23 giugno 2029, Reykjavik
La luce dell'estate islandese entrava dalla finestra del mio ufficio all'IMO, il Centro Islandese per la Meteorologia e la Geofisica. Erano le sei del mattino e il building era ancora quasi deserto, a parte il ronzio costante dei server nel corridoio e il ticchettio della mia penna contro il tavolo. Un'abitudine nervosa che non ero mai riuscita a perdere in vent'anni di lavoro.
Davanti a me, tre monitor mostravano i dati raccolti dai droni durante la notte. Eravamo diventati bravissimi con i droni, dopo Hekla. Dopo Godabunga. Dopo Eyjafjallajökull. Ogni eruzione ci aveva insegnato qualcosa di nuovo, ci aveva costretto a sviluppare strumenti migliori, protocolli più rigorosi. L'Islanda non perdonava chi non imparava dai propri errori.
Ma quello che stavo guardando non aveva senso.
La mappa dell'islanda era divisa in una griglia colorata, dove ogni colore rappresentava il tasso di deformazione del suolo rilevato nelle ultime settimane. Il verde significava stabilità, il giallo un movimento minimo, l'arancione qualcosa che richiedeva attenzione, il rosso un'emergenza. La maggior parte della mappa era verde, come ci si aspettava dopo mesi di inattività vulcanica.
Tranne una zona.
Un'area a forma di lingua allungata si estendeva da Bardarbunga verso sud, passando attraverso la regione del lago Hágöngulón e proseguendo ancora più a sud. Non era rosso, nemmeno arancione. Era un giallo pallido, quasi impercettibile se non si sapeva cosa cercare. Ma io lo sapevo. E quello che mi preoccupava non era l'intensità del colore, era la sua estensione.
Cinquanta chilometri. Forse di più.
Battei alcuni tasti, zoomando sulla zona. I numeri apparvero sullo schermo: 2,3 centimetri di sollevamento. Non molto, in sé. Una velocità che in condizioni normali avrebbe potuto attribuirsi a movimenti tettonici minori, aggiustamenti naturali della crosta terrestre. Ma la geometria era sbagliata. Non era un sollevamento localizzato, il classico "panciotto" che si forma quando il magma risale sotto un vulcano. Era un'onda lunga, quasi lineare, che sembrava propagarsi come un'increspatura sulla superficie di uno stagno.
E Bardarbunga era a nord di quell'increspatura.
Mi alzai dalla sedia e mi avvicinai alla grande mappa cartacea appesa alla parete. Era un'abitudine vecchia scuola, ma c'erano cose che si vedevano meglio sulla carta. Tracciai con un dito la linea del sollevamento, da Bardarbunga verso sud. Passava attraverso il lago Hágöngulón, proseguiva verso sud.
Mi fermai.
Tornai alla scrivania e aprii il database sismico. Se c'era magma in movimento, ci dovevano essere terremoti. Il magma non si spostava in silenzio: frantumava la roccia, creava fratture, produceva sciami sismici che i nostri strumenti rilevavano con precisione millimetrica. Cercai gli eventi delle ultime quattro settimane nella zona interessata.
Il risultato fu un griglia quasi vuota.
Cinque terremoti. Il più forte di magnitudo 1,8. Tutti superficiali, tutti dispersi, senza alcun pattern riconoscibile. Niente sciami, niente ipocentri che si approfondivano o si sollevavano, niente di quello che ci si aspetterebbe da un'intrusione magmatica in corso.
Mi massaggiai le tempie. I numeri non mentivano ma non aveva senso. Deformazione senza sismicità era come un cuore che batteva senza fare rumore. Possibile, forse, in certe condizioni specifiche. Ma così esteso. Impossibile.
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Aprii un'altra finestra e caricai le immagini satellitari del Vatnajökull. Il ghiacciaio più grande d'Europa, spesso quasi mille metri in alcuni punti, che copriva diversi sistemi vulcanici attivi. Era lì che tutto era iniziato, nove mesi prima.
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Il Vatnajökull occupava metà dello schermo, una distesa bianca e bianca che copriva oltre ottomila chilometri quadrati del cuore dell'Islanda. In inverno era un deserto gelato, quasi morto. In estate, quando le temperature si alzavano appena sopra lo zero, la sua superficie si copriva di laghi temporanei, pozzanghere giganti che si formavano dove il ghiaccio si scioglieva più velocemente, per poi congelarsi di nuovo quando l'autunno arrivava.
Ma non a giugno. Non in quel numero. Non in quei punti.
Zoomai sulla regione di Grímsvötn, uno dei vulcani più attivi dell'Islanda. Sotto il ghiaccio del Vatnajökull, la sua caldera si riempiva regolarmente di acqua di disgelo, creando un lago che periodicamente tracimava in quello che chiamavano jökulhlaup, un'inondazione glaciale improvvisa e devastante. Era successo nel 1996, quando il Gjálp era entrato in eruzione sotto il ghiacciaio, e poi ancora nel 2004, nel 2011. Grímsvötn era un animale prevedibile, in un certo senso. Un animale pericoloso, ma prevedibile.
Quello che non era prevedibile erano i tre laghi che vedevo ora.
Erano troppo a ovest rispetto alla caldera principale. Troppo superficiali. Secondo i dati satellitari, il primo era comparso a fine aprile, il secondo a metà maggio, il terzo appena due settimane prima. E tutti e tre stavano crescendo, non verso l'esterno ma verso il basso, come se qualcosa li stesse scavando dal sotto.
Sentii un brivido lungo la schiena.
Il ghiaccio non si scioglie così, non in modo circolare e profondo, non senza una fonte di calore sottostante. E l'unica fonte di calore che poteva fare una cosa del genere era una camera magmatica che si stava risvegliando.
Passai alle immagini del sistema Lokahryggur, una dorsale meno conosciuta che collegava Grímsvötn a Hamarinn. Lì ce n'erano altri due. Più piccoli, ma con una caratteristica che mi fece fermare il respiro: erano cresciuti enormemente dall'autunno precedente. Secondo i miei calcoli, la superficie era quadruplicata in otto mesi.
Otto mesi.
Aprii il database delle eruzioni recenti. Hekla si era risvegliato a ottobre. Godabunga ed Eyjafjallajökull erano seguiti a dicembre. Tutti vulcani del sud, tutti collegati da sistemi di faglie che attraversavano l'Islanda da est a ovest. Ma Bardarbunga e Grímsvötn erano nel centro dell'isola, sotto il Vatnajökull. Teoricamente separati. Teoricamente indipendenti.
Teoricamente.
Mi alzai e cominciai a camminare per l'ufficio. Era un'altra delle mie abitudini quando i dati non tornavano: muovermi, lasciare che il mio cervello elaborasse le informazioni mentre i miei piedi facevano il resto. Lo facevo da anni, e i miei colleghi avevano imparato a non interrompermi quando mi vedevano fare quel percorso, dalla scrivania alla finestra, dalla finestra alla mappa, dalla mappa alla scrivania.
Bardarbunga aveva eruttato nel 2014. Sei mesi di attività, il più grande evento eruttivo islandese in duecento anni.
Milioni di metri cubi di lava che avevano formato un nuovo paesaggio, nuove rocce, nuovi condotti sotterranei. E prima di quella eruzione, c'era stata una deformazione del suolo molto simile a quella che stavo vedendo ora. Lunga, sottile, quasi invisibile. Ma allora avevamo avuto i terremoti. Allora avevamo visto il magma muoversi.
Ora c'era solo silenzio.
Tornai alla scrivania e aprii un programma di modellazione. Inserii i dati della deformazione, la posizione dei laghi, la profondità stimata del ghiaccio sopra i vulcani. Il computer impiegò diversi minuti per elaborare, mentre io fissavo lo schermo con un senso di impazienza che cresceva ogni secondo.
Quando il modello apparve, sentii lo stomaco stringersi.
Come se qualcosa stesse aprendo una strada sotto il ghiacciaio.
Come se il magma stesse cercando una via d'uscita.
Mi resi conto che stavo stringendo il bordo della scrivania con entrambe le mani, le nocche bianche per la tensione. Mi costrinsi a respirare, a rallentare i battiti del cuore. Non potevo saltare alle conclusioni. Non ancora. La scienza richiedeva prove, non presentimenti.
Ma il mio istinto, quello che avevo affinato in trent'anni di monitoraggio vulcanologico, mi stava urlando che qualcosa non andava.
Guardai l'orologio. Le sette e mezza. Tra un'ora sarebbero arrivati tutti. Gunnar, Hanna, Erik, Freyr. Il mio team, la mia famiglia professionale. Le persone che avevano attraversato con me gli ultimi nove mesi di inferno.
Avevo bisogno di loro. Avevo bisogno del loro cervello, della loro esperienza, del loro scetticismo. Ma prima dovevo mettere ordine nei dati, presentare tutto in modo che potessero vedere quello che vedevo io.27Please respect copyright.PENANAAVYKM0kXPx


