24 giugno 2029
Mi svegliai prima dell'alba, come mi capitava sempre più spesso negli ultimi mesi. La stanza era immersa in quel grigio che precede il sorgere del sole, e attraverso le persiane potevo vedere il cielo schiarirsi lentamente verso est, una striscia di arancione pallido che si allungava all'orizzonte come una ferita. Accanto a me, Áróra dormiva con la testa affondata nel cuscino e una mano posata sul ventre che cominciava appena a curvarsi. Era un gesto che faceva spesso ultimamente, istintivo, come se stesse proteggendo qualcosa che ancora non poteva vedere ma che già sentiva crescere dentro di sé.
Rimasi a guardarla per qualche minuto, ascoltando il suo respiro regolare, contando i suoi respiri come se fossi un bambino che cerca di addormentarsi contando le pecore. Aveva il viso rilassato con le lentiggini che le spuntavano sul naso e le guance, e i capelli rosso rame sparsi sul cuscino come fili di raggio di sole. Nel sonno sembrava non avere preoccupazioni, non avere paure, non avere quel peso che le avevo visto accumulare sulle spalle da quando suo padre era stato ricoverato. Ma sapevo che era solo un'illusione. Sapevo che non appena avesse aperto gli occhi, tutto sarebbe tornato, l'ospedale, i medici, le parole che non volevamo sentire, la verità che cercavamo di ignorare.
Mi alzai con attenzione, cercando di non svegliarla, e andai in cucina. C'erano ancora centinaia di sfollati sparsi per l'Islanda, persone che avevano perso le case e le fattorie e le vite che conoscevano, e che adesso cercavano di ricostruire qualcosa in posti che non avevano scelto. Noi eravamo stati fortunati.
Misi su il caffè e mi sedetti al tavolo della cucina, guardando fuori dalla finestra il giardinetto che apparteneva alla casa. C'erano erbacce che crescevano tra le pietre del vialetto. Non ero un giardiniere, non lo ero mai stato. Mio padre, mi ricordavo le sue mani nella terra, il modo in cui si inginocchiava accanto alle aiuole di casa nostra a Hella e parlava alle piante come se potessero sentirlo. Diceva che le piante hanno un'anima, che sentono quando qualcuno si prende cura di loro. Non so se ci credessi allora, e non so se ci credo adesso, ma era uno dei ricordi che mi erano rimasti di lui, prima dell'incidente, prima che tutto cambiasse per sempre.
Il caffè bollì e me ne versai una tazza, nero e forte, come mi piaceva. Lo sorseggiai lentamente, sentendo il calore che mi si diffondeva nello stomaco, e pensai alla giornata che ci aspettava. Saremmo tornati all'ospedale. Avremmo parlato con i medici. Avremmo sentito parole che non volevamo sentire. Non che l'ospedale di Selfoss fosse un brutto posto, o che i medici e gli infermieri non facessero il loro lavoro. Ma era un luogo di malattia e di dolore.
Sentii un rumore dalla stanza da letto, un movimento, un sospiro, e capii che Áróra si stava svegliando. Pochi minuti dopo apparve sulla soglia della cucina, con i capelli arruffati e gli occhi ancora gonfi di sonno. Indossava una delle mie maglie, una felpa grigia che le arrivava quasi alle ginocchia, e si stringeva le braccia intorno al corpo come se avesse freddo anche se non faceva freddo.
-Non riuscivi a dormire?- chiese con la voce roca.
-Mi sono svegliato presto. Vuoi un caffè?-
Scosse la testa. -Tè. Ho bisogno di qualcosa di leggero.-
Mi alzai per prepararle il tè, e lei si sedette al tavolo al mio posto, appoggiando la testa sulle braccia incrociate. La guardai mentre armeggiavo con il bollitore, e vidi quanto fosse stanca, quanto fossero profonde le occhiaie che le segnavano il viso. Dormiva male, si svegliava spesso durante la notte, e quando riusciva a dormire aveva incubi che non voleva raccontarmi. Lo sapevo perché la sentivo agitarsi accanto a me, la sentivo mormorare parole che non riuscivo a distinguere, la sentivo piangere nel sonno senza svegliarsi.
-Come ti senti?- chiesi mettendole davanti la tazza di tè.
-Come dovrei sentirmi?- rispose senza alzare la testa. -Mio padre è in ospedale con i polmoni che si riempiono di liquido, mia madre passa le notti su una sedia accanto al suo letto, e io sono qui, incinta, a cercare di non impazzire.-
Mi sedetti di fronte a lei e le presi una mano attraverso il tavolo. Le sue dita erano fredde, e le strinsi tra le mie cercando di scaldarle. -Tuo padre è forte. Ha superato cose peggiori.-
-Ma non questa.- Finalmente alzò la testa, e i suoi occhi, uno verde, uno mezzo marrone mezzo azzurro, quella combinazione che mi aveva affascinato dalla prima volta che l'avevo vista, mi fissarono con una tristezza che mi fece male al petto. -I medici non sanno cosa fare. Hanno provato di tutto, ma il liquido continua a accumularsi. È come se il suo corpo avesse deciso di arrendersi.-
-Non dire così.-
-È la verità, Ragnar. Lo so che vuoi essere ottimista, che vuoi darmi speranza, ma ho bisogno di essere realista. Ho bisogno di prepararmi.- Bevve un sorso di tè, e le sue mani tremavano leggermente. -Non voglio che mio padre muoia senza che io gli abbia detto tutto quello che devo dirgli. Non voglio che se ne vada con le cose non dette.-
-Non sta morendo.-
-Tu non lo sai. Io non lo so. Nessuno lo sa.- Si alzò di scatto, e la sedia stridette sul pavimento con un rumore che mi fece trasalire. -Vado a farmi una doccia. Dobbiamo essere in ospedale per le nove.-
La guardai allontanarsi, e sentii una stretta allo stomaco che non aveva nulla a che fare con il caffè. Aveva ragione, lo sapevo. Aveva ragione a essere realista, a prepararsi al peggio, a non aggrapparsi a illusioni che potevano essere infrante da un momento all'altro. Ma volevo proteggerla, volevo proteggere me stesso, volevo credere che le cose si sarebbero sistemate, che Einar si sarebbe ripreso, che tutto questo sarebbe diventato solo un brutto ricordo. Volevo credere in un lieto fine, perché senza un lieto fine cosa ci restava?
La doccia scorreva, e io rimasi seduto al tavolo della cucina con la mia tazza di caffè ormai freddo tra le mani. Fuori, il cielo si era fatto più chiaro, e potevo sentire il cinguettio degli uccelli che iniziavano la loro giornata come se nulla fosse cambiato, come se il mondo non fosse stato sconvolto dalle eruzioni e dalle evacuazioni e da tutto ciò che era seguito. Invidiavo quegli uccelli. Invidiavo la loro capacità di continuare come se nulla fosse, di cantare nonostante tutto.
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Più tardi eravamo pronti per uscire. Áróra si era messa un vestito semplice, blu scuro, che non aderiva troppo alla vita, e aveva raccolto i capelli in una coda che le lasciava scoperto il viso. Sembrava più grande dei suoi anni, più matura, come se le settimane passate tra ospedali e preoccupazioni l'avessero invecchiata in modo che non si poteva misurare in numeri. Io presi il mio cappello verde e me lo calai sulla testa come un'armatura. Era stupido, lo sapevo, ma quel cappello era il mio collegamento con un passato che non volevo dimenticare.
L'ospedale di Selfoss era a dieci minuti a piedi da casa nostra, ma prendemmo l'auto perché non sapevamo quanto tempo avremmo passato lì e non volevamo far aspettare Helga, la madre di Áróra. Il parcheggio era mezzo vuoto quando arrivammo, e trovammo posto vicino all'ingresso principale. L'edificio era basso e lungo, costruito negli anni Settanta con quella architettura funzionale che non si preoccupava dell'estetica, dipinto di un bianco che cominciava a scrostarsi agli angoli. C'erano finestre con le tende tirate, e una fila di sedie a rotelle vuote accanto all'entrata, e un odore di disinfettante che ti assaliva non appena varcavi la soglia.
Facemmo il corridoio verso il reparto di pneumologia, superando infermiere che si muovevano con l'efficienza di chi ha troppe cose da fare e troppo poco tempo per farle, e pazienti in pigiama che camminavano appoggiati a deambulatori o spingendo le loro flebo su supporti a rotelle. L'ospedale non era affollato, ma c'era un senso di attività costante, di vite che si incrociavano in quel luogo dove la malattia era l'unica cosa che tutti avevano in comune.
Trovammo Helga seduta su una sedia nel corridoio fuori dalla stanza di Einar. Aveva gli occhi rossi e i capelli grigi spettinati, come se non li avesse pettinati da giorni, e le mani posate in grembo con le dita intrecciate così strette che le nocche erano bianche. Quando ci vide, si alzò lentamente, con movimenti che tradivano la stanchezza di notti passate su sedie scomode e cibi mangiati in fretta.
-È dentro?- chiese Áróra, e sua madre annuì.
-I medici lo stanno visitando. Dicono che...- La voce le si incrinò, e dovette fermarsi per riprendere fiato. -Dicono che ci sono delle complicazioni. L'edema è peggiorato durante la notte.-
Áróra impallidì, e io le misi una mano sulla schiena per sostenerla. -Cosa significa? Cosa vogliono fare?-
Helga scosse la testa. -Non lo so ancora. Stanno facendo degli esami. Dobbiamo aspettare.-
Aspettare. Aspettare notizie, aspettare diagnosi, aspettare che qualcosa cambiasse, che qualcuno ci dicesse cosa fare, come comportarci, cosa sperare. Era un'attesa che ti consumava lentamente, che ti prosciugava di energia e di speranza, che ti lasciava vuoto e stanco e arrabbiato con un mondo che non ti dava risposte.
Passarono venti minuti prima che la porta della stanza si aprisse e uscisse un medico che non avevamo ancora visto. Era giovane, forse sulla trentina, con capelli castani corti e occhiali dalla montatura sottile che gli davano un'aria intellettuale. Indossava un camice bianco con un cartellino che diceva DOTT. KRISTJAN EINARSSON, e teneva in mano una cartelletta che consultò prima di rivolgersi a noi.
-Siete i familiari di Einar?-
-Sua moglie,- disse Helga facendosi avanti. -E mia figlia con il suo compagno.-
Il medico annuì, e il suo viso non tradiva nessuna emozione particolare. -Perché non ci sediamo da qualche parte? Ho delle cose da dirvi.-
Ci guidò verso una saletta d'attesa in fondo al corridoio, una stanza piccola con sedie di plastica e un tavolino con riviste vecchie di mesi. Ci sedemmo, e il dottore prese posto di fronte a noi, con la cartelletta sulle ginocchia e l'espressione di chi sta per dire qualcosa che non vuole dire.
-Le condizioni di Einar sono peggiorate nelle ultime ventiquattro ore,- iniziò. -L'edema polmonare si è esteso, e i suoi polmoni stanno perdendo la capacità di ossigenare il sangue in modo adeguato. Abbiamo aumentato la terapia diuretica, ma il liquido continua ad accumularsi più velocemente di quanto riusciamo a eliminarlo.-
-Ma perché?- La voce di Áróra era quasi un sussurro. -Perché non migliora? Sta prendendo tutte le medicine, sta facendo tutto quello che gli dite di fare. Perché non funziona?-
Il dottore sospirò, e per la prima volta vidi qualcosa di diverso dalla neutralità professionale sul suo viso, qualcosa che assomigliava alla compassione, o forse alla frustrazione di non avere risposte migliori. -Il problema, temo, è che il danno ai suoi polmoni è cumulativo. L'esposizione alle particelle vulcaniche, la cenere, il silicio, i metalli pesanti presenti nelle esalazioni, ha causato una fibrosi che non è reversibile. Il suo corpo ha cercato di compensare per mesi, ma adesso...- Fece un gesto con la mano, come a dire che le parole non bastavano.
-Ma c'è gente che è stata esposta più di lui,- intervenni, perché non potevo restare in silenzio, perché dovevo dire qualcosa. -Gente che viveva più vicina al vulcano, che non si è protetta, che è stata fuori durante le eruzioni. Come mai loro stanno bene e Einar no?-
Il dottore mi guardò, e vidi che la mia domanda non lo sorprendeva. Era una domanda che doveva aver sentito molte volte, in quelle ultime settimane, da molti familiari di molti pazienti. -È una domanda che ci facciamo anche noi,- disse. -E la risposta non è semplice. Ogni persona reagisce in modo diverso alle sostanze inalate. Ci sono fattori genetici, fattori ambientali, fattori di cui non conosciamo ancora l'importanza. Ma c'è un fattore che sembra avere un ruolo significativo in casi come questo.- Si interruppe, guardando prima me, poi Áróra, poi Helga. -L'età.-
-L'età?- ripeté Áróra.
-Sì. Einar ha cinquantasette anni. Non è vecchio, certo, ma non è più giovane. Il suo sistema respiratorio ha avuto decenni di piccoli danni, inquinamento atmosferico, fumo occasionale, infezioni polmonari passate. Nulla di grave, nulla che avrebbe notato nella vita quotidiana. Ma quando è arrivata l'esposizione alla cenere vulcanica, i suoi polmoni avevano già un carico preesistente. Non avevano la riserva di capacità che avrebbe avuto un polmone più giovane, più forte.- Il medico guardò la cartelletta, come per cercare conferma di quello che stava dicendo. -Vede, i polmoni di un ragazzo di vent'anni hanno una capacità di recupero molto maggiore. Possono subire danni e ripararsi, entro certi limiti. Ma con l'età, questa capacità diminuisce. E dopo i cinquanta, dopo i sessanta, diminuisce drasticamente.-
-Allora è per questo che io non ho avuto problemi,- disse Áróra, e c'era qualcosa di amaro nella sua voce, qualcosa che assomigliava al senso di colpa. -Io respiravo la stessa aria, ero nella stessa fattoria, ma io sto bene e lui no perché sono più giovane.-
-In parte, sì. Ma non se lo prenda come una colpa. Non è qualcosa che lei poteva controllare o cambiare. È semplice biologia.- Il dottore chiuse la cartelletta e ci guardò con un'espressione che avevo imparato a riconoscere, l'espressione di chi ha detto tutto quello che poteva dire e adesso non sa più cosa aggiungere. -Ci sono altre cose che possiamo tentare. Terapie sperimentali, trapianto di polmone se le condizioni lo permettessero, ma...- Esitò, e capii che stava cercando le parole giuste per non darci false speranze. -Le probabilità non sono buone. Il trapianto richiede un donatore compatibile, e la lista d'attesa è lunga. Inoltre, il corpo di Einar è già molto indebolito. Non so se sopporterebbe un'operazione del genere.-
Helga aveva ascoltato in silenzio, con le mani strette in grembo e gli occhi fissi sul medico. Quando lui smise di parlare, rimase immobile per qualche secondo, come se stesse processando le informazioni, cercando di dare loro un senso. Poi, con una voce che era poco più di un sussurro, chiese: -Quanto tempo gli resta?-
Il dottore abbassò lo sguardo. -Non posso dirlo con certezza. Potrebbero essere settimane. Potrebbero essere mesi. Dipende da come risponderà alle terapie, da quanto velocemente l'edema progredirà. Mi dispiace non poterle dare una risposta più precisa.-
-Possiamo vederlo?- chiesi io, perché Helga sembrava incapace di parlare, e Áróra stava fissando un punto vuoto sulla parete di fronte a lei.
-Sì, certo. Ma solo due persone alla volta, e per non troppo tempo. Ha bisogno di riposo.-
Helga scosse la testa quando Áróra si voltò verso di lei. -Vai tu,- disse. -Io resto qui. Ho bisogno di... ho bisogno di un momento.- Si alzò, con movimenti lenti e rigidi, e si allontanò lungo il corridoio, verso l'uscita. La vidi sparire dietro un angolo, e capii che andava a piangere dove non potevamo vederla, a sfogare in solitudine un dolore che non voleva condividere con noi.
Áróra e io entrammo nella stanza di Einar. Era piccolo, con le pareti bianche e una finestra che dava su un prato ingiallito dal sole estivo. C'erano macchinari che ronzavano piano, monitor che mostravano linee verdi e rosse e blu, e un letto al centro dove Einar giaceva con gli occhi chiusi e il petto che si alzava e abbassava in un ritmo irregolare. Aveva una maschera per l'ossigeno sul viso, e tubi che uscivano dalle sue braccia e si collegavano a sacche di liquidi trasparenti. Sembrava più vecchio dell'ultima volta che l'avevo visto, più piccolo, come se il suo corpo si stesse rimpicciolendo sotto i nostri occhi.
Áróra si avvicinò al letto e prese la mano di suo padre. Lui aprì gli occhi, quegli occhi verdi che aveva trasmesso a sua figlia, anche se in lei erano diversi, e le sorrise debolmente dietro la maschera.
-Ciao, piccola,- disse, e la sua voce era roca, come se parlare richiedesse uno sforzo enorme.
-Ciao, papà.- Áróra si sedette sulla sedia accanto al letto, senza lasciare la sua mano. -Come ti senti?-
-Come se avessi un elefante sul petto.- Tentò di ridere, ma il suono che uscì fu più simile a un colpo di tosse. -Ma non preoccuparti. I medici sanno quello che fanno.-
Áróra annuì, ma non disse nulla. Io rimasi vicino alla porta, osservando la scena senza sapere bene cosa fare, cosa dire. Non ero bravo in queste situazioni. Non sapevo come comportarmi con la malattia, con la sofferenza, con la prospettiva della perdita. Quando i miei genitori erano morti, era successo tutto in un istante, un incidente d'auto, un colpo di telefono, e poi il nulla. Non c'era stato tempo per prepararsi, per dire addio, per elaborare il lutto a poco a poco. Era arrivato tutto insieme, come un'onda che ti travolge e ti lascia annaspare alla ricerca d'aria.
Con Einar era diverso. Era un lento declino, un pezzo alla volta, un giorno dopo l'altro. E in qualche modo era peggio, perché ti dava il tempo di sperare, di illuderti che le cose potessero migliorare, di aggrapparti a ogni piccolo segnale positivo solo per vederlo cancellato dalla crisi successiva.
Restammo nella stanza per circa mezz'ora, ascoltando Einar che parlava con fatica di cose senza importanza, il tempo, le notizie alla televisione, i ricordi della fattoria che aveva perso. Áróra gli teneva la mano e annuiva e sorrideva quando era il momento di sorridere, ma vedevo che stava lottando per mantenere il controllo, per non crollare davanti a lui, per non trasformare quella visita in un addio anticipato.
Quando uscimmo dalla stanza, Áróra non disse nulla. Si incamminò verso l'uscita con passi veloci, e io la seguii senza fare domande, sapendo che aveva bisogno di spazio, di tempo, di aria. Fuori dall'ospedale, il sole era alto nel cielo, un sole pallido che non scaldava molto ma che almeno non era nascosto dalle nuvole. C'erano persone che entravano e uscivano dall'edificio, gente che viveva le proprie vite ignara del dolore che si consumava dietro quelle mura bianche.
Arrivammo all'auto senza aver scambiato una parola. Áróra si sedette al posto del passeggero e fissò il cruscotto con occhi vuoti, come se stesse guardando qualcosa che non esisteva. Io mi misi al volante, ma non accesi il motore. Rimasi lì, con le mani sul volante, aspettando che fosse lei a parlare per prima.
-Non è giusto.- La sua voce era piatta, priva di emozione, come se l'avesse ripetuta così tante volte da averne esaurito il significato. -Non è giusto che lui stia morendo e noi non possiamo fare niente.-
-Lo so.-
-Lui non ha fatto nulla di sbagliato. Ha lavorato tutta la vita. Ha cresciuto una famiglia. Ha costruito qualcosa dal nulla. E adesso...- Si interruppe, e vidi le sue mani stringersi a pugno sulle ginocchia. -E adesso sta pagando per aver respirato la stessa aria che abbiamo respirato tutti..-
Accesi il motore e uscii dal parcheggio, guidando verso casa senza fretta. Le strade di Selfoss erano tranquille, con poche auto e pochi pedoni che si muovevano sotto il sole di giugno. Era una giornata normale in una città normale, e quella normalità mi sembrava quasi offensiva, come se il mondo dovesse fermarsi, riconoscere il dolore di Áróra, fare qualcosa per dimostrare che importava.
-Pensi che sia colpa mia?-chiese Áróra all'improvviso, e le sue parole mi sorpresero.
-Colpa tua? Per cosa?-
-Per essere giovane. Per avere i polmoni sani. Per stare bene mentre lui...- Non finì la frase, ma non ce n'era bisogno.
-Fermati.- Accostai l'auto al marciapiede e mi voltai verso di lei. -Ascoltami. Non è colpa tua. Non è colpa di nessuno. È una cosa che è successa, una cosa terribile, ma non puoi darti la colpa per essere viva. Per essere giovane. Per avere un futuro davanti.-
-E se non voglio un futuro senza di lui?-I suoi occhi si riempirono di lacrime, e le sue labbra tremarono. -E se non riesco a immaginare un mondo dove mio padre non esiste?-
Non sapevo cosa rispondere. Non c'erano parole per questo, non c'erano frasi che potessero rendere le cose migliori. Così mi limitai a prenderla tra le braccia, a stringerla contro il mio petto, a lasciarla piangere mentre il sole entrava dai finestrini e il motore ticchettava raffreddandosi.
Continuammo verso casa in silenzio, con Áróra che guardava fuori dal finestrino e io che guidavo automaticamente, senza pensare davvero a quello che stavo facendo. Quando arrivammo, entrammo nella casa vuota e ci sedemmo sul divano del piccolo soggiorno, uno accanto all'altra, come due sopravvissuti a un disastro che non hanno ancora trovato le parole per descrivere quello che hanno passato.
Fu allora che Áróra crollò.
Singhiozzò, un suono che sembrava venire dal profondo del suo essere, un suono di dolore puro e assoluto. Si portò le mani al viso e pianse, con le spalle che tremavano e il corpo che sussultava, e io la tenni stretta mentre le lacrime mi bagnavano la camicia.
-Non posso perderlo,- disse tra i singhiozzi. -Non posso. È mio padre. Mi ha insegnato a cavalcare. Mi ha insegnato a mungere le mucche. Mi ha insegnato a essere coraggiosa.- Alzò la testa e mi guardò con occhi rossi e gonfi. -Come faccio a essere coraggiosa adesso? Come faccio a essere forte quando tutto quello che voglio è urlare?-
-Urla allora,- dissi. -Urla finché non ti passa. Non devi essere forte per me. Non devi essere forte per nessuno.-
Scosse la testa. -Il bambino. Il nostro bambino. Come posso essere una madre se non riesco nemmeno a gestire questo? Come posso proteggerlo se non riesco a proteggere mio padre?-
-Il bambino avrà te. Avrà me. Avrà tutto l'amore che possiamo dargli.- Le presi il viso tra le mani e la costrinsi a guardarmi. -Tu sei la donna più forte che abbia mai conosciuto, Áróra. Hai affrontato l'evacuazione, la perdita della vostra fattoria, mesi di incertezza. Hai affrontato la gravidanza e tutte le paure che porta con sé. E affronterai anche questo. Non perché sei forte, ma perché non hai altra scelta. Perché la vita continua anche quando non vuoi che continui.-
Lei mi fissò per un lungo momento, con le lacrime che le scorrevano sulle guance e il labbro inferiore che tremava. Poi, lentamente, si appoggiò a me, nascondendo il viso contro il mio petto, e io la avvolsi tra le braccia, tenendola come se stessi cercando di proteggerla da tutto il male del mondo.
Restammo così per un tempo che non avrei saputo misurare. Fuori, il sole continuava il suo percorso nel cielo, e da qualche parte gli uccelli cantavano, e la vita andava avanti come fa sempre, indifferente ai piccoli drammi e alle grandi tragedie degli esseri umani.
Ma dentro quella casa, in quel piccolo soggiorno di Selfoss, c'eravamo solo noi due, uniti dal dolore e dalla speranza, dal passato e dal futuro, da tutto quello che avevamo perso e tutto quello che ci restava da guadagnare.
Áróra pianse finché non ebbe più lacrime, e poi restò in silenzio, con la testa appoggiata sulla mia spalla e il respiro che si calmava lentamente.28Please respect copyright.PENANAQPYjadB2Lx


