23 giugno 2029, Selfoss
La luce dell'estate islandese non se ne andava mai davvero. Anche a mezzanotte, un pallido bagliore restava aggrappato all'orizzonte, come se il sole non sopportasse l'idea di lasciare il cielo. Io ero sdraiata accanto a Ragnar, ascoltando il suo respiro lento e regolare, e invidiavo quella pace. Lui dormiva con la stessa naturalezza con cui camminava. Come se il mondo non potesse fargli nulla che lui non fosse in grado di affrontare.27Please respect copyright.PENANAq85eoxqNWW
Io invece ero sveglia, gli occhi aperti a fissare il soffitto della stanza che occupavo da quasi sei mesi. La casa dei miei a Selfoss non era grande, ma era solida, e dopo la tragedia di Vík la solidità era tutto ciò che contava. Le pareti bianche, il pavimento di legno scuro, la finestra che dava sul piccolo giardino. Una vita che stavo cercando di ricostruire pezzo per pezzo.
Ma quella notte i pensieri non mi davano tregua.
Mi posai una mano sul ventre, ancora piatto, ma già abitato da una presenza che sentivo crescere ogni giorno. Un bambino. Mio figlio. Le parole mi sembravano ancora irreali, come se appartenessero a un'altra vita, a un'altra Áróra che non fosse una ragazza che lavorava in una fattoria e che aveva visto la sua casa sepolta dalla cenere.
Che madre sarò? mi chiesi per la centesima volta. Cosa posso offrire a un bambino in un mondo che sembra deciso a crollare?
Pensai a mia madre, che mi aveva cresciuta con pazienza e determinazione, lavorando sodo ogni giorno della sua vita. Pensai a mio padre, che aveva combattuto per la sua terra fino all'ultimo. Erano quelli i modelli che avevo. Gente che non si arrendeva. Gente che affrontava le tempeste a testa alta.
Ma pensai anche a Ragnar, che aveva perso entrambi i genitori ed era diventato una guida turistica per guadagnarsi da vivere, che conosceva l'Islanda come le sue tasche e che mi amava con una tenerezza che mi lasciava senza fiato. Lui sarebbe stato un padre meraviglioso, lo sentivo. La notte prima mi aveva posato una mano sul ventre e mi aveva sussurrato: "Non vedo l'ora di conoscerlo." Non aveva detto "vederlo", ma "conoscerlo". Come se quel bambino fosse già una persona, con un carattere e un'anima tutta sua.
Io sorrisi nel buio. Ragnar aveva questo dono: farmi vedere le cose in modo diverso.
Ma c'erano anche le paure, quelle che arrivavano di notte, quando le difese erano basse. La paura che qualcosa andasse storto. La paura che il passato tornasse a reclamare il suo prezzo. La cenere di Vík aveva ucciso gli animali, aveva avvelenato la terra, aveva sepolto la nostra vita sotto strati grigi che non se ne sarebbero mai andati del tutto. E anche se le eruzioni erano finite, anche se Hekla e Godabunga ed Eyjafjallajökull si erano zittiti, io sentivo che qualcosa era cambiato per sempre. L'Islanda non era più la stessa. E nemmeno io.
Ripensai all'evacuazione. Ripensai a mio padre che tossiva. Tossiva. Tutti tossivano, allora. Era normale. Era la cenere.
Scacciai quel pensiero. Mio padre stava bene. Si quasi era ripreso. Lavorava di nuovo, aiutava i vicini, faceva progetti per il futuro. La crisi era passata.
Mi girai su un fianco, cercando una posizione più comoda. Il bambino mi dava già qualche problema a dormire, anche se il ventre non si vedeva ancora molto. Il dottore aveva detto che era normale. Aveva anche detto che il bambino stava crescendo bene, che io ero sana, che non c'erano motivi di preoccuparsi.
Ma io mi preoccupavo lo stesso. Ero fatta così. Forse era per questo che non riuscivo a dormire, mentre Ragnar russava leggermente accanto a me. Lui viveva nel presente, si fidava del futuro. Io avevo imparato a non fidarmi di nulla.
Forse è questo che voglio insegnare a mio figlio pensai. Non la paura, ma la cautela. Non l'arroganza, ma l'umiltà. La natura è più forte di noi. Può darci tutto e può portarci via tutto in un istante.
Le palpebre diventavano pesanti. Finalmente il sonno cominciava a vincere la sua battaglia contro i pensieri. Mi rannicchiai contro Ragnar, sentendo il calore del suo corpo, il suo respiro che mi accarezzava i capelli. Al sicuro. Ero al sicuro.
Chiusi gli occhi e mi lasciai scivolare in un sogno confuso, dove il bambino che doveva nascere aveva gli occhi di Ragnar e i capelli scuri di mia nonna, e dove Vík era tornata verde e rigogliosa, come se la cenere non fosse mai esistita.
Mi addormentai con un mezzo sorriso sulle labbra.
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Non sapevo quanto tempo fosse passato. Forse un'ora, forse due. Il sonno mi aveva presa con gentilezza, avvolgendomi in un abbraccio morbido che mi aveva fatto dimenticare tutte le preoccupazioni. Ma qualcosa mi strappò via da quel rifugio.
Un rumore.
Aprii gli occhi di scatto, il cuore che già batteva forte prima ancora di capire perché. Per un istante pensai di aver sognato, che fosse solo un'eco della mia mente inquieta. Poi lo sentii di nuovo: un colpo, seguito da un suono che mi gelò il sangue.
Tosse. Non una tosse normale. Un suono rauco, disperato, come se qualcuno stesse cercando di respirare attraverso una strozzatura. Veniva dal bagno.
-Papà.-
Mi alzai così in fretta che mi girò la testa. Le lenzuola si aggrovigliarono intorno alle mie gambe e dovetti lottare per liberarmi, mentre il panico cominciava a salirmi nello stomaco come un'onda fredda. Accanto a me, Ragnar si mosse, mormorando qualcosa di incomprensibile, ma non si svegliò.
-Papà?- chiamai, la voce impastata dal sonno. Non ci fu risposta, solo un altro colpo di tosse, più forte, più terribile. Sembrava il verso di un animale in trappola.
Spalancai la porta della stanza e corsi nel corridoio. La casa era immersa nella penombra azzurrina delle notti estive islandesi, ogni cosa nitida e irreale allo stesso tempo. La porta del bagno era aperta, e una lama di luce cadeva sul pavimento.
Mi affacciai e il mondo si fermò.
Mio padre era seduto sul pavimento, la schiena appoggiata alla vasca da bagno, le mani che artigliavano l'aria come se cercassero qualcosa a cui aggrapparsi. Il suo viso era viola, gli occhi sbarrati, la bocca aperta in un tentativo disperato di respirare. Ogni inspirazione era un rantolo, ogni espirazione un sibilo. Tossì ancora, e il suono che uscì dalla sua gola fu qualcosa che non avevo mai sentito: un urlo strozzato, come se qualcuno gli stesse stritolando i polmoni.
-Papà!- urlai, cadendo in ginocchio accanto a lui. -Papà, cosa succede? Cosa...-
Lui cercò di parlare, ma tutto ciò che uscì fu un altro colpo di tosse violento, che lo scosse come un terremoto. Le sue dita si strinsero intorno al mio polso, con una forza che mi sorprese, come se si stesse aggrappando alla vita stessa.
-Respira, papà, ti prego, respira..-
Ma non sapevo cosa fare. Non sapevo come aiutarlo. Ero solo una ragazza che aspettava un bambino, e mio padre stava morendo davanti ai miei occhi e io non sapevo cosa fare.
-Ragnar!- urlai, con una voce che non riconobbi come la mia. -Ragnar! Mamma! Venite, presto!-
Sentii passi nel corridoio, rumore di porte che si aprivano, voci che chiedevano cosa stesse succedendo. Poi Ragnar era accanto a me, i capelli scompigliati dal sonno, ma gli occhi già svegli e all'erta. Vide mio padre e impallidì.
-Chiama un'ambulanza.- disse, la voce ferma nonostante il terrore che potevo leggergli negli occhi. -Subito!-
Io non mi mossi. Non ci riuscivo. Mio padre mi stava guardando, i suoi occhi dicevano qualcosa che non riuscivo a interpretare: paura, dolore, e qualcos'altro. Qualcosa che assomigliava a una richiesta di perdono.
-Vai!- mi incalzò Ragnar, spingendomi gentilmente verso la porta. -Chiama il 112. Io resto con lui.-
Mi alzai, le gambe che tremavano. Mia madre apparve nel corridoio, i capelli sciolti sulle spalle, il viso stravolto dalla paura. -Einar? Einar, cosa..-
-Chiama l'ambulanza, mamma!- gridai, e la mia voce si spezzò.
Mia madre corse in cucina, verso il telefono. La seguii, le mani che tremavano mentre componevo il numero. Mi sembrava che le dita non rispondessero ai comandi, che il mio corpo appartenesse a qualcun altro. Il telefono squillò una, due, tre volte. Ogni squillo era un'eternità.
-Pronto, servizi di emergenza.- Una voce calma, professionale.
-Mio padre non riesce a respirare..- Le parole uscirono tutte insieme, un flusso incoerente di terrore. -È in bagno, tossisce, non respira, vi prego..-
-Resti calma, signora. Mi dia l'indirizzo.-
Dettai l'indirizzo, le labbra intorpidite. La persona all'altro capo mi fece altre domande: quanti anni ha suo padre? Ha problemi respiratori noti? Sta perdendo conoscenza? Risposi come potevo, guardando verso il bagno dove sentivo la voce di Ragnar che parlava a mio padre, che gli diceva di resistere, che l'aiuto stava arrivando.
Quando riattaccai, corsi di nuovo in bagno. Mio padre era sempre sul pavimento, ma ora Ragnar lo teneva seduto, una mano sulla sua schiena. La sua tosse si era calmata leggermente, trasformandosi in un rantolo basso e continuo, come un motore che faticasse a funzionare. Il suo viso era ancora viola, ma gli occhi erano più vigili.
-L'ambulanza sta arrivando.- dissi, inginocchiandomi di nuovo accanto a lui. -Papà, senti? Stanno arrivando. Resisti.-
Mio padre cercò di annuire, ma il movimento sembrò costargli uno sforzo immenso. Mia madre era in piedi sulla porta, le mani premute sulla bocca, gli occhi pieni di lacrime. Non l'avevo mai vista così spaventata. Mia madre era sempre stata quella forte, quella che teneva insieme tutto quando le cose andavano male. Ora sembrava una bambina persa.
-Ho paura.- sussurrai, e non sapevo nemmeno a chi lo stessi dicendo. A Ragnar, a mia madre, a me stessa. A nessuno.
Ragnar mi prese la mano, senza staccare gli occhi da mio padre. -È forte.- disse. -Ce la farà.-
Ma sentii che la sua voce tremava leggermente, e capii che anche lui aveva paura.
In lontananza, una sirena cominciò a suonare.27Please respect copyright.PENANApT6uMcq1zr


