Selfoss, 25 settembre 2029, ore 07:15
La jeep di Ragnar sobbalzò sull'ultimo tratto di strada prima di Selfoss, e Saga sentì ogni scossa nelle vertebre come un promemoria del fatto che il mondo stava cambiando sotto i suoi piedi. Aveva guidato per quasi due ore dal punto di osservazione sugli altopiani, due ore in cui il bagliore all’orizzonte non era mai scomparso, due ore in cui la cenere era passata da una sottile polvere sospesa a un velo sempre più fitto che i tergicristalli faticavano a spazzare via.
Le mani erano ancora fredde nonostante il riscaldamento. Le nocche bianche. La mascella serrata.
Entrò a Selfoss da sud, passando davanti al cartello che indicava la fine del villaggio macchiato di una patina grigia, come tutto il resto. La città sembrava sospesa. Poche luci accese alle finestre, ma nessuno per strada. Solo un paio di auto parcheggiate male, come se i proprietari fossero scesi di corsa e non avessero avuto tempo per pensare a dove lasciarle.
Il telefono vibrò sul sedile accanto a lei. Non lo guardò. Aveva già ricevuto quaranta messaggi dalle ultime tre ore, la maggior parte dei quali da colleghi dell'ospedale che chiedevano se fosse al sicuro, se potesse rientrare, se avesse notizie. Non aveva risposto a nessuno. Non ancora. Prima doveva prendere sua madre.
Parcheggiò davanti alla casa e per un momento rimase seduta con il motore acceso, le mani sul volante, a guardare la facciata bianca che sembrava più grigia sotto quella luce. La cenere stava già cadendo, non fitta, ma abbastanza da coprire il vialetto, da opacizzare i vetri delle finestre, da dare a tutto l'aspetto di una fotografia sbiadita.
Spense il motore. Il silenzio che ne seguì fu assordante.
Scese dalla jeep. Le scarpe affondarono nella polvere sottile che ricopriva l’asfalto, e il rumore dei suoi passi era ovattato, irreale. La porta d'ingresso era chiusa, ma non sprangata.
L'interno odorava di caffè vecchio e di qualcosa di stantio, quell'odore che si accumula quando le finestre restano chiuse troppo a lungo. Il corridoio era buio.
-Helga!- chiamò. La voce le uscì più dura di quanto volesse. Non mamma. Helga. Come se avesse bisogno di mettere distanza tra sé e il groviglio di emozioni che le stringeva il petto.
Nessuna risposta.
Attraversò il corridoio a passi lunghi, entrò in cucina. La luce era accesa, ma la stanza era vuota. Sul tavolo, una tazza di tè intatta, il vecchio radiolone acceso su RÚV che trasmetteva in loop il messaggio della Protezione Civile. La voce del conduttore era tesa, quasi rotta.
«…si raccomanda a tutti i residenti delle zone limitrofe di non uscire se non strettamente necessario. Indossare mascherine FFP3. Tenere le finestre chiuse. La cenere…»
Saga spense la radio con uno scatto secco.
-Helga!- chiamò di nuovo. Stavolta più forte.
Sentì un rumore al piano di sopra. Un passo. Un cigolio. Poi niente.
Salì le scale due alla volta, le mani che scivolavano sul corrimano di legno consumato. In cima, la porta della camera di sua madre era socchiusa, e attraverso la fessura vide Helga seduta sul bordo del letto, con le mani in grembo, il viso rivolto verso la finestra chiusa.
Non si era nemmeno vestita. Indossava ancora la vestaglia, quella blu con i fiori sbiaditi che aveva da anni, e le pantofole di feltro.
-Mamma.- Saga spinse la porta ed entrò. -Dobbiamo andare. Subito.-
Helga non si voltò. Continuò a guardare la finestra, oltre la quale il cielo era diventato un colore che non era né giorno né notte, un grigio sporco, malato, da cui filtrava a tratti un bagliore arancione.
-Non vado da nessuna parte.- disse. La voce era piatta, priva di emozione.
Saga sentì qualcosa esploderle dentro. Non era rabbia. Era qualcosa di più freddo, più calcolatore. Era la parte di lei che aveva imparato a fare diagnosi in tre minuti, a prendere decisioni in cinque secondi, a non lasciare spazio alle esitazioni quando una vita era in ballo.
-Mamma, guardami.-
Helga non si mosse.
Saga le si piantò davanti, bloccandole la vista della finestra. Si chinò, afferrandole le spalle con forza, costringendola a guardarla in faccia. La pelle di Helga era fredda sotto le sue mani, e i suoi occhi erano vitrei, persi, come se lei fosse già altrove, già assente.
-C'è un'eruzione in corso.- disse Saga, scandendo le parole come se parlasse a un bambino o a un paziente in stato di shock. -Non è come Hekla. Non è come Godabunga. È molto più grande, mamma. La cenere arriverà qui entro poche ore. Dobbiamo andare a Reykjavík, da me. O almeno a sud, lontano dalla direzione del vento.-
-Finché non finisce.-
-No. Non possiamo sapere quando finirà. Potrebbero essere settimane. Mesi.-
Helga scosse la testa, un movimento lento, quasi meccanico. -Io non me ne vado. Questa è la mia casa. Qui ci sono le cose di tuo padre. Le sue foto. I suoi vestiti. Il suo…-
-Helga.- La voce di Saga si fece più bassa, più pericolosa. -Mamma. Ascoltami. Papà è morto. Non torna indietro. E se resti qui, rischi di morire anche tu. Non per l'eruzione, non direttamente. Per la cenere. Per i polmoni che si riempiono di quella polvere velenosa. Come è successo a lui. Come è successo a tutti quelli che non se ne sono andati in tempo.-
La parola "morto" rimase sospesa nell'aria come un'offesa. Helga sussultò appena, come se fosse stata schiaffeggiata.
-Non lo dire.- mormorò.
-È la verità. È per questo che Áróra se n'è andata. È per questo che Ragnar l'ha portata via. Perché sapevano che qui non c'era più futuro. E tu lo sai. Lo sai, mamma. Lo sai nel profondo.-
Le lacrime spuntarono finalmente sugli occhi di Helga, ma non caddero. Rimasero lì, a brillare, a tremare, trattenute da una forza di volontà che Saga non riusciva a capire. O forse sì. Forse era la stessa forza che aveva tenuto sua madre in piedi durante il funerale di Einar, durante le settimane di lutto, durante le notti in cui piangeva in silenzio perché nessuno la sentisse.
-Non posso lasciarlo.- sussurrò Helga. -Non posso lasciare la sua casa.-
-Non lo stai lasciando. Lo porti con te. Dentro di te. Ovunque andrai, lui sarà lì. Ma se resti, non ci sarai più nemmeno tu. E allora chi lo ricorderà? Chi parlerà di lui? Chi terrà le sue foto, i suoi vestiti, le sue cose?-
Helga chiuse gli occhi. Le lacrime finalmente scesero, lente, calde, lungo le rughe profonde che le segnavano le guance. Il suo corpo iniziò a tremare, non per il freddo, ma per qualcosa di più intimo, più distruttivo. Era il crollo di una donna che aveva passato mesi a reggersi in piedi con la sola forza della negazione, e che ora vedeva crollare l'ultimo pilastro.
Saga la strinse a sé. Non con dolcezza. Con ferocia. Con quella brutalità che a volte è l'unica forma di amore possibile quando il tempo è scaduto.
-Piangi dopo.- disse, la voce rotta ma ferma. -Piangi in macchina. Piangi da me. Piangi per tutti i giorni che vuoi. Ma ora ci alziamo, ci vestiamo, e ce ne andiamo. Non ti chiedo il permesso. Non ti chiedo di essere d'accordo. Ti chiedo solo di muoverti.-
Helga annuì contro la sua spalla. Un movimento appena percettibile, ma sufficiente.
-Va bene.- sussurrò. -Va bene.-
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I minuti successivi furono un turbine.
Saga aiutò sua madre ad alzarsi, a togliersi la vestaglia, a infilare jeans e maglione. Le mani di Helga tremavano mentre cercava di abbottonarsi la camicia, e dopo il terzo tentativo fallito, Saga la fece sedere sul letto e lo fece lei, con gesti rapidi, efficienti, quelli che usava per vestire i pazienti in ospedale quando il tempo era una risorsa che non potevano permettersi di sprecare.
-Metti le scarpe. Quelle da ginnastica, non le pantofole.-
-Vado a prendere le foto.-
-Non c'è tempo.-
-Sono nella credenza. Ci metto un minuto.-
Saga chiuse gli occhi per un istante, contando fino a tre. Poi li riaprì. -Prendi solo quelle del comodino. Quelle della credenza le prendo io. Tu intanto fai una borsa. Documenti, medicine, vestiti pesanti. Nient'altro.-
Helga obbedì. Si mise a frugare nei cassetti con una lentezza che faceva venire i nervi, ma almeno si muoveva. Saga scese al piano di sotto, entrò in salotto, aprì la credenza. Era piena di album fotografici, vecchie lettere, oggetti senza valore che per sua madre erano tesori. Non avrebbe potuto portare tutto. Doveva scegliere.
Prese due album: quello del matrimonio dei suoi genitori e quello della loro infanzia, con le foto di lei e Áróra bambine sulla spiaggia di Reynisfjara, i capelli al vento, i sorrisi spensierati.
Il resto lo lasciò lì. Sapeva che non sarebbe tornata a prenderlo. Non presto, forse mai.
Quando risalì, Helga aveva preparato una borsa. Piccola. Troppo piccola per tutto ciò che avrebbe dovuto contenere. Ma Saga non disse nulla. Prese la borsa con una mano, afferrò sua madre per il braccio con l'altra, e la trascinò giù per le scale.
Fuori, la cenere cadeva più fitta. Il bagliore all'orizzonte era più intenso, e il vento portava con sé un odore acre, metallico, che ricordava quello dei giorni successivi all'eruzione di Hekla, ma più forte, più minaccioso. Saga aprì la portiera posteriore della jeep, fece salire sua madre, allacciò lei stessa la cintura di sicurezza perché le mani di Helga tremavano troppo.
-Resta seduta. Non guardare indietro.-
Helga non rispose. Fissava il vuoto davanti a sé, le mani intrecciate in grembo, le labbra che si muovevano in una preghiera silenziosa.
Saga salì al posto di guida, accese il motore, e partì.
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La strada per Reykjavík era un incubo.
Non perché fosse bloccata, per fortuna, la maggior parte della gente stava ancora cercando di capire cosa fare, e i convogli di evacuazione non erano ancora partiti in massa. Ma perché la cenere rendeva la visibilità quasi nulla, e i tergicristalli faticavano a tenere il passo. Ogni tanto, un cumulo di polvere grigia si sollevava dal manto stradale, avvolgendo la jeep in una nube che sembrava solida, e Saga doveva rallentare fino a quasi fermarsi, aspettando che si diradasse.
Il cielo era diventato nero. Non il nero della notte, che ha stelle e luna e una qualche promessa di luce. Era un nero opaco, denso, come se qualcuno avesse steso un lenzuolo di catrame sopra l'isola. E in mezzo a quel nero, a nord, il bagliore rosso-arancione delle fontane di lava pulsava come un cuore malato.
Helga non aveva ancora detto una parola.
Saga guidava con le mani strette sul volante, gli occhi fissi sulla striscia di asfalto che i fari faticavano a illuminare. Ogni tanto tossiva, perché la mascherina che aveva infilato prima di uscire non bastava a filtrare del tutto l'aria, e il sapore della cenere le si depositava sulla lingua come polvere di gesso.
Il telefono vibrò di nuovo. Questa volta lo guardò.
Era Áróra.
Il cuore le fece un balzo. Aprì il messaggio con una mano sola, l'altra ancora sul volante.
<<Sei al sicuro? Mamma è con te
>>
Rispose con un messaggio vocale, rapido, la voce roca.
<<Siamo in macchina. Dirette a Reykjavík. Mamma sta bene. Ti chiamo appena arrivo.>>
Non aggiunse altro. Non disse che aveva paura, che la cenere le bruciava gli occhi, che il rombo dell'eruzione lo sentiva nelle ossa anche a decine di chilometri di distanza. Non lo disse perché non voleva che Áróra si preoccupasse più del necessario, e perché in fondo, in fondo, sapeva che sua sorella aveva già abbastanza pensieri con la nuova vita in Canada.
Invece, accostò il telefono sul sedile accanto a sé e continuò a guidare.
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Reykjavík apparve dopo un'ora e mezza di guida lenta, estenuante. La città era irriconoscibile. Le luci erano accese ma sembravano soffocate, come se qualcuno avesse abbassato l'intensità di un interruttore cosmico. Le strade erano deserte, e solo ogni tanto un'altra auto incrociava la sua, fari accesi anche di giorno, procedendo con la stessa cautela di un sonnambulo.
Saga parcheggiò davanti al suo appartamento, un piccolo bilocale al terzo piano di un edificio degli anni Settanta, in un quartiere residenziale a ovest del centro. Spense il motore. Il silenzio che seguì fu rotto solo dal ticchettio della cenere che continuava a cadere sul tetto della jeep, un suono sottile, insistente, come dita che tamburellano su un tavolo.
-Non è ancora finita.- disse Helga, improvvisamente. La sua voce era piccola, fragile, quella di una bambina che ha appena capito che il mondo non è un posto sicuro.
-No.- rispose Saga. -Non è finita. Ma qui siamo più al sicuro che laggiù. Almeno per ora.-
Scese, aiutò sua madre a uscire, e la guidò verso l'ingresso. Le scale sembravano più ripide del solito, e i pianerottoli più bui, ma dopo qualche minuto erano dentro.
L'appartamento era piccolo e disordinato – Saga non era mai stata una brava padrona di casa – ma era caldo, e le finestre erano chiuse, e l'aria non sapeva di cenere. Helga si sedette sul divano, le mani ancora in grembo, lo sguardo perso nel vuoto.
Saga andò in cucina, mise su il bollitore, preparò due tazze di tè. Quando tornò, Helga non si era mossa.
-Mamma.- disse, posando la tazza sul tavolino davanti a lei. -Bevi. Ti fa bene.-
Helga obbedì meccanicamente, portando la tazza alle labbra con mani tremanti. Il vapore le appannò il viso, e per un momento, attraverso quella velatura, sembrò quasi serena.
-Sono stanca, Saga.- mormorò. -Così stanca.-
-Lo so.- Saga si sedette accanto a lei, le passò un braccio intorno alle spalle. -Ma ora sei qui. Al sicuro. E domani... domani vedremo.-
Helga annuì, appoggiando la testa sulla spalla della figlia. Fuori, la cenere continuava a cadere.
Non la pace della fine. La pace della pausa.30Please respect copyright.PENANAJJIUqdhxUd


