21 giugno 2029, Lago Hágönglón
Il furgone si fermò con un sussulto sulla pista di ghiaia vulcanica, e il silenzio che seguì fu quasi più assordante del rombo del motore spento. Scesi per prima, lasciando che il vento mi investisse il viso con la sua lama umida e metallica. Giugno, ma l’aria conservava una morsa invernale: tre gradi sopra lo zero, forse quattro, e un cielo basso, grigio-perla, che schiacciava gli altopiani sotto una luce diffusa, senza ombre nette. Il sole era lì, da qualche parte sopra le nubi, ma non scaldava nulla. Era solo una macchia pallida, come una lampadina esaurita.
Hágönglón si apriva davanti a noi, una superficie opaca e inquieta, color piombo sporco. Non era il lago che ricordavo dalle immagini satellitari. Allora era un bacino glaciale freddo, quasi immobile, circondato da muschio e basalto nero. Ora respirava.
Erik Sturkell scese dietro di me, il giaccone rosso acceso contro il paesaggio monocromo. Si sistemò gli occhiali e scrutò l’orizzonte con quell’attenzione predatoria che lo rendeva così affidabile in campo. -È peggiorato,- disse piano, più a se stesso che a me.
Annuii senza rispondere. La squadra seguì: Freydís e Björn, geochimici; Ólafur, l’idrologo; il tecnico dei droni, un ragazzo di Akureyri di nome Kjartan; e la fotografa scientifica, María, che già stava montando la macchina con il teleobiettivo. Otto mesi dopo la prima segnalazione di Ragnar, eravamo qui per capire se quell’anomalia fosse un residuo innocuo o il preludio di qualcosa di collegato ai recenti eventi vulcanici a sud dell'Islanda.
Camminammo lungo la riva occidentale, scarponi che affondavano nella ghiaia umida e nel muschio fradicio. Ogni passo produceva un suono soffocato, come se la terra assorbisse il rumore invece di rimandarlo. L’odore arrivò a metà sentiero: prima lieve, poi sempre più insistente. Zolfo. Uova marce. H₂S puro, acre, che pizzicava la gola anche attraverso la mascherina FFP3. Non era l’odore di una sorgente termale isolata. Era l’odore di un sistema che si stava aprendo.
Mi fermai. Davanti a noi, la riva non era più riva. Era diventata un campo di fango ribollente. Pozze grandi come tavoli da cucina, altre minuscole come impronte di stivali, tutte in ebollizione lenta. Il fango era grigio, viscoso. Bolle salivano lente, scoppiavano con un suono umido, liberando sbuffi di vapore che si dissolvevano nel vento.
-Ragnar aveva ragione,- mormorai. La voce uscì attutita dalla mascherina, ma tutti la sentirono.
Ottobre 2028. La segnalazione era arrivata via email. Ragnar, guida turistica di Vík, aveva descritto un piccolo campo geotermale apparso dopo il terremoto di magnitudo 6.2: pozze di fango bollente, depositi di zolfo, acqua del lago che gorgogliava in punti precisi. Non c’era mai stato nulla di simile lì. Lo avevamo classificato come un’anomalia minore. Ora, otto mesi dopo, l’anomalia si era estesa per centinaia di metri, forse di più. La riva occidentale era diventata una palude termale instabile, e dal centro del lago salivano bolle grosse, violente, che rompevano la superficie con schizzi di acqua calda.
Erik si accovacciò accanto a una pozza maggiore. Il fango ribolliva con un ritmo quasi cardiaco. Bolle grosse come pugni salivano, scoppiavano, rilasciavano gas.
-Temperatura?- chiese.
Freydís puntò il termometro a infrarossi. -Novantotto gradi e mezzo.-
Mi chinai accanto a Erik. Il calore saliva dal terreno come un respiro caldo, innaturale. Il fango pulsava. Ogni bolla sembrava portare con sé un frammento di qualcosa di più profondo. Mi alzai lentamente, lo sguardo fisso sul lago.
L’acqua ribolliva in cerchi concentrici, schizzando vapore e spruzzi acidi. Il lago intero sembrava vivo, in preda a una lenta convulsione.
-Questo non è un campo geotermale che si attiva,- dissi, la voce bassa. -È un sistema che si sta decomprimendo. E lo sta facendo in fretta.-
Björn, il geochimico più anziano, si avvicinò con un contenitore per gas. -H₂S dominante, ma c’è anche CO₂ alto e tracce di He-3. Il rapporto He-3/He-4 è… anomalo. Troppo alto per essere solo fluidi di crosta.-
Erik annuì senza sorpresa. -Magma profondo. O almeno un degassamento mantellico.-
Ordinai i campionamenti. Kjartan preparò il drone termico per mappare la temperatura superficiale del lago. María scattava foto meticolose, ogni bolla, ogni incrostazione, ogni schizzo. Freydís e Björn prelevavano fango e acqua: provette sigillate, flaconi per gas disciolti, tubi per misurare conducibilità e pH in loco.
Mentre lavoravano, io mi allontanai di qualche metro, seguendo la linea della riva. Il terreno cedeva sotto i piedi, molle, caldo.
Mi chinai su una pozza piccola, quasi invisibile sotto il muschio. Il fango lì era più scuro, quasi nero, e ribolliva con un ritmo diverso: più lento, più profondo, come se venisse da molto lontano.
Ricordai le riunioni di ottobre, novembre, dicembre. Le sequenze sismiche profonde. Eventi a 18-25 km, sotto la zona di rift orientale, lungo l’asse che collega Bárðarbunga a Vatnajökull e poi a Torfajökull. Non erano i soliti sciami superficiali. Erano terremoti a bassa frequenza, quasi silenziosi per i sismometri standard, ma chiari nei dati a banda larga. Li avevamo chiamati “eventi di lungo periodo” all’inizio, poi semplicemente “segnali profondi”.
Tornai verso la squadra. Erik stava leggendo i primi dati dal sensore portatile di conducibilità.
-Salinità altissima,- disse. -Questo non è solo riscaldamento di acqua glaciale. C’è un input di fluidi ricchi di sali e gas da sotto. Profondo.-
-Quanto profondo?- chiese Freydís.
-Almeno 10-15 km. Forse di più.-
Non finì la frase. Non serviva. Tutti conoscevamo gli scenari: eruzione freatica, esplosione di vapore, collasso di fango bollente, emissione massiccia di gas letali.
Kjartan richiamò il drone. Lo schermo mostrava una mappa termica: zone rosse che si estendevano sotto il lago, linee di calore che convergevano verso il centro.
Mi tolsi gli occhiali per un istante, strofinandomi gli occhi irritati dal gas. Il vento portò un’altra zaffata di zolfo, così forte che mi fece lacrimare.
-Campioniamo tutto,- ordinai. -Gas, acqua, fango, temperatura ogni 20 metri. Poi torniamo a Reykjavík. Dobbiamo ricalibrare il modello. È qualcosa di nuovo. O di vecchio che si sta risvegliando.-
Mentre la squadra lavorava in silenzio, io rimasi ferma, lo sguardo fisso sul lago. Le bolle continuavano a salire, lente e implacabili. Ogni scoppio era un respiro. Ogni vapore un sussurro.35Please respect copyright.PENANA4Mcq3iJXP6
Il lago non era più un lago.35Please respect copyright.PENANAdMnLN4GppN
Era una bocca.35Please respect copyright.PENANA1QnM3xBO1c
E stava parlando.35Please respect copyright.PENANAm96iOJW60N
Parlava di pressione che saliva da abissi che non avevamo mai misurato davvero.35Please respect copyright.PENANAJd9H6fWuHk


