La notte era nera come la pece, un buco che inghiottiva tutto. Fuori dalla finestra la neve scendeva muta, fiocchi pesanti che si ammucchiavano sul davanzale senza fare rumore, solo un fruscio continuo contro il vetro. Dentro la stanza non c’era luce, nemmeno quella fioca del lampione lontano. Solo buio denso, umido, che sapeva di lana bagnata, sudore vecchio e legna bruciata dalla stufa lontana in soggiorno.
Ero sdraiata sotto le coperte pesanti, il corpo già caldo ma ancora teso. Ragnar era sopra di me, il suo peso familiare che mi schiacciava contro il materasso. Non parlavamo. Non serviva. Le sue mani ruvide mi avevano già tolto il maglione poi tutto il resto. Io gli avevo strappato via la felpa e i pantaloni con movimenti bruschi, quasi rabbiosi. Non era romanticismo. Era fame. Fame di sentire qualcosa che non fosse cenere in gola, tosse secca, notizie alla radio.
Era dentro di me. Soffocai un gemito mordendomi il labbro. Lui non si fermò. Spingeva forte, profondo, il ritmo irregolare, come se anche lui stesse combattendo contro qualcosa. Le sue mani mi stringevano i fianchi, le dita che affondavano nella carne morbida sopra le ossa. Io gli graffiavo la schiena, le unghie che lasciavano solchi rossi che al mattino sarebbero diventati croste. Il letto cigolava, un lamento ritmico che si mescolava al nostro respiro spezzato.39Please respect copyright.PENANAn23N1QA7GR
Sudavamo. Tanto. Il sudore ci colava lungo la schiena, tra i seni, tra le cosce. Era appiccicoso, salato, caldo. Mi finiva negli occhi, mi bruciava. Non mi importava. Lo volevo. Ogni spinta era un modo per dire “non sono morta”. Ogni graffio era un “non mi hai ancora spezzata”. Venni con un rantolo soffocato, la schiena inarcata, le gambe che tremavano intorno ai suoi fianchi. Lui continuò ancora poi si irrigidì, e si svuotò dentro di me con un tremito violento.
Restammo fermi così, incastrati, ansimanti. Il suo peso mi schiacciava ancora, ma non volevo che si spostasse. Non ancora. Il sudore si raffreddava piano sulla pelle, diventava freddo. Fuori la neve continuava a cadere, indifferente.
Dopo un tempo che non seppi misurare, lui rotolò di lato. Io mi girai verso di lui, il viso premuto contro il suo petto sudato. Sentivo il cuore che martellava ancora forte, poi rallentava. Il suo odore era ovunque: sudore, fumo di legna, un vago sentore di zolfo che non se ne andava più da mesi.
-Scusa,- dissi alla fine. La voce uscì rauca, strozzata. -Per oggi. Per la scenata in macchina. Per averti trascinato lassù come una pazza.-
Lui non rispose subito. Sentii solo il suo petto alzarsi e abbassarsi sotto la mia guancia. Poi la sua mano grande mi accarezzò i capelli umidi, un gesto lento, quasi meccanico.
-Non devi scusarti,- mormorò. -Lo capisco.-
-No. Devi capirlo davvero.- Mi tirai su sui gomiti, anche se nel buio non vedevo quasi niente. -Non era solo un capriccio. Ero incazzata nera. Incazzata con tutto. Con la cenere che non finisce mai, con mio padre che tossisce come se stesse morendo, con mia madre che spalava neve sporca alle sei del mattino come una dannata automa. Con te che fai finta di stare bene quando invece stai male quanto me.-
Silenzio. Solo il respiro di lui, lento, controllato.
-Da ottobre,- continuai, la voce che tremava ma non si spezzava. -Da quel cazzo di terremoto che ci ha buttati fuori dal letto alle due di notte. Pensavamo fosse Katla, tutti pensavamo a Katla. Invece è arrivata Hekla per prima. Poi Godabunga. Poi Eyjafjallajökull che si è svegliato di nuovo. Mesi, Ragnar. Mesi di maschere N95 che puzzano di plastica, notizie che dicono sempre la stessa cosa: “aspettiamo”. E io non ce la faccio più ad aspettare. Non ce la faccio più a stare qui a Selfoss in una casa che non è mia, a sentire mio padre tossire sangue nel sonno, a vedere la spiaggia di Reynisfjara solo nelle foto vecchie sul telefono.-
Le lacrime arrivarono, calde, rabbiose. Non le asciugai. Lasciai che mi colassero sul petto nudo, mischiandosi al sudore che si stava asciugando.
-Non avrei mai pensato,- dissi piano, quasi un sussurro. -Mai in vita mia. Di essere evacuata da Vík. Di perdere tutto. La fattoria, le pecore, la casa con le travi di legno che scricchiolavano quando tirava vento. Pensavo che sarei morta lì, vecchia, con le lentiggini sbiadite e i capelli grigi. Non qui. Non in esilio. Non a contare i giorni finché la cenere non ci permette di tornare, sapendo che forse non torneremo mai.-
Lui si mosse, mi prese il viso tra le mani. Le sue dita erano ancora calde, un po’ appiccicose di sudore. Mi sfiorò le guance con i pollici, asciugando le lacrime che continuavano a scendere.
-Lo so,- disse. La voce bassa, graffiata. -Anche a me fa schifo. Tutto questo fa schifo. Non fingo di stare bene. Dentro sto urlando da mesi. Ma urlare non cambia niente. La cenere non se ne va perché urlo. Vík non rispunta fuori perché piango. Eyjafjallajökull non si spegne perché lo odio.-
Si fermò. Sentii il suo respiro contro la mia fronte.
-Non so quando finirà,- continuò. -Nessuno lo sa. L’IMO dice forse tra un mese, forse tre, forse un anno. La cenere può continuare a cadere per tutto l’inverno. Il freddo può stringere ancora di più. Potremmo dover aspettare fino alla prossima estate solo per vedere se le strade sono percorribili. E anche allora… Vík potrebbe essere irriconoscibile. Le case crollate sotto il peso della tefra, i pascoli avvelenati. Potrebbe non esserci più niente da recuperare.-
Le sue parole erano crude. Era quello che volevo sentire. Niente bugie, niente “andrà tutto bene”.
-Ma,- disse dopo un lungo silenzio, -se ci lasciamo andare, se restiamo qui sdraiati ad aspettare che il mondo si sistemi da solo… allora sì che abbiamo perso tutto. Non solo la casa. Abbiamo perso noi.-
Mi strinse più forte.
-Dobbiamo trovare uno scopo. Qualsiasi cosa. Anche piccola. Alzarsi la mattina e fare il caffè per tua madre. Aiutare al centro a distribuire le scatole di cibo. Riparare quel generatore del cazzo che si spegne ogni due ore. Stare con tuo padre quando tossisce e non sa più cosa dire. Far l'amore nel buio perché è l’unica cosa che ci fa sentire vivi. Qualsiasi cosa. Ma dobbiamo farla. Perché senza uno scopo non si va avanti. Nessuno va avanti. Si muore dentro prima che fuori.-
Restai in silenzio. Le sue parole mi colpivano come schiaffi, ma erano schiaffi veri. Quelli che ti svegliano.
-Tu ce l’hai uno scopo?- chiesi alla fine, la voce piccola.
-Sì,- rispose senza esitare. -Tu. Stare con te. Tenerti in piedi quando crolli. Essere qui quando ti svegli urlando nel sonno. E domani… domani ne troverò un altro. Magari portare la jeep a fare rifornimento per il centro. Non lo so ancora. Ma lo troverò. E tu devi trovarne uno anche tu.-
Mi tirai su, mi misi a cavalcioni su di lui. Il suo corpo era ancora caldo, sudato, appiccicoso. Gli presi il viso tra le mani, lo baciai forte, con rabbia e gratitudine insieme.
-Lo troverò,- dissi contro le sue labbra.- te lo giuro.-
Fuori la neve continuava a cadere, coprendo il mondo di un silenzio bianco e indifferente.39Please respect copyright.PENANAnRH1nBQmVj
Ma dentro, in quel buio umido e caldo, c’eravamo noi. Sudati, incazzati, spaventati, vivi.39Please respect copyright.PENANA7KLTP08T50
E per quella notte bastò.39Please respect copyright.PENANAZsDrQfTjkv


