Il 16 ottobre 2028, il ristorante sui Navigli era un vortice di piatti che tintinnavano, voci che si mescolavano e il profumo di ragù che aleggiava come una nebbia densa.
Era mezzogiorno, l’ora di punta, e io, Alex, correvo tra i tavoli con vassoi carichi di secondi, polenta con brasato, cotolette fumanti, qualche piatto di risotto ancora caldo.
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Mentre ritiravo i primi vuoti e le formaggere ormai inutilizzate.
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Il lavoro da cameriere non era esattamente il sogno della mia vita, ma pagava le bollette e mi dava quel briciolo di stabilità che Milano, con la sua frenesia, sembrava sempre pronta a strapparmi via.
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Quel giorno, però, c’era qualcosa di diverso nell’aria. Non era solo il freddo pungente che si infilava sotto la porta ogni volta che un cliente entrava, portando con sé folate di vento che sapevano di pioggia e foglie marce.
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Era ottobre, ma sembrava già di essere vicini all'inverno.
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Mentre posavo un piatto di ossobuco su un tavolo vicino alla finestra, colsi frammenti di conversazione tra i clienti, le loro voci che si intrecciavano come fili di un arazzo. - Hai visto che freddo fa oggi? - diceva un uomo con una sciarpa di lana, sorseggiando un bicchiere di rosso. - Non è normale per ottobre.
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Hanno detto che le montagne sono già imbiancate, lassù in Valtellina. -
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La donna accanto a lui, avvolta in un cappotto verde, annuì. - Sì, mia sorella è a Bormio, dice che ha nevicato tutta la notte. Roba da matti.-
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Mi fermai un attimo, il vassoio vuoto contro il fianco, e guardai fuori dalla vetrina. Il cielo sopra i Navigli era di un grigio compatto, come una lastra di cemento, e l’acqua del canale rifletteva le luci dei lampioni, accesi già a mezzogiorno per via della penombra.
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Non era solo il freddo a colpirmi, era la sensazione che il tempo fosse fuori posto, come se l’autunno avesse deciso di cedere il passo all’inverno senza preavviso.
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Scossi la testa e tornai al lavoro, zigzagando tra i tavoli, raccogliendo piatti sporchi e rispondendo con un sorriso automatico ai “grazie” dei clienti.
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Portai una pila di piatti in cucina, dove il caos era ancora più tangibile: pentole che sbattevano, il ronzio della cappa, il cuoco che gridava ordini a un apprendista che sembrava sul punto di piangere.
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In un angolo, vicino al lavandino, c’era Yelena, la lavapiatti. I suoi capelli castani erano raccolti nel solito chignon stretto, e i suoi occhi castano chiaro, si alzarono quando mi vide entrare. Era magra, con le mani arrossate dall’acqua e dal detersivo, ma c’era una grazia nei suoi movimenti, come se ogni gesto fosse calcolato, anche mentre strofinava una padella incrostata. -Ciao,- dissi, posando i piatti accanto al lavandino. - come va?-
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Lei mi guardò, un sorriso timido che le increspava le labbra. - Va… come si dice? Normale - rispose, con quell’accento dell’Est che rendeva ogni sua parola un po’ più musicale, anche se spezzata. -Tu? Sempre correre, eh?-
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Risi, asciugandomi le mani su uno strofinaccio. - Già, sempre correre. Ma oggi è un casino, con questo freddo. Sembra inverno, no?-
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-Sì - disse, immergendo un piatto nell’acqua saponata. - Clienti parlano di neve in montagna. In Moldavia, neve così presto è normale, ma qui…strano. - Fece una pausa, come se cercasse le parole. - Mi piace, però. Freddo mi ricorda casa.-
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-Casa, eh? - dissi, appoggiandomi al bancone per un attimo. - A me il freddo ricorda solo che devo comprarmi un cappotto migliore. -
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Le feci l’occhiolino, e lei rise, un suono leggero che si perse nel rumore della cucina. -Torno di là- aggiunsi, indicando la sala con un cenno. - Ci vediamo dopo?-
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-Sì, sì - rispose, tornando ai suoi piatti. -Non scappo, sai.-
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Tornai in sala, il vassoio di nuovo pieno, questa volta con bottiglie d’acqua e cestini di pane.
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I clienti continuavano a parlare del freddo, delle montagne imbiancate, di come il tempo stesse cambiando.
Una donna con un cappello di lana, seduta vicino al bancone, disse al suo compagno -Ho letto che in Islanda c’è stato un terremoto, l’altro giorno. E ora nevica anche lì, prima del solito. Non ti sembra che il mondo stia… non so, andando fuori di testa?-
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Il suo compagno scrollò le spalle, tagliando una fetta di carne. - È il clima, no? Cambia tutto.-
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Non so perché, ma mi tornò in mente la conversazione con Yelena, due giorni prima, quando l’avevo accompagnata a casa sotto quel temporale che sembrava voler inghiottire Milano.
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Scossi la testa, però, ero solo un cameriere, non un geologo. Il mio mondo era fatto di piatti, mance e turni massacranti, non di terremoti lontani.
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Continuai a servire, portando via formaggere ormai vuote e piatti.
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Il ristorante era pieno, ma l’atmosfera era strana, come se il freddo avesse rallentato anche le conversazioni.
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Ogni tanto, guardavo fuori, verso il canale, dove l’acqua sembrava più scura, quasi minacciosa. Il freddo si insinuava sotto la porta, e anche con il riscaldamento acceso, sentivo un brivido ogni volta che passavo vicino alla vetrina.
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Tornai in cucina un’altra volta, con un’altra pila di piatti sporchi.
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Yelena era ancora lì, le mani immerse nell’acqua, il viso concentrato ma sereno.
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- Ancora piatti, eh? - disse, senza alzare lo sguardo. - Non finiscono mai.-
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-Già - risposi, posando il carico accanto a lei.
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- È una battaglia persa. Ma almeno tiene caldo, no? - Feci un sorriso, ma lei non lo vide, troppo impegnata a strofinare una pentola.
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