Non era la pioggia estiva che ricordavo calda, profumata di erba tagliata e terra bagnata. Questa era una pioggia islandese fredda, quasi ostinata, che portava con sé un sentore metallico di cenere residua e faceva brillare l'asfalto come se fosse unto. Le gocce picchiettavano sul parabrezza della jeep di Ragnar con un ritmo lento, ipnotico, e ogni tanto una folata di vento le trasformava in diagonali argentee che scivolavano via senza lasciare traccia.
Sedevo sul sedile del passeggero, le mani strette in grembo, le dita intrecciate così forte che le nocche erano bianche. Fuori, le case basse di Selfoss scivolavano via nel crepuscolo grigio che era diventata quella giornata senza sole, i tetti ancora macchiati di quella polvere vulcanica che non se n'era mai andata del tutto. La neve di febbraio si era sciolta in parte, ma aveva lasciato pozze d'acqua sporca lungo i marciapiedi, e la temperatura, nonostante fosse giugno, non superava gli otto gradi.
Ragnar guidava in silenzio. Le mani sul volante erano salde, ma notai il piccolo movimento del pollice che tamburellava piano contro il cuoio consumato. Il berretto verde era calcato sulla fronte, come sempre, e la luce verdastra del cruscotto gli illuminava il profilo della mascella. Ogni tanto mi lanciava un'occhiata di sfuggita, ma non diceva nulla. Sapeva. Sapeva che quel viaggio alla farmacia non era solo per comprare un test di gravidanza. Era per confermare quello che entrambi sentivamo da giorni: un ritardo che non era solo stress, una nausea mattutina che avevo attribuito alla polvere nell'aria, un senso di pesantezza nel basso ventre che non era solo paura.
La jeep sobbalzava leggermente sulle strade bagnate. Guardavo fuori, le dita che si stringevano più forte. Ricordavo la notte in cui avevamo fatto l'amore per la prima volta dopo l'evacuazione, nel letto della camera degli ospiti a Selfoss. Era stato lento, intenso, quasi disperato, come se i nostri corpi volessero dimostrare al mondo che eravamo ancora vivi in mezzo a tutta quella cenere.
-Sei nervosa?- chiese finalmente Ragnar, la voce bassa, rauca per il silenzio prolungato.
Annuii senza guardarlo. -Sì. E tu?-
Lui sorrise debolmente, un sorriso storto che conoscevo bene. -Terrorizzato. Ma anche… felice. Credo.-
La farmacia era una piccola costruzione in centro, con le luci al neon che brillavano fioche nella pioggia. Ragnar parcheggiò proprio davanti. Scendemmo insieme, le spalle curve contro il freddo. Dentro, l'aria era calda, odorava di medicinali e disinfettante. La farmacista, una donna di mezza età con gli occhiali, ci riconobbe subito: tutti in città sapevano chi erano gli sfollati da Vík.
Chiesi il test con voce bassa, quasi un sussurro. La donna non fece domande. Prese la scatola dallo scaffale e la posò sul bancone. Ragnar pagò in silenzio. Uscimmo di nuovo nella pioggia, la scatola infilata nella tasca interna della giacca di lui.
Il ritorno fu ancora più silenzioso. La jeep scivolava sull'asfalto bagnato. Tenevo la mano sul ventre, anche se non si vedeva niente. Sentivo il cuore battere lì sotto, come se il corpo avesse già capito prima della mente.
Arrivammo a casa. La luce della cucina era accesa. I miei genitori erano in soggiorno: mio padre sedeva sulla poltrona con una coperta sulle gambe; mia madre stava preparando il tè, le mani che si muovevano lente.
Io e Ragnar entrammo. L'aria era calda, odorava di legno bruciato e tè alla cannella. Mi tolsi il cappotto bagnato, Ragnar fece lo stesso. Ci guardammo per un istante, un lungo sguardo che diceva tutto.
-Mamma, papà,- dissi, la voce che tremava appena. -Dobbiamo parlare.-
I miei genitori alzarono lo sguardo. Mia madre posò la teiera. Mio padre si raddrizzò sulla poltrona.
Ci sedemmo tutti intorno al tavolo della cucina. La pioggia batteva contro i vetri, un ritmo costante che riempiva il silenzio.
Presi la mano di Ragnar sotto il tavolo. Lui la strinse forte.
-Ho fatto un test,- dissi alla fine, la voce bassa ma chiara. -Sono incinta.-
Il silenzio che seguì fu assoluto, rotto solo dal ticchettio della pioggia.
Mia madre si portò una mano alla bocca. Gli occhi le si riempirono di lacrime. Mio padre rimase immobile per un secondo, poi un sorriso lento, stanco ma genuino, gli illuminò il viso.
-Un bambino,- mormorò mia madre, la voce rotta. -In mezzo a tutto questo… un bambino.-
Annuii. Le lacrime mi scesero sulle guance. -Sì. Un bambino.-
Ragnar non disse nulla. Si limitò a stringermi la mano più forte, gli occhi verdi che brillavano di una luce nuova, fragile ma vera.
Fuori, la pioggia continuava a cadere. Dentro, per la prima volta dopo mesi, la casa sembrò un po' più calda.
Mia madre si alzò per prima. Mi abbracciò con forza, il corpo che tremava leggermente. -Mia piccola," sussurrò, la voce spezzata. "Un nipote. In questo mondo… un nipote.-
Mio padre rimase seduto, ma allungò la mano attraverso il tavolo. Ragnar gliela strinse. Per un momento i due uomini si guardarono senza parlare. Poi mio padre annuì, un gesto lento, quasi solenne.
-Bene,- disse soltanto. La tosse gli interruppe la parola, ma non cancellò il sorriso.
Mi asciugai gli occhi con il dorso della mano.
Mia madre preparò il tè per tutti. Ci sedemmo di nuovo, le tazze calde tra le mani. La pioggia batteva più forte ora, ma dentro la cucina il calore della stufa e delle parole appena dette creava un piccolo cerchio di luce.
-Quando lo hai capito?- chiese mia madre, la voce più calma.
-Da qualche settimana,- risposi. -La nausea. Il ritardo. Poi… il test ha confermato tutto.-
Ragnar ascoltava in silenzio, il pollice che mi accarezzava il dorso della mano sotto il tavolo. Immaginavo i suoi pensieri correre veloci: un bambino in un mondo di cenere e freddo prolungato. Ma sapevo che c'era anche una gioia quieta, profonda, che non provava da mesi.
Mio padre bevve un sorso di tè, poi posò la tazza con cura. -E il padre… sei contento, Ragnar?-
Ragnar alzò lo sguardo. -Sì,- disse semplicemente. -Molto.-
Mia madre sorrise tra le lacrime. -Allora dobbiamo pensare a un nome. E a una culla. E…-
Risi piano, un suono fragile ma vero. -Mamma, è presto.-
-Presto?- Mia madre scosse la testa. -Con tutto quello che è successo, niente è presto. Dobbiamo essere pronti.-
Parlammo per ore. La pioggia non smise mai. Mia madre pianse e rise nello stesso momento. Ragnar rimase vicino a me, la mano nella mia, il corpo che irradiava un calore silenzioso.
Quando finalmente andammo a letto, la casa era silenziosa. Mi sdraiai accanto a Ragnar, la testa sul suo petto. Fuori la pioggia continuava a cadere, un ritmo costante che sembrava cullarci.
-Hai paura?- sussurrò lui nel buio.
-Sì,- risposi. -Ma anche no. Perché ci sei tu.-
Chiusi gli occhi. Sentii il battito del cuore di Ragnar sotto l'orecchio, lento e forte. Un nuovo cuore stava crescendo dentro di me. E per la prima volta dopo l'eruzione, il futuro non sembrava solo cenere.
Fuori, la pioggia lavava via un po' di grigio dal mondo.36Please respect copyright.PENANA67caxKzBnu


