21 giugno 2029, San Martino di Castrozza
La luce entrava dalle finestre come se non avesse il diritto di essere lì. Troppo pallida, troppo indifferente per quello che mi portavo dentro.
Mi svegliai alle cinque e quarantasette, secondo il cellulare che avevo lasciato sul comodino con lo schermo rivolto verso il basso. Non avevo impostato nessuna sveglia. Non ne avevo più bisogno. Il mio corpo si era abituato a quei ritmi montanari che all'inizio mi sembravano assurdi: sveglia prima dell'alba, lavoro manuale fino a che i muscoli bruciavano, cena alle sette, letto prima delle dieci. Una vita che non avrei mai immaginato per me stesso, quand'ero ancora il cameriere dei Navigli con la sua Fiat Panda arrugginita e i sogni di fuga compressi in qualche cassetto mentale che non aprivo mai.
Mi misi a sedere sul bordo del letto. La stanza che avevo affittato per la stagione era piccola, spartana, con le pareti di legno chiaro e una finestra che dava sulle Pale di San Martino.
Le montagne erano lì, come ogni mattina, grigie e bianche nella luce dell'alba, cariche di neve nonostante fosse giugno inoltrato. La stagione sciistica era finita da giorni. Gli ultimi turisti se n'erano andati con le loro tute colorate e le loro aspettative di pendolata perfetta. Io ero rimasto, ma solo per un altro giorno.
La valigia era pronta accanto alla porta. Una valigia grigia, media, con le ruote che stridevano un po' quando la trascinavo. Dentro c'era tutto quello che mi serviva: pochi vestiti, il rasoio, un libro che non avevo mai finito, e il telefono con la sua batteria carica. Nient'altro. Avevo imparato a viaggiare leggero in quei mesi.
Quando non hai un posto dove tornare davvero, le cose diventano solo peso.
Mi alzai e andai alla finestra. Il vetro era freddo sotto le mie dita. Le Pale si stagliavano contro il cielo che si tingeva di un rosa pallido, quasi timido. Sembravano testimoni silenziosi di tutto quello che era successo, di tutto quello che non era successo, di tutto quello che sarebbe potuto essere e non era stato. Le guardai a lungo, come ogni mattina. Ma quella volta era diverso. Quella volta era l'ultima.
San Martino di Castrozza era un paese che d'inverno si riempiva di vita e in primavera, soprattutto quella primavera tardiva, si svuotava come una conchiglia abbandonata dalla marea.
A giugno, quando la stagione finiva e la neve si scioglieva lasciando posto all'erba bagnata e ai sentieri di fango, il silenzio calava come una coperta pesante. I negozi chiudevano, gli alberghi abbassavano le serrande, e solo qualche escursionista ostinato si avventurava sui sentieri alti, dove la neve resisteva ancora in chiazze sporche.
Io ero arrivato lì non era stata una scelta pianificata. Era stata una fuga, pura e semplice.
Me n'ero andato e basta, come un ladro nella notte, lasciandomi dietro tutto quello che non avevo il coraggio di affrontare.
Mi vestii in silenzio: jeans, maglietta nera, felpa grigia, giacca a vento leggera. Le scarpe da trekking erano accanto alla porta, ancora sporche di fango dalla passeggiata del giorno prima. Le infilai senza curarmi di allacciarle bene. Non importava. Non dovevo impressionare nessuno.
Uscii dalla stanza e scesi le scale. Il corridoio dell'albergo era deserto, le luci spente, l'odore di detersivo e legno vecchio che aleggiava nell'aria come un fantasma. La proprietaria, una donna sulla sessantina con i capelli tinti di un biondo improbabile, non c'era. Probabilmente stava dormendo.
La porta d'ingresso si aprì con un cigolio che sembrò riecheggiare nel silenzio del paese. Fuori, l'aria era fredda, quasi pungente, nonostante il sole che iniziava a salire nel cielo. La temperatura era tornata a valori primaverili, come dicevano i meteorologi, ma lassù, a millesettecento metri, la primavera non arrivava mai davvero. Era solo una promessa, un'invenzione di chi viveva a quote più basse.
Mi incamminai lungo la strada principale. San Martino di Castrozza era un paese piccolo, costruito intorno a una chiesa bianca e a un campanile che sembrava voler bucare il cielo. Le case erano basse, con i tetti spioventi, e le vetrine dei negozi mostravano manichini vestiti per una stagione che non esisteva più. Un bar all'angolo aveva la saracinesca alzata a metà, ma dentro non c'era nessuno.
Proseguii verso la piazza centrale, dove la fontana era ancora accesa nonostante nessuno la guardasse. L'acqua zampillava in archi leggeri, cadendo nella vasca di pietra con un suono cristallino che sembrava fuori luogo in quel silenzio. Mi sedetti su una panchina di legno, le spalle curve, le mani infilate nelle tasche della giacca a vento.
Le Pale di San Martino si ergevano davanti a me, imponenti, quasi minacciose nella loro bellezza. Erano cariche di neve, nonostante fosse giugno. Sapevo solo che quelle montagne erano l'unica cosa che mi era rimasta, negli ultimi mesi. L'unica cosa che non mi guardava con giudizio.
Tirai fuori il cellulare dalla tasca. Lo schermo si accese con un bagliore freddo, mostrando l'ora, le sei e dodici, e una notifica che ignorai. Aprii invece la mappa che avevo scaricato la sera prima. Una mappa della Moldavia, con i suoi confini irregolari e i suoi colori sbiaditi. Ingrandii l'immagine fino a trovare quello che cercavo: Corbeni, un piccolo paese, vicino al confine con la Romania. Era solo un puntino sulla mappa, un nome che probabilmente non significava nulla per la maggior parte della gente. Ma per me significava tutto.
Yelena era di lì. Aveva parlato a Milano del suo paese con una voce strana, a metà tra la nostalgia e il rifiuto. "È piccolo," aveva detto. "Non c'è niente lì. Solo campi, case vecchie, e persone che invecchiano guardando la televisione."
Ma nei suoi occhi c'era qualcosa di diverso. C'era il ricordo di un'infanzia che non era stata solo povertà e mancanza di futuro.
Chiusi gli occhi per un istante. Il ricordo di quella sera mi investì come un'onda. Yelena seduta accanto a me nella mia vecchia Fiat Panda, i capelli bagnati, gli occhi castani che riflettevano le luci dei lampioni.
Tirai fuori il telefono e aprii la galleria fotografica. C'erano poche foto di Yelena: un selfie scattato alla baita in Val di Canzoi, una sua immagine di spalle mentre guardava il lago ghiacciato, una del suo sorriso timido mentre beveva cioccolata calda. Erano frammenti, echi di un tempo che sembrava appartenere a un'altra vita.
Le guardai una per una, ingrandendo i dettagli: i capelli castani che le sfuggivano dalla coda, gli orecchini di rame e oro che tintinnavano quando si muoveva, gli occhi castano chiaro che brillavano di una luce intermittente. Mi mancava. Mi mancava il suono della sua voce, con quell'accento dell'Est che rendeva ogni parola un po' più musicale. Mi mancava il modo in cui si stringeva nelle spalle quando non sapeva cosa dire, il tintinnio dei suoi orecchini mentre cucinava, il calore del suo corpo contro il mio nelle notti gelide di Milano.
Chiusi la galleria e riposi il telefono. Rimasi seduto lì, a fissare l'orizzonte.
Il vento portava con sé il profumo degli abeti e un freddo che non se ne andava mai del tutto. Pensai a mio padre, a mia madre, a quel giorno di dodici anni prima quando mi avevano detto di andarmene.
Non mi avevano mai cercato, non mi avevano mai chiamato, non avevano mai saputo della mia vita a Milano, di Yelena, del bambino in arrivo.
Per loro, ero un fantasma, un ricordo sbiadito che preferivano dimenticare.
Forse era per quello che non potevo lasciare che Yelena diventasse un altro fantasma.
Aprii gli occhi. Le Pale erano sempre lì, immobili, indifferenti al mio dolore. Il sole era salito un po' di più nel cielo, tingendo le cime di una luce dorata che sembrava quasi irreale. Ma io non vedevo la bellezza. Vedevo solo il vuoto che mi portavo dentro da mesi.
Ma la verità era un'altra. La verità era che non potevo più scappare. La verità era che ogni notte, prima di addormentarmi in quella stanza d'albergo con le pareti di legno, pensavo a mio figlio. Se fosse maschio o femmina. Se avesse gli occhi castani di Yelena o i miei.
No. Non potevo più scappare. Non potevo più nascondermi dietro il lavoro, dietro le montagne, dietro il silenzio. Dovevo sapere. E per sapere, dovevo andare lì.
Mi alzai dalla panchina. Le gambe erano un po' rigide, ma il resto del corpo sembrava aver trovato una energia nuova, una determinazione che non sentivo da mesi. Rimisi il cellulare in tasca e ripresi a camminare, non più verso l'albergo, ma verso il limitare del paese, dove un sentiero sterrato si inoltrava nel bosco.
Camminai per quasi un'ora. Il sentiero saliva e scendeva tra gli alberi, passando accanto a ruscelli che scendevano dalle montagne con un frastuono allegro e radure dove l'erba cresceva alta e bagnata.
L'aria era fredda, ma il sole che filtrava tra i rami scaldava la pelle. Ogni tanto mi fermavo a guardare le Pale, che apparivano e sparivano tra gli alberi come giganti che giocassero a nascondino.
I pensieri mi attraversavano la mente confusi, frammentari.
Arrivai a una radura che si apriva su un panorama mozzafiato. Le Pale erano lì, davanti a me, così vicine che sembrava di poterle toccare.
Il cielo sopra di esse era azzurro, punteggiato di nuvole bianche che si muovevano lente. Mi sedetti su una roccia piatta, il respiro un po' affannoso per la salita.
E lì, in quel silenzio rotto solo dal vento e dal fruscio degli alberi, presi una decisione.
Sarei andato in Moldavia. Sarei andato a Corbeni. Avrei cercato Yelena.
Tirai fuori di nuovo il cellulare. Aprii l'app delle prenotazioni e cercai i voli per la Moldavia.
Ce n'era uno che partiva da Verona il giorno dopo, con scalo a Bucarest. Era costoso, ma potevo permettermelo. Abbastanza per un biglietto aereo e per qualche giorno in un paese che non conoscevo.
Prenotai il volo senza esitare.34Please respect copyright.PENANAA8vSKal7XT


