Era il 20 febbraio, Mancavano quattro giorni al treno.
La stanza era un buco gelido, illuminata solo dalla luce arancione sporca che filtrava dalle tapparelle mezze abbassate. Fuori nevicava ancora, fiocchi pesanti che sbattevano contro il vetro come schiaffi lenti. Dentro faceva freddo lo stesso, anche se il termosifone gorgogliava. Avevamo messo sopra le coperte i nostri vestiti. Sotto eravamo nudi, stretti, pelle contro pelle, cercando di rubarci calore a vicenda. Il sudore di prima si era asciugato, lasciando una patina appiccicosa e salmastra. Yelena aveva la testa sul mio petto, i capelli castani sparsi come alghe bagnate. I suoi orecchini di rame e oro mi sfioravano la pelle ogni volta che respirava. Tintinnavano piano, un suono che ormai era diventato il mio battito di sottofondo.
Non dormivamo. Non ci provavamo nemmeno. Domani doveva iniziare a preparare la valigia. Il treno partiva da Milano Centrale alle 6:47, cambiava a Verona, poi a Innsbruck, poi a Vienna, poi a Budapest, poi a Bucarest. Da lì un autobus fino a Chișinău. Niente aerei, ovvio. I cieli sono ancora chiusi. Qualche volo sporadico ripartiva, ma costavano un occhio. Quindi treno. Settantadue ore di scompartimenti, sedili duri, cambi in stazioni ghiacciate. Settantadue ore per arrivare da una madre.
Le strinsi i fianchi più forte. Lei emise un piccolo suono, mezzo gemito mezzo sospiro, e si spostò appena per guardarmi.
-Alex,- sussurrò. La voce era rauca, segnata dall’accento moldavo che non ha mai perso del tutto. -Non dormire?-
-No. Tu?-
Scuote la testa. I capelli mi sfiorarono il petto. -Non riesco. Penso al treno. Penso a mia madre. Penso… a tutto.-
Le passai una mano sulla schiena, lungo la spina dorsale. La pelle era fredda in certi punti, calda dove eravamo a contatto. -Dimmi.-
Silenzio lungo. Poi lei inspirò, come se stesse raccogliendo pezzi di se stessa.38Please respect copyright.PENANAFuGVahQJVE
-Ho paura,- disse piano. -Paura di ciò che mi aspetta. Paura che il bambino…- Si interrompe, la mano che scivolò sul ventre piatto. Non si vedeva ancora niente, ma lo sapevamo entrambi che c’era.
Quelle ultime parole mi colpirono come un pugno nello stomaco. Non dissi niente subito. Le baciai la fronte, sentendo il sapore salato della sua pelle.
-Non devi farti questi pensieri cupi.- dissi alla fine. La voce mi uscì più dura di quanto volessi. -Devi tornare. Io ti aspetto qui. Con o senza questo freddo del cazzo, con o senza ristorante, con o senza niente. Ti aspetto.-
Lei alzò la testa. Mi guardò dritto negli occhi, anche se al buio è più un intuire che vedere.38Please respect copyright.PENANAgePfaZA2CC
-E se non torno?- chiese. Non era provocazione. -Qui non c’è lavoro. Il ristorante è morto. Milano è morta sotto questa neve sporca. E se resto là…-
Non finì la frase. Non serviva.38Please respect copyright.PENANAC8LmutJp1P
Le presi il viso tra le mani. Le guance erano bagnate.
-Allora vengo a prenderti,- dissi. - Non ti lascio là da sola con un bambino. Non ti lascio.-
Lei rise, ma era un riso amaro, spezzato. -Con quali soldi, Alex? Con quali? Siamo al verde. Bollette arretrate, affitto che scade tra un mese, e Marco dice che non riapre prima di giugno, forse luglio. E anche se riaprisse… cosa?-
Aveva ragione. Lo sapevo. Milano era un cadavere congelato con le strade come canyon di neve sporca alta un metro e mezzo, molti negozi erano chiusi da settimane. Il Duomo sembra una cattedrale morta, le guglie contro un cielo grigio perenne. La gente camminava curvi, con borse della spesa mezze vuote, e tutti avevano la stessa faccia: stanca, incazzata, rassegnata. Il freddo aveva ucciso l’inverno normale e aveva portato qualcosa di peggio.
-Allora ce ne andiamo,- dissi all’improvviso.
-Cosa?-
-Ce ne andiamo da Milano. Non appena torni. Non aspettiamo che qui si sistemi. Non c’è niente da sistemare. Questa città ci ha mangiati vivi. Il lavoro al ristorante era una merda già prima, figurati ora. Non c’è futuro qui. Nemmeno se la cenere smette domani e il sole torna a splendere. Troveremo un posto. Qualsiasi posto.-
Lei restò zitta. Sentivo il suo cuore battere forte contro il mio.
-Dove?- chiese alla fine.
-Non lo so ancora. Ma non qui. Ovunque ci sia lavoro, anche di merda.-
Lei si morse il labbro. -E il bambino?-
-Il bambino nasce dove nasciamo noi. Insieme. Non lo facciamo crescere in un appartamento con le pareti che muffiscono e il riscaldamento che funziona due ore al giorno. Non lo facciamo crescere con un padre cameriere disoccupato e una madre che lava piatti per quattro soldi. Voglio di più per lui. Per lei. Per noi.-
-Anna o Andrei,- sussurrò lei, come se stesse provando i nomi per vedere se suonano veri.
-Già. Anna o Andrei. E gli daremo un posto dove non deve contare i centesimi per il pane. Dove non deve respirare cenere.-
Lei si strinse di più. Le sue gambe si intrecciarono alle mie, i piedi freddi contro i miei polpacci. Restammo così, in silenzio, per un tempo lunghissimo. Fuori la neve continua a cadere, un rumore bianco che copre tutto.
-Ho paura lo stesso,- disse alla fine.
-Lo so. Anch’io.-
-Ma… ci proviamo?-
-Sì. Ci proviamo.-
Le baciai la bocca, piano. Sapeva di sale e di stanchezza. Lei rispose, le mani che mi afferrano i capelli. Non era sesso stavolta. Era solo contatto. Bocca contro bocca, lingua contro lingua, un modo per dire “non ti mollo”.38Please respect copyright.PENANABSC2fainsl
Dopo un po’ ci staccammo. Lei appoggiò di nuovo la testa sul mio petto.
-Quando torno,- disse piano, -decidiamo dove.-
-Va bene.-
Lei annuì contro la mia pelle. Sentii le sue lacrime calde scivolare sul mio petto.
-Ti amo,- sussurrò.
-Ti amo anch’io.-
Restammo stretti così fino all’alba. La neve fuori rallentò, divenne più rada. Il mondo era ancora congelato, ma sotto le coperte c’èra un piccolo fuoco che non si spegneva.38Please respect copyright.PENANALdOw9O7HXC
Quattro giorni al treno.38Please respect copyright.PENANAQOaxflRB6M


