschio e vento. Nessun vulcano attivo nelle immediate vicinanze. La geologia dell'area era complessa: una zona di transizione tra il rift orientale e il campo vulcanico di Torfajökull, con fratture antiche e sistemi idrotermali dormienti. Un rigonfiamento lì poteva significare molte cose: un'intrusione magmatica profonda, un aumento della pressione dei fluidi geotermici, o semplicemente un artefatto dei dati satellitari.
Mi appoggiai allo schienale della sedia, stirandomi la schiena indolenzita, e guardai l'orologio: 00:07. Troppo tardi per chiamare Gunnar, troppo presto per arrendermi al sonno. Finii il tè freddo in un sorso, feci una smorfia per l'amaro, e chiusi il portatile.
Mi alzai, raccolsi la tazza, e mi avviai verso il lavello. La casa era silenziosa, quel silenzio denso delle notti islandesi in cui il buio sembra avere un peso, una consistenza fisica che ti preme addosso. Il frigorifero ronzava piano, il riscaldamento ticchettava nei tubi, e fuori il vento...
La terra si mosse.
Fu un movimento improvviso, secco, che partì dal pavimento e mi salì lungo le gambe come una scarica elettrica. Il lavello vibrò sotto le mie mani, la tazza ballò sul ripiano, e una foto incorniciata sulla mensola, quella dei miei genitori davanti alla chiesa di Hólar, si inclinò con un rumore di vetro contro legno. Durò pochi secondi, tre o quattro al massimo, ma furono sufficienti perché il mio corpo reagisse prima della mia mente: le ginocchia si piegarono, le mani si aggrapparono al bordo del ripiano della cucina, e il respiro si fermò.
Poi passò.
Rimasi immobile per un istante, il cuore che mi batteva forte nel petto, le orecchie tese a captare eventuali scosse di assestamento. Il silenzio tornò, rotto solo dal ronzio del frigorifero e dal vento fuori. Guardai la foto inclinata, il vetro intatto, la cornice che pendeva di tre centimetri dalla sua posizione originale.
Terremoto. Non forte, ma netto. Una scossa breve, impulsiva, il tipo di evento che in Islanda poteva significare molte cose: un movimento tettonico lungo una frattura, un assestamento della crosta dopo l'eruzione di Hekla, oppure...
Il telefono vibrò sul tavolo.
Mi mossi in automatico, i piedi che trovavano il pavimento freddo mentre tornavo al tavolo della cucina dove avevo lasciato il cellulare. Sullo schermo, il nome di Gunnar Einarsson lampeggiava insieme alla suoneria che non avevo mai sentito così acuta, così invadente, in mezzo al silenzio della notte.
Risposi al secondo squillo.
-Sigrún.- La voce di Gunnar era rauca, ispida, la voce di un uomo che era già sveglio quando la terra aveva tremato, o che non era mai andato a dormire. - Hai sentito?-
-Sì. Quanto forte?-
-Magnitudo 6.0. - Gunnar fece una pausa, e sentii il rumore di tasti in sottofondo, il click-click di dita su una tastiera.
-Epicentro... aspetta... lago Hágönglón. Profondità 8 chilometri.-
Il sangue mi si gelò nelle vene. Hágönglón. Il rigonfiamento fantasma. Le bolle nel lago.
-Hágönglón.- ripetei, la voce piatta, meccanica, mentre il mio cervello già correva avanti, calcolando, combinando, facendo il lavoro che avevo fatto mille volte in mille notti come quella.
Magnitudo 6.0 non era un terremoto qualunque. In Islanda, i sismi di quella magnitudo erano rari. Quello dell'ottobre 2028 era stato un 6.2. Questo era solo due decimi più debole, ma la posizione era diversa: non sotto Hekla, ma cento chilometri più a nord, in una zona dove non c'era un vulcano attivo conosciuto.
-Ho già contattato la sala monitoraggio.- continuò Gunnar. - La rete SIL sta registrando una sequenza di eventi. Almeno quindici terremoti di magnitudo superiore a 3.0 nelle ultime due ore, concentrati nell'area del lago. La scossa principale è la più forte. Sigrún, è uno sciame.-
Uno sciame. La parola rimase sospesa tra noi come un sasso sull'orlo di un precipizio.
Poteva essere tettonico, legato allo stress della crosta che si fratturava lungo una faglia. Ma poteva anche essere vulcanico, il segnale che il magma o i fluidi idrotermali si stavano aprendo un varco attraverso la roccia, creando fratture e vibrazioni mentre risalivano verso la superficie.
-La profondità?- chiesi, e la mia voce era già cambiata, era diventata quella della geofisica capo, la voce che usavo nelle riunioni, quella che non tremava mai, quella che prendeva decisioni mentre gli altri stavano ancora elaborando l'informazione.
-Variabile. Tra i 6 e i 12 chilometri per gli eventi minori. La scossa principale a 8. È superficiale, Sigrún. Troppo superficiale per essere solo tettonico.-
Strinsi il telefono, le nocche bianche. Stavo per rispondere, stavo per dire "arrivo", stavo per appendere e vestirmi e uscire nella notte, quando la terra si mosse di nuovo.
Questa volta fu più forte. Non perché la magnitudo fosse superiore, ma perché la sorpresa era svanita e al suo posto c'era solo la consapevolezza cruda che stava succedendo di nuovo, esattamente mentre parlavo al telefono, esattamente mentre il mio cervello stava ancora processando la prima scossa.
Il pavimento oscillò sotto i miei piedi nudi, il tavolo tremò, la tazza che avevo appoggiato nel lavello scivolò con un rumore metallico, e la foto dei miei genitori cadde dalla mensola, il vetro che si incrinava con un crac secco. Durò più a lungo della prima, quattro o cinque secondi, con un rombo basso che sembrava salire dal sottosuolo come il respiro di un animale sepolto.
-Gunnar.- dissi, la voce che mi si incrinava mio malgrado. - Un'altra. Adesso.-
-Lo so.- La sua voce era cambiata, era diventata più tesa, più rapida. - I dati stanno arrivando. Magnitudo... 6.0. Stessa area. Hágönglón. Stessa profondità. Sigrún, due scosse di magnitudo 6.0 nello stesso punto a pochi minuti di distanza. Questo non è uno sciame tettonico.-
-Lo so.- risposi, e le parole mi uscirono con una certezza che mi fece paura, perché le conoscevo, le avevo già dette, in un'altra notte, in un'altra riunione, davanti a un altro schermo. - È vulcanico. Gunnar, attiva la procedura di allerta. Convoca la sala operativa. Arrivo tra quindici minuti.-
Chiusi la chiamata senza aspettare la risposta. Per un istante rimasi ferma al centro della cucina, il telefono ancora in mano, il cuore che mi batteva così forte che lo sentivo nelle tempie. Guardai la foto caduta, il vetro incrinato che tagliava in due il viso di mio padre, e pensai, con una lucidità che non apparteneva alla scienza ma a qualcosa di più antico, di più primitivo: sta iniziando.
Poi mi mossi.
La mia mano trovò l'interruttore della luce della camera da letto, poi il cassetto dei vestiti, poi le scarpe. Mi vestii in tre minuti: jeans, maglione pesante, giacca impermeabile, scarponi. Presi le chiavi della macchina dal gancio accanto alla porta, il portatile dalla borsa, e il caricabatterie che non usciva mai dal cassetto del comodino perché sapevo, da sempre, che una notte come questa sarebbe arrivata. Uscii, il vento che mi sferzava il viso, e salii in macchina, le mani che mi tremavano mentre giravo la chiave nel quadro.
Reykjavík di notte era una città di lampioni e ombre, con le strade che riflettevano la luce arancione come fiumi di metallo fuso. Guidai veloce, troppo veloce, attraversando i quartieri silenziosi dove le case dormivano ignare, dove la gente non sapeva ancora che la terra si era mossa, che un lago negli altopiani stava ribollendo, che il rigonfiamento fantasma si stava forse trasformando in qualcosa di molto più grande.
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Quando parcheggiai e mi avvicinai all'ingresso, vidi che le luci della sala monitoraggio erano già accese, le finestre che brillavano nel buio come occhi spalancati. Non era la prima volta che arrivavo nel cuore della notte. Era la decima, forse la ventesima. Ma ogni volta il peso era lo stesso: la consapevolezza che le decisioni prese nelle ore successive avrebbero riguardato vite umane, che i numeri sui miei schermi non erano solo dati ma destini.
La porta si aprì con un ronzio elettronico, e percorsi il corridoio verso la sala monitoraggio con passi rapidi, le suole degli scarponi che scricchiolavano sul linoleum. Il ronzio dei server era più forte del solito, un mormorio che sembrava echeggiare i tremori sotterranei, e l'odore di caffè stantio mi investì come un muro.
La sala era già piena. Gunnar era al suo posto, la barba brizzolata più incolta del solito, gli occhi arrossati dalla mancanza di sonno, le dita che correvano sulla tastiera mentre tre schermi mostravano mappe sismiche in tempo reale. Accanto a lui, Hanna era appena arrivata, la coda di cavallo mezza disfatta, il laptop aperto su una mappa geologica degli altopiani. Freyr era in piedi davanti allo schermo principale, i giovani occhiali tondi che riflettevano i punti rossi che si accendevano sulla mappa come braci, ogni punto un terremoto. Altri due tecnici della sala monitoraggio sedevano alle postazioni secondarie, le cuffie in testa, le voci basse mentre comunicavano con le stazioni SIL sparse per il paese.
Mi tolsi la giacca, la gettai su una sedia, e mi avvicinai allo schermo principale. Quello che vidi mi fermò il respiro.
La mappa dell'Islanda meridionale era coperta di punti rossi. Non decine. Centinaia. Una spolverata di eventi che si concentravano in un'area precisa, formando un arco che partiva dal lago Hágönglón e si estendeva verso sud-ovest, come una ferita che si apriva nella crosta terrestre. Ogni punto era un terremoto, e i colori variavano dal giallo chiaro, per gli eventi di magnitudo inferiore a 2.0, al rosso scuro, per quelli superiori a 5.0.
-Aggiornamento.- disse Gunnar, senza alzare gli occhi dallo schermo. La sua voce era secca, professionale, ma la conoscevo abbastanza da sentire la tensione che vibrava sotto la superficie come un filo tirato al limite. - Dalle 00:03, abbiamo registrato un totale di duecentoquarantasette eventi sismici nell'area dell'altopiano, di cui tredici di magnitudo superiore a 5.0. La distribuzione spaziale è questa.-
Indicò lo schermo con un dito, tracciando la linea degli epicentri. - Sei eventi di magnitudo 5.0 o superiore sul lago Hágönglón, inclusa la scossa principale di 6.0 e la replica di 6.0 di pochi minuti dopo. Poi due eventi di magnitudo 5.4 e 5.1 nella zona del lago Þórisvatn, dodici chilometri a sud-ovest di Hágönglón. Poi due eventi di magnitudo 5.2 e 5.0 più a sud, in direzione del vulcano Torfajökull, a nord della caldera. Poi un evento di magnitudo 5.3 vicino al lago Skyggnisvatn. E infine due eventi di magnitudo 5.1 e 5.0 a nord di Hekla.-
La stanza era immobile. Il ronzio dei computer sembrava più forte, un battito elettronico che misurava il tempo tra un terremoto e l'altro. Freyr si voltò verso di me, il viso pallido, le labbra strette.
-La sequenza.- disse, la voce che tremava appena. - Dottoressa, guardi la sequenza temporale. I primi eventi sono tutti concentrati su Hágönglón. Poi, nel giro di un'ora, gli epicentri iniziano a spostarsi a sud-ovest, verso Þórisvatn, poi verso Torfajökull, poi Skyggnisvatn, e infine Hekla. È una sequenza, non è casuale. Sta propagandosi fino al vulcano.-
Lo sapevo. L'avevo visto nei dati, l'avevo capito nel momento in cui Gunnar aveva pronunciato la parola "sciame", ma sentirlo dire ad alta voce, vedere la linea rossa che collegava i punti sulla mappa come una vena infiammata, mi diede un senso di vertigine che non provavo dall'ottobre del 2028. La migrazione sismica era uno dei segnali più chiari di un'intrusione magmatica. E l'area coinvolta era inequivocabile: da nord-est a sud-ovest, dagli altopiani verso Hekla.
-La profondità? - chiesi, e la mia voce non tremò. Era la voce della geofisica capo, quella che doveva essere ferma quando tutto il resto oscillava.
-Variabile.- rispose Gunnar. - Gli eventi su Hágönglón sono a 6-10 chilometri. Quelli tra Þórisvatn e Torfajökull a 8-12. Quelli vicino a Skyggnisvatn a 10-8. E quelli a nord di Hekla a 4-7 chilometri.-
Annuii lentamente, sentendo il peso di quell'osservazione. Una frattura che collegava più sistemi vulcanici. Non solo Hekla, ma Torfajökull, e forse l'intera zona di transizione tra il rift orientale e il vulcanismo centromeridionale. Era quello che avevo temuto fin dall'inizio.
-I dati GPS? - chiesi.
Freyr si spostò su un altro schermo, digitando rapidamente. - Le stazioni intorno a Hágönglón mostrano uno spostamento. ILHA, la stazione più vicina al lago, ha registrato uno spostamento verticale di 2.1 centimetri nelle ultime tre ore. È tanto, dottoressa. Troppo per essere solo tettonico. E la stazione SKRO, vicino a Torfajökull, mostra un'inclinazione di 0.3 microradianti. Il terreno si sta deformando in tempo reale.-
Mi passai una mano sul viso, sentendo la stanchezza che mi premeva dietro gli occhi. Guardai l'orologio: l'01:23. Era passata poco più di un'ora dalla prima scossa, e il mondo era già cambiato. Le decisioni che avremmo preso nelle prossime ore avrebbero determinato se la gente negli altopiani sarebbe stata al sicuro o no.
-Dobbiamo dichiarare l'allerta arancione per gli altopiani - dissi, la voce ferma. - E contattare Almannavarnir per preparare i piani di evacuazione della zona.-
-Arancione? - Gunnar mi guardò, un sopracciglio sollevato. -Sigrún, non abbiamo conferma di magma in risalita. Potrebbe essere uno sciame tettonico di grande intensità. Le fratture nella zona di rift possono produrre eventi del genere senza coinvolgimento vulcanico.-
-Due scosse di magnitudo 6.0 nello stesso punto a pochi minuti di distanza.- risposi, e la mia voce non lasciava spazio alla discussione. -Una sequenza sismica chiara da Hágönglón a Hekla. Un rigonfiamento del terreno di due centimetri in tre ore. Anomalie geotermali che durano da un anno e che si sono diffuse. Se ho ragione e non facciamo nulla, qualcuno potrebbe non svegliarsi domani.-
Gunnar mi guardò a lungo, poi annuì. - D'accordo. Arancione.-
Le ore successive furono un turbine di numeri, voci e caffè. Coordinavo dalla sala monitoraggio come un generale dal suo comando, aggiornando i dati, parlando al telefono con i colleghi dell'Università d'Islanda, con i rappresentanti di Almannavarnir, con il centro operativo di ICE-SAR. Ogni dieci minuti, un nuovo bollettino sismico arrivava dalla rete SIL, e ogni bollettino aggiungeva dettagli al quadro che si stava componendo: lo sciame non si fermava.
Alle 02:00, una nuova sequenza di eventi di magnitudo 4.5-5.0 colpì l'area tra Þórisvatn e Torfajökull, con epicentri che si allineavano lungo una frattura nord-est/sud-ovest perfettamente coerente con la direzione della migrazione. I dati InSAR preliminari, elaborati in fretta da Freyr con il software del centro, mostrarono che il rigonfiamento intorno a Hágönglón era cresciuto: da 2.1 centimetri a 3.8 in meno di due ore. Era un tasso di deformazione che non avevamo mai visto in quella zona, superiore persino a quello registrato prima dell'eruzione di Hekla del 2028.
Alle 03:15, Gunnar ricevette una chiamata dalla stazione di monitoraggio di Hella. Il tecnico riferì che i sensori di deformazione avevano registrato un improvviso aumento dello stress: 1.2 microstrain in trenta minuti, concentrato nella direzione di Hekla. Era il segnale che la crosta sotto il vulcano stava cedendo sotto una pressione che veniva da lontano, da cento chilometri più a nord, dalla frattura che si stava aprendo come una cerniera lungo gli altopiani.
Alle 04:00, mi concessi una pausa. Uscii nel corridoio, mi appoggiai alla parete fredda, e chiusi gli occhi per trenta secondi. Le gambe mi facevano male, la schiena mi pulsava, e avevo un mal di testa che mi martellava dietro gli occhi come un secondo terremoto. Ma il peggio non era il dolore fisico. Era la consapevolezza che stava succedendo esattamente quello che avevo temuto, e che non avevamo fatto abbastanza per prevenirlo.
Tornai nella sala. Gunnar aveva aggiornato la mappa: il numero totale di eventi era salito a quattrocento, con diciotto di magnitudo superiore a 4.5. La sequenza era chiara, inequivocabile. Una freccia rossa sulla mappa sembrava puntare dritta verso Hekla, come se la terra stessa stesse indicando la destinazione del suo furore.
E poi, alle 04:47, accadde qualcosa che nessuno si aspettava.
Freyr fu il primo a vederlo. Era davanti allo schermo che mostrava i dati del webcam di Hekla, la camera che monitorava la sommità del vulcano ventiquattr'ore su ventiquattro. La maggior parte delle notti, lo schermo mostrava solo il profilo scuro della montagna contro il cielo, con occasionali sbuffi di vapore che uscivano calore dell'eruzione dell'anno precedente. Ma quella notte, alle 04:47, qualcosa cambiò.
-Dottoressa!- La voce di Freyr era acuta, quasi un grido. Mi voltai di scatto, e vidi il suo viso illuminato dal bagliore dello schermo, gli occhi spalancati, la bocca aperta.
Lo schermo mostrava una colonna di materiale incandescente che schizzava verso l'alto dalla sommità di Hekla. Non era vapore, non era gas. Era solido, frammenti di roccia e magma che venivano espulsi con una violenza improvvisa. Lapilli. Una singola esplosione di lapilli, che raggiunse un'altezza di circa duecento metri prima di ricadere lungo i fianchi del vulcano come una cascata scura.
La sala si fermò. Tutti gli occhi erano sullo schermo. Il rumore dei tasti cessò, il mormorio delle voci si spense, e per un momento ci fu solo il ronzio dei server e il battito dei nostri cuori.
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-Confermato.- disse Gunnar, la voce roca. - Esplosione di lapilli sulla sommità di Hekla. 04:47. Magnitudo dell'evento sismico associato: 2.8. Bassa. Molto bassa.-
Guardai lo schermo, aspettando. Aspettando che succedesse altro, che la colonna si allargasse, che il cratere si spalancasse, che il ruggito che conoscevamo dall'ottobre del 2028 tornasse a riempire il cielo. Era quello che mi aspettavo, quello per cui ci eravamo preparati. Hekla non dava preavviso. Hekla eruttava con la violenza di una porta che si spalanca, e chi era nei paraggi aveva meno di un'ora per scappare.
Ma non successe nulla.
La sommità di Hekla tornò scura, silenziosa, come se niente fosse accaduto. La webcam mostrò solo il profilo immobile del vulcano contro il cielo notturno, con un lieve aumento del calore superficiale nel punto dell'esplosione, un alone che si raffreddava in fretta.
-È tutto? - chiese Hanna, la voce carica di un'incredulità che era anche sollievo.
-Per ora ?.- rispose Gunnar, scuotendo la testa. - I sismografi non mostrano alcuna escalation. Tremore armonico assente. Nessun segnale di apertura di condotto. È stata una singola esplosione, probabilmente legata al rilascio di pressione nel condotto superficiale. I gas intrappolati dall'eruzione dell'anno scorso che trovano una via d'uscita. Non necessariamente il preludio di una nuova eruzione.-
Ascoltavo, ma il mio sguardo era già tornato alla mappa principale. Perché mentre Hekla aveva lanciato il suo avvertimento solitario, qualcos'altro stava accadendo a cento chilometri di distanza. Qualcosa di più silenzioso, ma forse di più pericoloso.
-Gunnar,- dissi, indicando lo schermo. -Hágönglón.-
Gunnar seguì il mio dito verso l'angolo nord-orientale della mappa, dove il lago era circondato da una costellazione di punti gialli e arancioni. Non erano i punti rossi delle scosse principali, quelli di magnitudo 5.0 e superiori, che si erano diradati dopo la migrazione verso sud. Erano punti più piccoli, più fitti, centinaia di eventi di magnitudo compresa tra 1.0 e 3.0, che si stavano accumulando come granelli di sabbia in una clessidra.
-Lo sciame minore. - disse Gunnar. - È ricominciato mezz'ora fa, dopo la pausa successiva alla sequenza principale. È denso, Sigrún. Più di trecento eventi nelle ultime due ore, concentrati in un'area di dieci chilometri quadrati intorno al lago. Profondità tra i 4 e i 7 chilometri. Frequenza: un evento ogni quindici secondi.-
Un evento ogni quindici secondi. Sentii un brivido lungo la schiena che non aveva niente a che fare con il freddo della sala. Uno sciame denso, superficiale, costante. Era il segnale che i fluidi, o il magma, o entrambi, stavano muovendosi attraverso fratture poco profonde, che la roccia si stava rompendo in modo continuo, che qualcosa dal basso stava spingendo verso l'alto con una forza costante, inarrestabile. Non era il boom di un terremoto principale e delle sue repliche. Era il mormorio di una pressione che non si fermava mai, che non dava tregua, che si accumulava come acqua dietro una diga.
-Non è finita.- dissi, e la mia voce era calma, troppo calma.
Mi alzai in piedi. Mi aggiustai gli occhiali sul naso, mi lisciai il maglione stazzonato, e parlai con la voce che usavo quando non c'erano più margini di errore.
-Dobbiamo dichiarare l'allerta rossa per gli altopiani. - dissi. - E diffondere un T-alert immediato per tutta la zona tra Hágönglón e Hekla, inclusi i percorsi escursionistici, le strade F208 e F225, e il sito di Landmannalaugar. Nessuno deve trovarsi in quell'area. Nessuno.-
-Allerta rossa - ripeté Gunnar, e il peso di quelle due parole riempì la stanza come piombo.
L'allerta rossa era il livello massimo della scala di allerta vulcanica islandese. Significava che un'eruzione era imminente o in corso, che la zona doveva essere evacuata, che la Protezione Civile doveva attivare i piani di emergenza.
Non era una decisione che si prendeva alla leggera: chiudere gli altopiani significava interrompere il turismo, isolare le comunità rurali, mobilitare risorse che il paese, già provato dalle eruzioni dell'anno precedente, stentava a sostenere.
Ma non avevo dubbi. I dati erano chiari, la sequenza era inequivocabile, lo sciame non si fermava.
-Il T-alert.- continuai. - Testo: "Allerta vulcanica rossa. Sciame sismico intenso in corso nell'area degli altopiani tra il lago Hágönglón e il vulcano Hekla. Esplosione di lapilli confermata sulla sommità di Hekla. Possibile eruzione imminente. Evacuare immediatamente la zona. Seguire le indicazioni di Almannavarnir. Non avvicinarsi agli altopiani. Strade F208 e F225 chiuse fino a nuovo ordine. Landmannalaugar chiuso."
Gunnar annuì e iniziò a digitare. Freyr prese il telefono per contattare il centro operativo di ICE-SAR. Hanna si collegò al sistema di allerta nazionale, quello che mandava i T-alert ai cellulari di tutti coloro che si trovavano nella zona a rischio, un segnale acuto, insistente, che non potevi ignorare, che ti diceva che la terra stava facendo qualcosa che non dovevi sottovalutare.
Alle 05:30, il T-alert fu diffuso. Il segnale acuto squillò sui cellulari di migliaia di persone in Islanda, svegliandole nel cuore della notte, strappandole al sonno con un messaggio che nessuno voleva leggere ma che tutti, in fondo, sapevano che sarebbe arrivato. L'allerta rossa era ufficiale. Gli altopiani erano chiusi..28Please respect copyright.PENANAU4KORZ3n8i


