23 giugno 2029
L'aereo atterrò a Chișinău alle quattordici e ventisette, con diciassette minuti di ritardo sulla tabella di marcia. Dal finestrino vedevo una distesa di edifici grigi, blocchi di cemento che sembravano usciti da un'altra epoca, e un cielo così basso e pesante che mi chiesi se avrebbe retto fino a sera senza scaricare tutto il suo peso sulla terra. Non pioveva ancora, ma l'aria era quella di chi trattiene il respiro prima di un urlo. Le nuvole formavano banchi compatti, grigio scuro verso l'orizzonte, più chiari sopra di noi, come se il cielo fosse stato diviso in strati da un pittore distratto.
Presi il mio zaino e scesi le scale dell'aereo direttamente sulla pista. Niente finger gate, niente tunnel telescopici, solo metallo freddo sotto le scarpe e l'umidità che mi entrava nei polmoni come un avvertimento. Questo era il posto da cui veniva Yelena. Queste strade, questo cielo, questa terra che adesso calpestavo con le mie scarpe troppo nuove, troppo italiani, troppo fuori posto. Il vento che soffiava da nord portava con sé un odore di erba bagnata e terra smossa, e qualcosa d'altro che non riuscivo a identificare, forse i campi che si stendevano oltre i confini della città.
Il viaggio era durato trentadue ore. Trentadue ore da quando avevo lasciato San Martino di Castrozza. Le luci al neon ronzavano sopra la mia testa mentre trascinavo il mio trolley verso il banco del check-in, e l'impiegata dietro il vetro mi aveva guardato con gli occhi di chi ha visto troppi passeggeri stanchi per potersi sorprendere di qualcosa.
Il primo volo, Verona-Bucarest, era stato un volo regionale su un aereo così piccolo che potevo quasi contare i rivetti sulle ali. Due ore e mezza di turbolenza leggera e niente da mangiare. Accanto a me sedeva un uomo d'affari rumeno che passò tutto il volo a battere su un portatile con fare frenetico, ignorandomi completamente. Io guardavo fuori dal finestrino, dove le Alpi si stendevano come una spina dorsale bianca e azzurra, e pensavo a Yelena. Sempre a Yelena. Il suo viso mi appariva ogni volta che chiudevo gli occhi.
Poi Bucarest. Otopeni. L'aeroporto Henri Coandă, intitolato a quell'ingegnere che aveva inventato qualcosa che non ricordavo, in un paese di cui non sapevo nulla se non che era stato governato da governo che aveva vietato le lavastoviglie e fatto abbattere quartieri interi per costruire un palazzo più grande di Versailles. L'aeroporto era grande, impersonale, con soffitti alti e pavimenti lucidi che riflettevano le luci al neon in un bagliore continuo che dava fastidio agli occhi. C'erano negozi con vetrine piene di alcolici e profumi, ristoranti con prezzi esorbitanti e panini che sembravano essere lì dalla caduta del comunismo, e file di persone che aspettavano davanti agli sportelli delle compagnie aeree con l'aria rassegnata di chi ha già subito troppi ritardi per potersi arrabbiare ancora.
Non dormivo da trentasei ore quando trovai una panca libera nella sala d'attesa del terminal 2, in un angolo riparato dalle correnti d'aria che arrivavano dalle porte automatiche. Mi sedetti, appoggiai la testa contro il muro freddo, e chiusi gli occhi solo per un momento. Il rumore di fondo di annunci all'altoparlante in rumeno e inglese, il tramestio dei bagagli, le voci dei passeggeri che parlavano in lingue che non riconoscevo, mi sembrava lontano, ovattato, come se arrivasse da un'altra stanza. Il mio corpo pesava come piombo, e ogni muscolo chiedeva riposo con un'urgenza che non potevo ignorare.
Mi addormentai con lo zaino sotto la testa e la mano sinistra ancora stretta intorno al manico del trolley. Sognai, anche se dopo non avrei saputo dire cosa. Frammenti di immagini, forse Yelena. Ma erano sogni sfocati, inafferrabili, che scivolavano via come sabbia tra le dita non appena cercavo di trattenerli.
-Scusi, signore. Signore.-
Mi svegliai con una mano sulla spalla e un agente della sicurezza che mi guardava con un misto di noia e sospetto. Indossava un'uniforme blu scuro con una targhetta che non riuscii a leggere, e aveva la faccia di chi ha passato troppe notti a girare per aeroporti vuoti per potersi sorprendere di trovare uomini addormentati sulle panche. Borbottai qualcosa in italiano, poi mi ricordai dove fossi e provai con l'inglese.
-I'm sorry. I was waiting for my flight.-
Lui fece un cenno verso l'orologio a muro, un quadrante bianco con numeri neri che sembrava essere lì dai tempi della Guerra Fredda. -Your flight to Chișinău. Boarding in forty minutes. Terminal 1, gate 7.-
Lo ringrazai con un cenno del capo e mi alzai, sentendo le articolazioni che scricchiolavano in segno di protesta. Avevo dormito quattro ore, forse qualcosa di più, e mi sentivo ancora più stanco di prima. Il sonno sugli aeroporti non era vero sonno, era una specie di coma superficiale, un'assenza temporanea che non riparava a nulla. Mi lavai la faccia in un bagno che aveva visto giorni migliori, con specchi macchiati e rubinetti che perdevano, e mangiai un panino così gommoso che avrei potuto usarlo per tappare una falla in una barca. Il caffè della macchinetta era un liquido nero e amaro che mi bruciò la gola, ma almeno mi aiutò a svegliarmi un po'.
Il volo per Chișinău fu più breve, appena un'ora e venti, ma fu lì che l'ansia cominciò a salirmi lungo la schiena come un'edera velenosa. Guardavo le nuvole sotto di noi, banchi compatti, bianchi e grigi, che nascondevano la terra come un lenzuolo, e pensavo a Yelena. E adesso stavo per atterrare nel suo paese, nella sua regione, pronto a bussare alla sua porta come un pazzo che non accetta di essere stato dimenticato.
Ma non era questo. Non poteva essere questo. Qualcosa era successo. Qualcosa di grave. La Yelena che conoscevo non avrebbe mai smesso di rispondere senza una ragione. La Yelena che mi aveva tenuto la mano nel cuore della notte a Val di Canzoi. Quella Yelena non poteva sparire così, senza una spiegazione, senza un addio.
O forse poteva. Forse non la conoscevo affatto. Forse avevo costruito un'immagine di lei che corrispondeva a ciò che volevo vedere, non a ciò che era davvero. Erano stati solo pochi mesi, in fondo. Una stagione. Un inverno. Non bastava per conoscere qualcuno davvero. Non bastava per capire cosa si nascondesse dietro quegli occhi scuri che a volte sembravano custodire segreti che non avrebbe mai condiviso con nessuno.
L'attraversamento della frontiera fu più semplice del previsto. Il passaporto italiano apriva porte, e dopo qualche domanda di routine sul motivo del viaggio, "turismo" dissi, perché "cerco una donna che potrebbe essere incinta di mio figlio" sembrava una frase da film drammatico degli anni Cinquanta, mi trovai fuori dall'aeroporto, in piedi sotto una tettoia di metallo, a chiedermi che diavolo fare dopo.
L'aria di Chișinău era diversa da quella di Bucarest. Più umida, più pesante, carica di un odore di terra e vegetazione che mi ricordava le campagne venete dove ero cresciuto, ma con qualcosa di diverso, un fondo di erbe aromatiche, di fiori che non sapevo riconoscere, di un verde più intenso che sembrava permeare ogni cosa. C'erano taxi in fila davanti all'uscita, auto bianche con insegne scassate e conducenti che fumavano appoggiati agli sportelli aperti, guardando i passeggeri che uscivano con occhi calcolatori. Mi avvicinai al primo della fila, un uomo sulla cinquantina con i baffi grigi e un berretto di lana nonostante il clima mite.
-Stazione dei treni?- chiesi. -Train station?-
Lui annuì, fece un gesto verso il bagagliaio, e io caricai il mio trolley mentre lui prendeva posto al volante. L'interno dell'auto odorava di tabacco e deodorante per ambienti al pino. Partimmo con uno scossone, e io mi aggrappai al sedile mentre l'auto si immetteva nel traffico caotico di Chișinău.
La città mi scorreva davanti agli occhi come un film in bianco e nero, edifici grigi con finestre piccole, palazzi più moderni intrufolati tra i blocchi sovietici, chiese con cupole dorate che brillavano nonostante il cielo coperto. C'erano donne che camminavano sui marciapiedi con borse della spesa e foulard in testa, uomini che bevevano caffè fuori dai bar guardando passare le auto, bambini che correvano in parchetti spelacchiati con altalene arrugginite. Tutto sembrava muoversi a una velocità diversa da quella a cui ero abituato, più lento, più rilassato, ma con una sottotrama di qualcosa che non riuscivo a definire. Malinconia, forse. O rassegnazione. O semplicemente il passo di chi sa che non c'è fretta, perché tanto la vita non cambia comunque.
Il tassista cercò di attaccare botta, in un inglese stentato che faceva fatica a capire. -Prima volta Moldova?- mi chiese, e quando annuii sorrise mostrando denti ingialliti dalla nicotina.- Bella paese. Povera, ma bella. Brava gente. Tu italiano?-
-Sì. Italiano.-
-Italia bella. Vorrei andare Italia. Roma, Venezia, Firenze.- Sospirò, come se stesse parlando di un paradiso irraggiungibile. -Ma Moldova mia casa. Mia famiglia qui. Non posso lasciare.-
Non dissi nulla. In quel momento pensavo solo a Yelena, e al fatto che lei quella casa l'aveva lasciata. Era partita per l'Italia, per Milano, per un lavoro come cameriera in un ristorante di quartiere, e aveva attraversato l'Europa da sola con nient'altro che una valigia e un numero di telefono. Giovane e coraggiosa, o giovane e disperata, due cose che spesso si assomigliano.
La stazione di Chișinău era un edificio bianco e beige con colonne che un tempo dovevano essere state eleganti, ma che adesso mostravano crepe e macchie di umidità. L'interno puzzava di sudore e sigarette, nonostante i cartelli che vietavano di fumare, e c'erano piccioni che camminavano impettiti tra i piedi dei viaggiatori come se fossero i padroni del luogo. C'era una fila di sportelli con impiegati che sembravano tutti quanti annoiati a morte, seduti dietro vetrine sporche con pile di biglietti e orari che nessuno guardava. Mi ci volle quasi mezz'ora per capire quale fosse lo sportello giusto per i biglietti regionali, e quando finalmente riuscii a comunicare con la donna dietro il vetro con un misto di inglese, italiano, e gesti che speravo fossero universali scoprii che il prossimo treno per Bălți, la città più vicina a Glodești, partiva tra quaranta minuti.
Comprai il biglietto e mi sedetti su una panchina di legno che doveva essere vecchia quanto la stazione. Il legno era consumato da generazioni di viaggiatori, liscio in certi punti, scheggiato in altri. Intorno a me c'erano famiglie con bambini che correvano urlando tra le colonne, uomini con valigie di pelle consumata che parlavano a voce alta in una lingua che non capivo, una vecchia con un fazzoletto in testa che stringeva una borsa di plastica come se contenesse oro. Mi sentii improvvisamente, terribilmente solo. Era la stessa solitudine che avevo provato a Milano dopo che Yelena se n'era andata, quella sensazione di essere diventato trasparente, di attraversare il mondo senza che nessuno mi vedesse davvero. Forse era questo che si provava a essere stranieri in un paese straniero, un'assenza di peso, un'assenza di consistenza, come se si esistesse solo per metà.
Il treno arrivò con un fischio lacerante e uno stridore di freni che faceva pensare a una bestia riluttante. Era un convoglio di tre carrozze, dipinte in un blu che doveva essere stato vivace dieci anni prima e che adesso era sbiadito in un grigio acquoso, con finestrini che sembravano non essere stati lavati da altrettanto tempo. Salii e trovai un posto accanto al finestrino. Il vagone era mezzo vuoto, e l'unico altro passeggero nel mio scompartimento era un uomo sulla cinquantina che leggeva un giornale scritto in cirillico e che non alzò mai lo sguardo. I sedili erano di velluto verde, consumato e macchiato in più punti, con l'imbottitura che affiorava in alcuni angoli come erba tra le pietre di un patio.
Il treno si mosse con uno scossone, e lentamente Chișinău cominciò a scivolare via. I palazzi sovietici lasciarono il posto a case basse con tetti di lamiera, poi a campi aperti che si stendevano a perdita d'occhio. Il paesaggio era piatto, interrotto solo da qualche collina lontana e da gruppi di alberi che sembravano messi lì per caso, come se Dio avesse dimenticato di finire il lavoro. C'erano vigneti che si allungavano in file ordinate verso l'orizzonte, e campi di girasoli che cominciavano appena a sbocciare, i loro petali gialli macchie di colore contro il verde scuro degli steli. Ogni tanto appariva un villaggio, un gruppo di case bianche con tetti rossi, una chiesa con la cupola a cipolla, un mercato all'aperto con ombrelloni scoloriti, e poi di nuovo la campagna, vuota e silenziosa.
Guardavo tutto questo e pensavo: lei è cresciuta qui. Lei ha guardato questi stessi campi dalla finestra della sua stanza da bambina. Lei ha camminato su queste strade polverose con sua madre che le teneva la mano. Lei è diventata la donna che ho conosciuto in un ristorante di Milano in questo stesso suolo che adesso mi scorre davanti agli occhi. Provai una sensazione strana, un misto di meraviglia e malinconia, come se stessi vedendo qualcosa che non avrei dovuto vedere, i ricordi di un'altra persona, la storia di una vita che non mi apparteneva.
Il viaggio durò quasi tre ore, con fermate in stazioni che sembravano tutte uguali, piccoli edifici scrostati, binari arrugginiti, contadini che salivano e scendevano con ceste di verdure e animali vivi.
A ogni fermata controllavo l'ora sul telefono, calcolando quanto mancava ancora, preparandomi mentalmente a ciò che avrei trovato. O a ciò che non avrei trovato. Le nuvole si facevano sempre più scure, e il cielo sembrava sul punto di scoppiare da un momento all'altro. Sentivo l'elettricità nell'aria, quella sensazione di pelle d'oca che precede un temporale estivo, e mi chiesi se sarei arrivato a destinazione prima che il cielo si aprisse.
Bălți era più grande di quanto mi aspettassi, una vera città con palazzi di diversi piani e traffico che si muoveva lento ma costante. C'erano negozi con insegne scintillanti, bar con tavolini all'aperto, e una piazza centrale con una fontana che zampillava acqua in un arco elegante.
Scesi dal treno con le gambe indolenzite e mi guardai intorno, cercando di capire dove fosse la fermata degli autobus per Glodești. La stazione era affollata di gente che correva in tutte le direzioni, e mi ci volle un quarto d'ora e tre conversazioni fallite prima di trovare un ragazzo che parlava un inglese decente e mi indicò la direzione giusta.
-Per Glodești, autobus partenza ogni ora. Ma oggi forse ritardo perché strada in costruzione. Chiedi all'autista, lui sa.-
Lo ringraziai e mi incamminai verso la fermata, che era poco più di una pensilina di metallo accanto a un parcheggio di terra battuta.
C'erano altre persone in attesa, una donna con due bambini piccoli, un anziano con un bastone, un gruppo di adolescenti che parlavano e ridevano tra loro. Mi sedetti su una panchina di cemento e aspettai, osservando il cielo che si faceva sempre più scuro, ascoltando il brontolio lontano del tuono che si avvicinava.
L'autobus arrivò quaranta minuti dopo. La carrozzeria era ammaccata in più punti, i finestrini erano coperti da un sottile strato di polvere.
Salii a bordo, pagai al conducente una somma che non capii, banconote moldave che avevo prelevato a un bancomat dell'aeroporto, colori vivaci con numeri che non significavano nulla per me, e mi sedetti in fondo, dove il sedile era meno sfondato.
Il viaggio da Bălți a Glodești fu più breve, circa un'ora attraverso campagne che diventavano sempre più rurali, sempre più tranquille. I campi coltivati si alternavano a pascoli dove mucche dal mantello marrone pascolavano senza fretta, e ogni tanto apparivano case isolate, basse e bianche, con orti ben curati e recinti di legno che delimitavano proprietà piccole e grandi.
C'erano fili del bucato con vestiti che sventolavano nel vento che precedeva la pioggia, e cani che abbaiavano al passaggio dell'autobus, e uccelli che volavano bassi, cercando riparo prima del temporale.
Glodești si rivelò un piccolo centro con un mercato all'aperto, una chiesa ortodossa con la cupola dorata che brillava nonostante il cielo coperto, e una stazione degli autobus che era poco più di uno spiazzo polveroso.
Scesi e mi guardai intorno, cercando di orientarmi con la mappa che avevo scaricato sul telefono.26Please respect copyright.PENANAdvkjMYCKR1
era altri quindici chilometri a ovest, e c'era un autobus locale che ci arrivava, ma non prima di un'ora. Avrei potuto prendere un taxi, ma non c'era nessun taxi in vista. Così mi sedetti su una panchina all'ombra di un albero spelacchiato e aspettai, guardando la gente che passava e chiedendomi se qualcuno di loro conoscesse Yelena, se l'avesse vista crescere, se sapesse dov'era la sua casa.
L'autobus per Corbeni arrivò puntuale, se si poteva chiamare puntuale un veicolo che comparve dal nulla senza orario visibile.
Salii a bordo con altri tre passeggeri, una donna anziana con un fagotto tra le braccia che mi guardò con curiosità aperta, un ragazzo con le cuffie nelle orecchie che non mi degnò di uno sguardo, e un uomo di mezz'età che puzzava di alcol e tabacco e che borbottava tra sé in una lingua incomprensibile.
Il tragitto fu lento, su una strada che alternava asfalto crepato e terra battuta, attraverso un paesaggio che diventava sempre più verde, più collinoso, più bello in un modo rustico che non mi aspettavo.
Quando l'autobus si fermò a Corbeni, scesi e mi trovai immerso in un silenzio che quasi mi spaventò. Dopo le settimane al rifugio in mezzo ai monti avrei dovuto essere abituato al silenzio, ma questo era diverso. Era un silenzio rurale, fatto di vento tra le foglie e uccelli lontani e il muggito di una mucca che non vedevo.
Era un silenzio che sembrava avere una sua consistenza, una sua presenza, come se fosse fatto di strati sovrapposti di giorni e anni e secoli di vite vissute in quel luogo.
Corbeni era un villaggio sparso, case basse lungo strade di terra, orti e campi che si stendevano verso le colline boscose all'orizzonte. Il fiume Prut scorreva poco lontano, lo sapevo perché l'avevo letto sulla mappa, e l'aria aveva un odore di erba tagliata e terra umida.
Il cielo era ancora carico di nuvole, e il temporale che minacciava da ore sembrava finalmente prossimo a esplodere.
Sentii le prime gocce sul viso, fredde, pesanti, isolate, mentre mi incamminavo verso il centro del villaggio, ammesso che esistesse un centro in un luogo così disperso.
Non sapevo dove abitasse Yelena. Non sapevo quasi nulla della sua famiglia a parte che il padre era mancato quando lei era ancora bambina.
Ed era poco, pochissimo, per trovare qualcuno in un paese di cui non parlavo la lingua.
Cominciai a camminare, fermando chiunque incrociassi per chiedere. "Excuse me, I'm looking for Yelena. Yelena Popa. Do you know where she lives?"
La maggior parte della gente mi guardava come se fossi pazzo, o semplicemente non capiva. Alcuni scuotevano la testa e si allontanavano in fretta, come se avessi chiesto qualcosa di pericoloso. Altri provavano a rispondere in un misto di rumeno e russo che mi era incomprensibile, gesticolando in direzioni che non riuscivo a interpretare.
La pioggia cominciò a cadere più forte, e mi riparai sotto la gronda di una casa abbandonata, osservando le gocce che disegnavano righe scure sulla terra battuta della strada, che trasformavano la polvere in fango sotto i miei piedi.
Fu lì che vidi la donna. Avrà avuto sessant'anni, con un fazzoletto legato intorno alla testa e un grembiule macchiato di terra sopra un vestito nero che doveva essere il suo abito da tutti i giorni. Stava uscendo da una casa poco lontano con una cesta di mele tra le braccia, e si muoveva con quella calma che hanno le persone che non hanno mai avuto fretta in vita loro.
Mi avvicinai, ignorando la pioggia che mi bagnava i capelli, che mi incollava la camicia alla schiena, che mi faceva rabbrividire.
-Scusi - excuse me - sto cercando Yelena Popa. Abita qui? Do you know her?-
La donna mi guardò con occhi piccoli e vivaci, studiandomi dalla testa ai piedi come per valutare quanto valesse la pena parlarmi. Potevo immaginare cosa vedesse, un uomo stanco, bagnato fradicio, con abiti che non appartenevano a quel luogo, che parlava una lingua che non era la sua.
Ma c'era anche qualcos'altro nel suo sguardo, una curiosità che non era ostilità, un interesse che sembrava genuino. Poi disse qualcosa in rumeno che non capii, parole veloci che si rincorrevano come uccelli spaventati, e io ripetei il nome, più lentamente, scandendo le sillabe come se questo potesse aiutare.
-Yelena. Popa. Capelli scuri. Occhi scuri. Ventitré anni circa. Abita qui a Corbeni.-
La donna aggrottò le sopracciglia, poi i suoi occhi si illuminarono come se avesse riconosciuto qualcosa. - Ah, Yelena! Yelena lui Grigore?- Fece un gesto con la mano libera, indicando una direzione dietro di me, verso le colline che si intravedevano tra le case. -Sus, sus pe deal. Casa cu poartă verde. Green gate. Green gate.-
Non capii tutto, ma "green gate" fu sufficiente. Il cancello verde. Annuii vigorosamente, e la ringraziai con un -Mulțumesc. - che suonò stentato alle mie orecchie, una parola sola in un mare di silenzio. Lei sorrise, mostrando denti bianchi e dritti nonostante l'età, e mi fece un cenno di incoraggiamento con la testa.
Mi incamminai nella direzione che mi aveva indicato, con la pioggia che adesso cadeva fitta, che mi scorreva sul viso in rivoli freddi, che mi inzuppava i vestiti fino alla pelle. Non avevo ombrello né giacca impermeabile, solo una felpa leggera che si era bevuta l'acqua come una spugna e che adesso pesava il doppio. Ma non mi importava. Ero vicino. Potevo sentirlo, come si sente l'avvicinarsi di una tempesta nell'aria, come si sente il cambiamento di pressione nelle ossa. Ero vicino a lei. Dopo dopo tutto ciò che avevo passato per arrivare fin lì.
La strada saliva leggermente verso un gruppo di case sparse tra alberi da frutto e orti ben curati. C'erano meli e peri che fiancheggiavano il sentiero, con frutti verdi ancora troppo acerbi per essere colti, e viti che si arrampicavano su pergolati di legno.
L'aria odorava di pioggia e terra e foglie bagnate, e da qualche parte, in lontananza, sentii il canto di un gallo che sembrava sfidare il temporale.
Cercai un cancello verde, cercando di non inciampare nel fango che si formava sotto i miei passi, e lo trovai dopo cinque minuti di cammino, un cancello di metallo dipinto di un verde scrostato, con rampicanti che crescevano lungo i lati e fiori viola che sbucavano tra le foglie.
La casa oltre il cancello era bassa e bianca, con un tetto di tegole rosse che sembravano essere state sostituite di recente, e finestre piccole con tendine di pizzo che guardavano su un giardino pieno di fiori che non sapevo riconoscere.
C'erano rose lungo il vialetto, e dalie in vasi di terracotta, e qualcosa che assomigliava a lavanda in un angolo riparato.
Mi fermai davanti al cancello. La pioggia mi scorreva sul viso, gocce fredde che mi scendevano lungo il collo e sotto i vestiti, che mi bagnavano i capelli incollandomeli alla fronte.
Il cuore mi batteva così forte che potevo sentirlo nelle tempie, nelle orecchie, in gola.
Cinquantatré giorni senza una parola. E adesso ero qui, davanti alla sua casa, pronto a vedere la verità qualunque fosse. Mi chiesi cosa avrei trovato. Mi chiesi se lei fosse lì, se stesse bene, se mi avrebbe accolto o cacciato via. Mi chiesi se avessi fatto bene a venire, se stessi violando qualcosa di sacro, se stessi forzando una porta che doveva restare chiusa.
Ma ormai ero lì. E non potevo tornare indietro.
Spinsi il cancello. I cardini cigolarono, un suono acuto che sembrò echeggiare nel silenzio del villaggio, che sembrò amplificato dalla pioggia che cadeva su tutto.
Feci qualche passo nel cortile, verso la porta d'ingresso. Il cane alzò la testa, mi guardò con occhi scuri e liquidi, poi la riabbassò come per dire che non ero un problema suo, che aveva cose più importanti a cui pensare, come il riparo dall'acqua, o il sonno interrotto, o i sogni di ossa e conigli che stava facendo prima del mio arrivo.
Mi resi conto che stavo tremando, e non solo per il freddo. Era un tremore che veniva da dentro, dalle profondità del mio stomaco, da quel posto dove si annidano le paure più antiche e le speranze più folli.
Arrivai alla porta. Era di legno scuro, con venature che correvano orizzontali come linee su una mappa, e una maniglia di ottone opaco che doveva essere stata lucida molti anni prima.
C'era un battente a forma di cavallo, con gli occhi dipinti di nero e la criniera stilizzata che correva lungo il collo. Rimasi lì per un momento, con la pioggia che continuava a cadere, che mi bagnava le spalle e la schiena, che formava pozze ai miei piedi.
Cercai di trovare le parole giuste, le parole che avrei detto quando lei avrebbe aperto la porta. Ma non c'erano parole giuste. Non per questo.
Così alzai la mano e bussai.
Tre colpi. Il suono mi sembrò troppo forte, troppo invadente, un rumore che non aveva diritto di esistere in quel luogo tranquillo.
Attesi.
Sentii dei passi all'interno, lenti, pesanti, come di qualcuno che si trascinasse verso la porta con riluttanza.
O forse erano solo i miei nervi che distorcevano ogni suono, che trasformavano il normale in eccezionale.
Qualcuno si stava avvicinando alla porta.
Sentii il rumore di una chiave che girava nella serratura, il click metallico che echeggiò nel silenzio. La maniglia si mosse verso il basso. La porta cominciò ad aprirsi.
E lei era lì.
Yelena.
Indossava un vestito semplice, azzurro chiaro, di cotone leggero che le arrivava sotto le ginocchia. I capelli erano diversi da come li ricordavo, non più raccolti in quella coda stretta e pratica che portava sempre al lavoro, ma sciolti, molto più lunghi di quanto li avessi mai visti, che le cadevano sulle spalle in onde scure. Il viso era lo stesso, gli stessi lineamenti che avevo memorizzato in quelle notti milanesi, gli stessi zigomi alti, la stessa bocca che si apriva leggermente quando era sorpresa. Gli stessi occhi scuri che mi avevano guardato in un ristorante di Milano otto mesi prima, che mi avevano visto per quello che ero.
Ma c'era qualcos'altro. Qualcosa che mi colpì come un pugno allo stomaco, che mi tolse il respiro che già mi mancava.
Il ventre.
Si era gonfiato. Non molto, ma abbastanza da essere visibile sotto il vestito leggero. Una curva rotonda che partiva da sotto il petto e scendeva verso il bacino, una curva che non c'era quando se n'era andata.
I nostri occhi si incontrarono. Lei mi guardò come se fossi un'apparizione, uno spettro uscito dalla pioggia. La sorpresa sul suo viso era genuina, totale, assoluta. Gli occhi si spalancarono, le labbra si separarono in un'espressione di incredulità che non sembrava poter essere simulata. Per un lungo momento non ci fu nessun suono, nessun movimento, nessun respiro. Solo il rumore della pioggia che cadeva sul tetto, sulle foglie, sulla terra bagnata del cortile. Solo il battito del mio cuore che mi rombava nelle orecchie come un tamburo di guerra. Solo i suoi occhi che mi fissavano e mi vedevano.
Poi finalmente parlò. Una parola sola, con quel suo accento moldavo che avevo quasi dimenticato, che avevo cercato di ricordare nelle notti insonni in cui il suo silenzio mi divorava. Una parola semplice, banale, che però suonava completamente diversa pronunciata da lei, in quel momento, con quella pioggia che cadeva su entrambi.
-Ciao.-
Non stavo sognando. Questo era reale. Lei era reale. Il bambino che cresceva dentro di lei era reale.
Ero arrivato.26Please respect copyright.PENANA4km4sZ3gvD


