Il 15 ottobre 2028, la prima neve arrivò a Vík í Mýrdal come un ospite inatteso, posandosi leggera sulla spiaggia nera di Reynisfjara, dove le onde si infrangevano contro le rocce basaltiche con un ritmo lento, quasi ipnotico. Era il mio giorno di riposo, una rarità che mi concedevo solo quando Jónsson, il proprietario della fattoria, insisteva perché “riposassi quelle ossa da ragazza”. Non che riposare mi piacesse davvero; il lavoro mi teneva la mente occupata, lontana dai pensieri che, come la marea, tornavano sempre a lambirmi. Ma quel giorno, con il cielo tinto di un rosso cupo dal tramonto e i fiocchi di neve che danzavano nell’aria, decisi di camminare lungo la spiaggia, sola, con il vento che mi pizzicava le guance e il cappuccio della mia giacca di lana tirato su a proteggere i capelli ramati.
Reynisfjara era un luogo che conoscevo a memoria, eppure ogni volta mi sembrava diverso. Le colonne di basalto, alte e squadrate come se un gigante le avesse scolpite, si ergevano contro il cielo, e i faraglioni di Reynisdrangar si stagliavano in lontananza, neri e immobili, come sentinelle di un mondo dimenticato. La neve, leggera ma insistente, si posava sulla sabbia vulcanica, creando un contrasto strano, quasi surreale, tra il bianco e il nero. Mi fermai vicino a una roccia levigata dall’oceano, le mani infilate nelle tasche, e lasciai che i ricordi mi raggiungessero, come le onde che lambivano i miei stivali.
Pensai alla scuola, a quei giorni in cui ero solo una ragazza con occhi strani – uno verde, l’altro metà castano e metà azzurro – e lentiggini che sembravano attirare gli sguardi di tutti. A Vík, un villaggio di poche centinaia di anime, essere diversi non era facile. I compagni mi chiamavano “Áróra l’elfo”, per via dei miei occhi e dei capelli che sembravano rubati al fuoco. Non era cattiveria, non proprio, ma le loro risate mi pesavano, come sassi infilati nello zaino. La scuola era un edificio basso, con le pareti dipinte di bianco e il tetto rosso, dove passavo le giornate a sognare di correre e di perdermi sugli altopiani, lontano dai libri di matematica e dalle occhiate dei professori. Non ero mai stata brava a scuola, non come mia sorella maggiore, che ora viveva a Reykjavík e studiava medicina. Io preferivo la terra, le pecore, il vento che portava l’odore del mare. Ma quel giorno, con la neve che mi sfiorava il viso, mi chiesi se non avessi sbagliato a restare a Vík, a legarmi a una vita che sembrava così fragile sotto la minaccia del Katla.
Il vulcano era sempre lì, una presenza silenziosa ma incombente, nascosto sotto il ghiacciaio Mýrdalsjökull. Dopo il terremoto di due giorni prima, la paura si era insinuata nel villaggio come la neve tra le crepe delle case. E se Katla si fosse svegliato? Le storie dei vecchi, di eruzioni che avevano sepolto fattorie sotto la cenere e inondazioni glaciali che avevano spazzato via ponti, mi tornavano in mente. Cosa sarebbe stato di Vík? Della fattoria? Di me? Mi strinsi nella giacca, il freddo che mi mordeva le dita, e guardai il tramonto, un rosso così intenso che sembrava sangue versato sul mare. La neve cadeva lenta, quasi esitante, come se anche lei temesse di disturbare il silenzio.
Fu allora che sentii dei passi sulla sabbia, un suono attutito ma deciso. Mi voltai e vidi una figura avvicinarsi, il berretto verde con la visiera che spuntava dal cappuccio di una giacca scura. Era Ragnar. Lo riconobbi subito, anche se erano anni che non ci parlavamo davvero. A Vík, tutti si conoscevano, ma Ragnar era uno di quelli che sembravano esistere solo ai margini, come un’ombra che appariva e spariva. L’ultima volta che l’avevo visto, credo fosse stato al festival estivo di due anni prima, quando aveva bevuto troppa birra e aveva cantato una canzone tradizionale con una voce che aveva fatto ridere tutti. Ora, però, sembrava diverso: più magro, forse, ma con lo stesso sguardo verde e selvatico, come se appartenesse più alla terra che al villaggio.
-Áróra - disse, fermandosi a pochi passi da me. La sua voce era bassa, quasi coperta dal rumore delle onde. - Tua madre mi ha detto che eri qui. Spero non ti dispiaccia.-
Scossi la testa, un po’ sorpresa. - No, va bene. È solo… strano vederti. È da un po’. - Sorrisi, ma il freddo mi faceva tremare le labbra. - Cosa ci fai a Vík? Non sei sempre sugli altopiani a fare la guida?-
Ragnar si tolse il cappuccio, lasciando che la neve si posasse sui suoi capelli biondi. - Sì, più o meno - disse, con un mezzo sorriso. - Ma ogni tanto torno. Dovevo prendere delle cose a casa, e… beh, volevo vedere come stava il villaggio dopo il terremoto. - Si infilò le mani in tasca, guardandosi intorno. - Bella neve, eh? Non me l’aspettavo così presto.-
Già - risposi, seguendo il suo sguardo verso i faraglioni. - Sembra che l’inverno abbia fretta. - Ci fu un momento di silenzio, rotto solo dal vento e dal mare. Non era un silenzio imbarazzante, però, era come se entrambi stessimo cercando le parole giuste per riprendere un filo che si era spezzato anni fa.
-Allora, cosa fai ora? - chiese Ragnar, sedendosi su una roccia vicina. - Sempre alla fattoria di Jónsson?
Annuii, sedendomi accanto a lui. La roccia era fredda, ma il suo gesto mi fece sentire a mio agio. - Sì, riprarare recinti, spalare letame, le solite cose. Non proprio emozionante, ma mi piace. È… semplice, sai? Mi tiene con i piedi per terra. - Feci una pausa, poi lo guardai. - E tu? Sempre a portare turisti in giro per posti dove si perdono?-
Rise, un suono caldo che contrastava con il freddo. - Qualcosa del genere. Faccio la guida negli altopiani, porto gente a vedere laghi, ghiacciai, posti come Hágönglón. È bello, ma a volte mi manca Vík. Non il villaggio, intendo, ma… questo. - Indicò la spiaggia, il mare, la neve che cadeva lenta. - La quiete.-
Parlammo per un po’, raccontandoci frammenti delle nostre vite. Gli dissi della fattoria, di come le pecore fossero state irrequiete dopo il terremoto, di come mio padre controllasse le fondamenta della casa ogni sera, come se potesse impedire alla terra di muoversi di nuovo. Lui mi raccontò degli altopiani, di come il vento lì fosse diverso, più selvaggio, e di come i turisti tedeschi gli facessero sempre le stesse domande sui vulcani. Era strano, ma parlare con Ragnar mi faceva sentire come se il tempo non fosse passato, come se fossimo ancora due ragazzi che si incrociavano al negozio del villaggio, scambiandosi un cenno e poco più.
Poi, quasi di sfuggita, Ragnar disse: - A proposito del terremoto… hai sentito di Hekla?-
Lo guardai, confusa, con la neve che mi si posava sulle ciglia. - Hekla? Intendi Katla, no?-
Scosse la testa, aggiustandosi il berretto. - No, Hekla. Dicono che il terremoto sia partito da lì, dalla sua camera magmatica. L’ho sentito alla radio ieri. Stanno monitorando, pare sia una cosa seria.-
Rimasi in silenzio, cercando di processare le sue parole. Katla era il mostro che conoscevamo tutti a Vík, quello di cui parlavano i vecchi, quello che ci teneva svegli la notte. Ma Hekla? Non ci avevo mai pensato davvero. - Non lo sapevo - dissi piano, la voce quasi persa nel vento. - Pensavo fosse Katla. Tutti qui pensano a Katla. -
Lo so - disse Ragnar, con un sorriso storto. - Ma Hekla è un altro tipo di bestia. Erutta più spesso, sai? L’ultima volta è stata nel 2000, credo. Non dà molto preavviso, a quanto pare. Ma non ti preoccupare, non è che esplode domani. - Fece una pausa, poi aggiunse: - Comunque, è strano. Due giorni fa, a Hágönglón, ho trovato un campo geotermale che non c’era l’estate scorsa. Pozze di fango bollente, zolfo ovunque, e l’acqua del lago ribolliva. Mai visto niente del genere. -
-Davvero? - chiesi, stringendomi nella giacca. - Pensi sia collegato al terremoto?
Ragnar scrollò le spalle. - Non lo so. È lontano da Hekla, ma… la terra qui fa quello che vuole, no? Magari è solo una coincidenza. - Mi guardò, i suoi occhi verdi che sembravano riflettere il rosso del tramonto. - E tu? Come stai dopo il terremoto? Tua madre sembrava preoccupata quando sono passato da casa vostra. -
Sto bene - dissi, anche se non era del tutto vero. - È solo che… non so, Ragnar. Se Katla si sveglia, o ora anche Hekla… cosa facciamo? Vík è casa, ma a volte mi sembra che stiamo vivendo sul bordo di qualcosa che non possiamo controllare.-
Lui annuì, come se capisse esattamente cosa intendevo. - Già. Ma sai, l’Islanda è così. È sempre stata così. La terra trema, i vulcani sputano fuoco, e noi… ci adattiamo. È quello che facciamo. - Si alzò, spazzando via la neve dai jeans. - Vieni, ti accompagno a casa. Sta diventando freddo.-
Camminammo lungo la spiaggia, la neve che cadeva lenta e il tramonto che svaniva in un grigio scuro. Non parlammo molto, ma non ce n’era bisogno. Era bello, in un modo semplice, avere Ragnar accanto, come un pezzo di Vík che non vedevo da troppo tempo. Mentre ci avvicinavamo al villaggio, con le luci delle case che brillavano fioche tra la neve, pensai che forse, nonostante tutto, c’era ancora spazio per sperare, anche con la terra che tremava sotto di noi.
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