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Era il 16 ottobre 2028, metà pomeriggio, e il sole basso sull’orizzonte tingeva Vík í Mýrdal di un arancione pallido, quasi spento, come se anche lui fosse stanco dopo la neve anticipata del giorno prima. Ero a casa mia, una piccola costruzione di legno e lamiera al confine del villaggio, dove l’odore di muschio e salsedine si mescolava a quello dell’olio che usavo per le mie attrezzature. Stavo mettendo a posto il mio zaino da guida con corde, piccozze, un GPS portatile, una bussola che non usavo quasi mai ma che tenevo per scaramanzia, quando il silenzio fu spezzato da un suono acuto, insistente, che mi fece sobbalzare. Era il t-alert, il segnale di emergenza nazionale che arrivava sul mio cellulare, quello che usava la protezione civile per avvisare di terremoti, tempeste o, peggio, vulcani.
Presi il telefono dal tavolo, un vecchio modello ammaccato che resisteva a tutto, e lessi il messaggio sullo schermo: “ALLERTA VULCANICA – HEKLA. Eruzione confermata alle 15:47. Evitare aree a rischio. Seguire le indicazioni di Almannavarnir. Possibili inondazioni glaciali. Restare aggiornati su SafeTravel.is.” Seguivano raccomandazioni standard: evitare le zone vicine al vulcano, controllare le vie di fuga, tenere pronte scorte d’acqua e cibo. Il mio cuore accelerò, non per paura, ma per una specie di eccitazione selvaggia. Hekla si era svegliato. La “Porta dell’Inferno”, come la chiamavano i vecchi, aveva aperto gli occhi.
Mi fermai, le mani ancora infilate in una corda mezza arrotolata, e pensai. Due giorni prima, a Hágönglón, avevo visto quel campo geotermale apparso dal nulla, con le pozze di fango bollente e l’acqua del lago che ribolliva come se la terra stesse respirando. E ieri, sulla spiaggia di Reynisfjara, avevo detto ad Áróra che il terremoto veniva da Hekla, non da Katla. Ora, il vulcano aveva deciso di parlare. Una parte di me, quella che passava le giornate negli altopiani a inseguire il vento e le storie della terra, voleva vederlo. Non da lontano, non al telegiornale, ma con i miei occhi. Era una follia, lo sapevo, ma l’Islanda mi aveva cresciuto così: un po’ pazzo, un po’ legato alla terra come un albero alle sue radici.
Posai la corda e guardai fuori dalla finestra. Vík era tranquilla, troppo tranquilla, con la neve leggera che ancora copriva i tetti e le strade.
Pensai ad Áróra, la ragazza con i capelli color rame e gli occhi che sembravano rubati a un sogno. L’avevo vista ieri, sulla spiaggia, e avevamo parlato come se il tempo non ci avesse mai separati. Se c’era qualcuno che poteva capire il mio bisogno di vedere Hekla, era lei. Presi la giacca, il berretto verde con la visiera e uscii, diretto a casa sua.
Il vento mi colpì il viso mentre camminavo per le stradine di Vík, le case basse e colorate che sembravano aggrapparsi al terreno per non essere spazzate via. La casa di Áróra era a pochi minuti, un edificio di legno bianco con il tetto rosso, come tante altre. Bussai, e fu sua madre ad aprire, una donna con i capelli grigi e un’espressione che era già un misto di preoccupazione e rassegnazione. - Ragnar - disse, asciugandosi le mani su un grembiule. - Hai sentito l’allerta?
- Sì - risposi, infilando le mani in tasca per scaldarle. - Áróra è in casa? -
- È in camera sua - disse, facendomi entrare.
- Voglio solo parlarle - dissi, cercando di sembrare più tranquillo di quanto fossi.
-Sali pure. - mi invitò.
Mi fece un cenno, e salii le scale verso la stanza di Áróra.
Bussai piano, e la sua voce, un po’ sorpresa, rispose: - Avanti. - Entrai, trovandola seduta sul letto, con un libro aperto sulle ginocchia e i capelli color rame sciolti, che le cadevano sulle spalle come una cascata di fuoco. I suoi occhi, uno verde, l’altro metà castano e metà azzurro, si alzarono su di me, e un sorriso timido le increspò le labbra. - Ragnar? Che ci fai qui?
- Hai visto l’allerta? - chiesi, sedendomi su una sedia vicino alla finestra. - Hekla. È esploso, o almeno così dicono.
Lei annuì, posando il libro. - L’ho appena letto sul telefono. I miei sono già in modalità panico. Mio padre sta controllando le scorte d’acqua, come se ci fosse un’inondazione in arrivo. - Fece una pausa, poi mi guardò. - Tu che vuoi fare? Non dirmi che stai pensando di andare a vedere.
Risi, ma era una risata nervosa. - Colpevole - dissi, aggiustandomi il berretto. - Voglio andare a Hekla. Non troppo vicino, chiaro, ma abbastanza da vedere… non so, la lava, il fumo, qualcosa. È una follia, lo so, ma è più forte di me. E pensavo… - Esitai, cercando le parole. - Pensavo che magari ti andrebbe di venire con me.
Áróra spalancò gli occhi, e per un momento pensai che mi avrebbe mandato al diavolo. Ma poi, lentamente, un sorriso diverso, più deciso, le comparve sul viso. - Sei pazzo, Ragnar. - disse, ma c’era una scintilla nei suoi occhi, come se una parte di lei volesse essere trascinata in quella follia. - E come ci andiamo? Non è che possiamo semplicemente camminare fino a Hekla. -
- Ho la jeep - risposi. - E conosco un percorso sicuro. Più o meno. -
Le spiegai l’idea: prendere la strada F225 verso Landmannalaugar, una delle vie più sicure per avvicinarsi a Hekla senza finire in zone a rischio. La F225, una pista sterrata che attraversava gli altopiani, era accidentata ma fattibile con la mia jeep, una Toyota Land Cruiser che aveva visto più fango che asfalto. - Passeremo per i campi di lava di Eldhraun, poi lungo il fiume Skaftá - dissi, tracciando il percorso con il dito su una mappa immaginaria. - Eviteremo le aree sotto il ghiacciaio, dove potrebbero esserci jökulhlaup, le inondazioni glaciali. La protezione civile ha chiuso le zone più vicine al vulcano, ma da Landmannalaugar possiamo avere una visuale decente senza rischiare troppo.
Áróra mi ascoltava, le lentiggini che sembravano danzare sul suo viso mentre ci pensava. - E se diventa pericoloso? - chiese. - Non voglio finire come uno di quei turisti che ignorano gli avvisi e poi devono essere salvati da ICE-SAR.
- Non succederà - dissi, anche se una piccola parte di me non ne era del tutto sicura. - Seguiremo le indicazioni di SafeTravel e staremo lontani dalle zone rosse. Solo… voglio vedere, Áróra. Voglio capire cosa sta succedendo. E credo che lo voglia anche tu.
Lei rimase in silenzio per un lungo momento, poi si alzò, infilandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio. - Dammi cinque minuti per prendere la giacca e parlare con i miei - disse. - Ma se finiamo nei guai, ti uccido.
Scese al piano di sotto, e sentii la sua voce mescolarsi a quella dei suoi genitori. Non era una discussione tranquilla. Sua madre era preoccupata, continuava a ripetere che era una follia, che Hekla non era un gioco. Suo padre, più pratico, chiese dettagli sul percorso, sulla jeep, sulle scorte. - Avete acqua? Cibo? Una radio? - disse, la voce che rimbombava fino a me.
Áróra rispose con calma, spiegando che saremmo stati prudenti, che avremmo seguito le linee guida di Almannavarnir. Alla fine, dopo un lungo scambio, i suoi genitori cedettero, ma non senza raccomandazioni. - Tornate prima che faccia buio - disse sua madre. - E tenete il telefono acceso. Se succede qualcosa, chiamate subito.
Áróra tornò su, con la giacca di lana verde e uno zaino sulle spalle. - Ok - disse, con un sorriso che era metà eccitazione, metà paura. - Andiamo.
Uscimmo di casa, la neve che scricchiolava sotto i nostri stivali. La mia jeep era parcheggiata poco lontano, carica di attrezzature e con un pieno di benzina fatto il giorno prima. Controllai il GPS e la radio, assicurandomi che tutto funzionasse. - Pronta? - chiesi, guardandola mentre saliva sul sedile del passeggero.
- Non proprio - rispose, ma il suo sorriso diceva il contrario. - Andiamo, prima che cambi idea.
Misi in moto, e il rombo del motore spezzò il silenzio di Vík. Mentre guidavo verso la F225, con la neve che cadeva leggera sul parabrezza, sentivo l’adrenalina scorrermi nelle vene. Hekla ci stava chiamando, e noi, come due pazzi, stavamo rispondendo.
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