Era il 15 febbraio 2029, e Selfoss sembrava un villaggio fantasma avvolto in un velo di grigio perpetuo, un mondo dove il cielo aveva dimenticato come essere blu.
Mi svegliavo ogni mattina con lo stesso peso nel petto: un misto di adrenalina residua e una malinconia che si insinuava come la cenere nei polmoni.
Eravamo qui da un mese e mezzo, evacuati da Vík í Mýrdal, quel villaggio che avevo chiamato casa, ora sepolto sotto uno strato di cenere che i notiziari descrivevano come un sudario spesso cinquanta centimetri.33Please respect copyright.PENANAsMaSUOg2M7
Cinquanta centimetri di polvere vulcanica, fine come farina ma tagliente come vetro, che aveva trasformato le strade in deserti grigi, le fattorie in rovine abbandonate.
Mi alzai dal letto che condividevo con Áróra da quando eravamo arrivati nella camera degli ospiti. Lei era già in piedi, i capelli ramati arruffati come fili di rame esposti al vento, gli occhi fissi sulla finestra appannata.33Please respect copyright.PENANAUh1U0dc2Oz
Indossava un maglione di lana pesante, e le lentiggini sul suo viso sembravano una costellazione sbiadita, offuscata dalla stanchezza.
-Buongiorno,- mormorai, avvicinandomi e sfiorandole la schiena. Lei si voltò, un sorriso debole che non raggiungeva gli occhi. - Notizie fresche,- disse, porgendomi il telefono.
Lo schermo illuminato mostrava l'ultimo bollettino dall'IMO: Godabunga continuava a eruttare anche se non più con la stessa intensità di prima ma alimentando comunque una nuvola di cenere verso l'Europa. E ora Eyjafjallajökull si era unito al coro, con un'eruzione simile a quella del 2010, che si era spostata con la fine dell'attività eruttiva a Fimmvörðuháls alla sommità coperta dal ghiacciaio, ma persistente vomitante cenere fine che paralizzava i cieli.
Vík... Vík era sotto cinquanta centimetri di tefra . Immagini satellitari mostravano il villaggio come una macchia grigia, le case basse sepolte, la spiaggia nera di Reynisfjara ora un tappeto uniforme di tefra.
-Porca miseria, - dissi, scorrendo le foto.
Áróra annuì, mordicchiandosi il labbro inferiore, un gesto che faceva quando era irrequieta, e lo era stata per tutta la settimana, sbattendo porte, camminando avanti e indietro nella stanza, come se il suo corpo non potesse contenere il peso di tutto questo. - Chissà quando cazzo finirà- mormorò, la voce incrinata, era chiaro che i cambiamenti delle sue abitudini avevano inciso sulla sua personalità.
Io la strinsi a me, sentendo il suo corpo magro contro il mio, il calore familiare che contrastava il gelo che filtrava dalle fessure della finestra.33Please respect copyright.PENANAG3ib0QELLl
Pascoli contaminati, acque acide, come nelle storie dei nonni su eruzioni passate. E noi qui, a Selfoss, non eravamo immuni. La neve che caduta tutta la notte era mista a cenere, un velo grigio che si accumulava sul vialetto.
Fuori, sentii il rumore di una pala che grattava il suolo. Guardai dalla finestra: la madre di Áróra, era lì, infagottata in un cappotto pesante, con una maschera sul viso e guanti spessi, che puliva il vialetto dalla neve grigia. Ogni pala piena era un misto di fiocchi bianchi e polvere vulcanica, che lei ammucchiava ai lati, il respiro affannoso visibile come nuvolette nel freddo mattutino. -Tua madre è una roccia,- dissi ad Áróra, ammirando come con i suoi capelli grigi raccolti in una crocchia, non si fermasse mai. Ma dentro, in camera, Einar era un'altra storia. Il padre di Áróra era a letto da due giorni, con una tosse brutta, secca e insistente, che echeggiava nella casa come un tuono lontano.33Please respect copyright.PENANAWXFIoqzjom
-La cenere,- aveva detto il medico locale, prescrivendo inalatori e riposo. -Particelle fini nei polmoni. Niente sforzi.- Einar, quell'uomo robusto che aveva sfidato mari e terremoti, ora sembrava fragile, il viso pallido, gli occhi arrossati. La famiglia ruotava intorno a lui: la madre di Aròra gli portava tè caldo, Áróra controllava la febbre, io aiutavo con le faccende pesanti.
Áróra si staccò da me, andando in cucina per preparare il caffè, o quel che ne rimaneva, dato che le scorte scarseggiavano e i prezzi al supermercato erano raddoppiati. -Saga mi ha scritto,- disse, versando l'acqua nella moka. -A Reykjavík sta ancora cadendo cenere.-
Io mi sedetti al tavolo, sfregandomi gli occhi, anch'io sentivo un prurito costante alla gola, un ricordo della polvere che filtrava ovunque. -Ironico, no?- dissi, con un sorriso amaro. -Tutti avevano paura di Katla, il gigante sotto il ghiaccio, quello che incombeva su Vík da secoli. E invece, la vera minaccia era lì accanto, Godabunga, e Eyjafjallajökull che si unisce al coro.-
Áróra mi guardò, gli occhi che lampeggiavano, quel verde e quel castano-azzurro che mi avevano catturato. -Non è divertente, Ragnar,- replicò, la voce tesa. -Vík è sepolta. La nostra casa... tutto.-
Sapevo che era sotto stress. La vedevo camminare avanti e indietro, come se il suo corpo volesse fuggire da questa prigione grigia.
Improvvisamente, sbatté la tazza sul tavolo, il caffè che schizzava. -Basta,- mormorò, dirigendosi verso la stanza che condividevamo, sbattendo la porta dietro di sé. Sentii il rumore di cassetti aperti, vestiti frugati. La madre entrò dalla porta sul retro, togliendosi la sciarpa, il viso arrossato dal freddo. -Cosa le prende?- chiese, ma io già sapevo.
Áróra uscì dalla stanza, con il cappotto addosso, gli stivali ai piedi, il viso determinato ma stanco. -Vado fuori,- disse, ignorando le proteste di Helga. -Sotto la neve?- ma Áróra non ascoltava, aprendo la porta d'ingresso e uscendo nel freddo, i fiocchi che le turbinavano intorno come spiriti maligni.
La seguii di corsa, afferrando il mio giaccone. Fuori, la neve cadeva fitta, un velo che offuscava la vista, rendendo Selfoss un labirinto di ombre grigie: case basse con tetti appesantiti. Áróra era già alla jeep, parcheggiata nel vialetto, le mani che armeggiavano con le chiavi che aveva preso dal mio zaino. -Áróra! Aspetta!- gridai, raggiungendola appena in tempo prima che partisse. Salii sul lato passeggero, il cuore che batteva forte. -Cosa ti prende?- chiesi, ansimando, mentre lei accendeva il motore, i tergicristalli che lottavano contro i fiocchi grigi. Lei mi guardò, quegli occhi particolari che sembravano riflettere il caos del cielo, uno verde come speranza perduta, l'altro diviso come il nostro mondo spezzato. -Voglio vedere con i miei occhi,- disse, la voce rotta ma decisa. -Non ce la faccio più a stare qui, a sentire notizie. Voglio vedere cosa sta succedendo. -
-Sai almeno guidare questo coso?- dissi, cercando di alleggerire, ma lei mi lanciò uno sguardo che diceva tutto: "Chi credi che io sia?."
Senza rispondere, diede un'accelerata improvvisa, sbalzandomi contro il sedile, la jeep che slittava sulla neve grigia del vialetto prima di immettersi sulla strada. -Ehi!- protestai, ma lei non rallentò, sterzando verso est, lontano da Selfoss, verso gli altopiani. Guidammo in silenzio per un po', la strada Route 1 che si snodava tra paesaggi desolati: campi coperti di neve grigia, muretti di pietra anneriti.
-Áróra,- dissi piano, dopo chilometri. -Parla. Cos'hai?- Lei strinse il volante, le nocche bianche. -Stanca, Ragnar. Stanca di aspettare. Di sentire papà tossire..mamma pulire neve grigia che non finisce mai. Di sapere che Vík è morta, sotto cinquanta centimetri..di tutta questa situazione di merda. -
Continuammo, la jeep che sobbalzava su strade secondarie.
Dopo ore, arrivammo a Landmannalaugar, quel paradiso di altopiani che conoscevo bene dalle mie guide turistiche. Parcheggiammo su un'altura, scendendo nella neve grigia. E lì, in lontananza, appena oltre l'orizzonte lo spettacolo in quel cielo cupo: le colonne di cenere da Godabunga ed Eyafjallajokull, torri grigio-scure che salivano al cielo, chilometri, vortici di cenere e gas che roteavano come tornado. Il paesaggio era coperto di neve grigia, un manto uniforme che soffocava tutto. E poi i fulmini: saette che danzavano nella nuvola, rami blu e viola che si biforcavano, esplodendo in bagliori accecanti.
Áróra restò attonita. -Non mi sarei mai aspettata di vivere una cosa del genere,- sussurrò, la voce persa. Io annuii, mettendole un braccio intorno alle spalle. -Nemmeno io. Non siamo più gli stessi dopo Hekla. Quello era un assaggio; questo è l'inferno.-
Poco dopo, lei si voltò verso di me, le lacrime che rigavano il viso grigio di cenere. -Stanca, Ragnar. Semplicemente stanca. Portami a casa, non ce la faccio più.- La abbracciai forte, sentendo il suo corpo tremare contro il mio, il calore di lei l'unica cosa viva in quel paesaggio morto. -Ci sono io qui con te,- dissi, baciandole la fronte. Lei annuì, stringendomi. -Grazie di esserci.-
Tornammo alla jeep.33Please respect copyright.PENANAcYRhoaP0pW


