Il pomeriggio in cui il cielo di Milano si spalancò, ero ancora al ristorante, con le mani screpolate dal detersivo e i capelli castani raccolti in una coda chignon, come sempre. Mi chiamavo Yelena, avevo ventitré anni, e venivo dalla Moldavia. Ero magra, ma lo ero sempre stata come costituzione, facevo lavoro come donna delle pulizie e lavapiatti. I miei occhi castano chiaro scrutavano il mondo con una certa cautela. A ogni orecchio portavo due paia di piccoli orecchini ad anello, uno dorato e uno di rame, un’abitudine che avevo preso da ragazza. Non me li toglievo mai, e il loro lieve tintinnio mi accompagnava mentre lavoravo.
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Era il 13 ottobre 2028, a Milano, però, la vita andava avanti, frenetica e indifferente, con le strade piene di clacson e il cielo che minacciava pioggia già dal mattino. Il ristorante, un posto di medio livello in zona Navigli, con tovaglie bianche e un menu che cambiava ogni sei mesi, era quasi vuoto quel pomeriggio. Avevo finito di pulire i pavimenti, strofinando via macchie di vino e briciole di pane, e stavo svuotando l’ultimo secchio quando un tuono fece tremare i vetri. Guardai fuori: il cielo era nero, come se qualcuno avesse steso un velo sopra la città. La pioggia iniziò a cadere a raffiche, violenta, spinta dal vento che ululava tra i palazzi.
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-Yelena, finisci presto? Questo tempo è schifo. - disse Marco, il proprietario, mentre chiudeva la cassa. La mia voce, con quell’accento dell’Est che non riuscivo a scrollarmi di dosso, rispose: - Sì, sì, finisco ora, Marco. Solo secchio da svuotare. -
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Parlavo italiano bene, dopo tre anni a Milano, ma le vocali mi uscivano ancora un po’ dure, come se la mia lingua si rifiutasse di ammorbidirsi del tutto.
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Stavo riponendo lo straccio quando le luci del ristorante sfarfallarono e poi si spensero del tutto. Un silenzio strano calò, rotto solo dal tamburellare della pioggia contro le vetrine. I pochi clienti rimasti, un paio di uomini d’affari in giacca e cravatta, alzarono lo sguardo dai loro cellulari, irritati. Marco imprecò sottovoce e andò a controllare il quadro elettrico, mentre io rimasi ferma, con il secchio in mano, a guardare il buio che si era mangiato la sala.
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-Grande casino, eh? - disse una voce alle mie spalle. Era Alex, il cameriere, un uomo di trentasei anni con corti capelli castani e occhi castani che sembravano sempre vedere un po’ più in là di quello che dicevi. Lo conoscevo da quando ero arrivata, quindi nonostante la mia generale riservatezza e poca confidenza nei confronti delle persone ero abituata a parlarci ogni tanto. Anche lui aveva finito tardi, come me, e stava infilandosi il giubbotto vicino alla porta sul retro. - Temporale così non lo vedevo da un po'. - aggiunse, indicando la finestra. Un lampo illuminò il suo viso per un attimo, evidenziando le rughe leggere agli angoli degli occhi, segno di qualcuno che aveva vissuto più di quanto lasciasse intendere.
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-Sì, è… come si dice? Un casino. - risposi, cercando la parola giusta. Alex sorrise, un sorriso caldo ma con un’ombra di stanchezza, e quel gesto mi fece sentire un po’ meno sola in quel buio. - Casino, sì, ci sta. - disse, avvicinandosi. - Tu come torni a casa con questo tempo? Non dirmi che prendi la metro.-
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Scossi la testa, e gli orecchini tintinnarono leggermente. - No, bus. Ma con pioggia così, non so se passa. -
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Vivevo in una stanza in affitto a Quarto Oggiaro, lontana dal centro, e l’idea di aspettare un autobus sotto quel diluvio mi faceva venire i brividi. Il vento, fuori, stava diventando sempre più forte, e ogni tanto un ramo o un pezzo di carta volava contro le vetrine, come se la città stesse perdendo pezzi di sé.
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-Senti, Yelena - disse Alex, infilandosi le mani in tasca. - Ho la macchina parcheggiata qui vicino. Ti do un passaggio, se vuoi. Non ha senso che resti qui o che ti bagni fino all’osso.-
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Esitai. Non conoscevo Alex così bene. Era gentile, sempre con una battuta pronta, ma non ero il tipo che accettava favori facilmente. In Moldavia, mia madre mi aveva insegnato a non fidarmi di nessuno, soprattutto in una città grande come Milano. Ma poi un altro tuono rimbombò, così forte che sentii il pavimento vibrare sotto i piedi, e capii che non avevo molte alternative. - Va bene - dissi, con un sorriso timido. - Grazie, Alex. È… gentile da te._
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-Figurati - rispose, scrollando le spalle. - Aspetta qui, prendo la macchina e ti faccio un fischio. -
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Sparì nel retro, e io rimasi a guardare la pioggia che scorreva a fiumi lungo le vetrine, trasformando il mondo fuori in una macchia sfocata di luci e ombre, fortuna che ormai avevo finito.
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Gli orecchini di rame e oro si sfiorarono mentre scuotevo la testa per scacciare un pensiero, un ricordo della Moldavia che il temporale aveva risvegliato.
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Quando Alex tornò, aveva un ombrello che sembrava sul punto di spezzarsi sotto le raffiche. - Andiamo, veloce! - gridò, facendomi segno di seguirlo. Corsi fuori, con la mia giacca leggera che si inzuppò in pochi secondi. La sua macchina, una Fiat Panda vecchia di almeno vent’anni, era parcheggiata a due isolati di distanza. Salimmo, e il calore dell’abitacolo, anche se minimo, fu un sollievo. L’interno odorava di caffè e di qualcosa di indefinito, forse il profumo di Alex, un misto di sapone e un vago sentore di tabacco.
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-Dove stai, di preciso? - chiese, accendendo il motore. Gli diedi l’indirizzo, e lui annuì, mettendo in moto i tergicristalli, che faticavano a tenere il passo con la pioggia. - Temporale schifoso.- mormorò, mentre guidava lentamente lungo le strade allagate dei Navigli.
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-Forse è arrabbiato. - dissi, scherzando a metà. - In Moldavia, mia nonna diceva che temporali così sono spiriti che gridano. - La mia voce aveva quel tono cantilenante dell’Est, e mi accorsi che Alex mi guardava con la coda dell’occhio, incuriosito.
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-Spiriti, eh? Mi piace - disse, con un mezzo sorriso. - Sai che a Milano c’è una leggenda su un temporale? Dicono che quando il cielo si rompe così, è il Diavolo che passeggia sul Duomo. - Fece una pausa, come se stesse soppesando le sue stesse parole. - Non che ci creda, ma oggi… boh, sembra quasi vero.-
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Le strade erano un disastro. L’acqua si raccoglieva in pozze profonde, e ogni tanto la macchina slittava leggermente, facendomi stringere il bordo del sedile. I lampioni erano accesi, ma la luce sembrava debole, inghiottita dal buio e dalla pioggia. Ogni tanto, un lampo squarciava il cielo, illuminando i palazzi e i canali dei Navigli. Il vento scuoteva gli alberi e faceva volare rifiuti, e in lontananza si sentivano sirene, probabilmente ambulanze o polizia.
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-Non ti manca la Moldavia, ogni tanto? - chiese Alex, rompendo il silenzio. Stava guidando con una mano sola, l’altra appoggiata al cambio, e c’era una calma in lui che contrastava con il caos fuori.
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-Sì, a volte - ammisi, sfiorando istintivamente uno degli orecchini di rame. - Manca il silenzio, sai? Qui è sempre rumore, sempre fretta. Ma là… non c’era futuro. Qui almeno provo a costruire qualcosa. - Non so perché glielo dissi. Forse era il buio, o il temporale, o il fatto che fossimo solo noi due in quella macchina, come se il mondo fuori non esistesse più.
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-Capisco - disse lui, annuendo. - Io sono nato qui, ma a volte Milano mi sta stretta. Vorrei un posto più… aperto. -
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-Arrivammo a Quarto Oggiaro dopo quasi un’ora, un viaggio che di solito durava venti minuti. Le strade erano allagate, e in alcuni punti Alex dovette fare deviazioni per evitare tratti impraticabili. Quando finalmente parcheggiò davanti al mio palazzo, un edificio grigio e anonimo, la pioggia non aveva smesso, ma il vento sembrava essersi calmato un po’. - Eccoci - disse, spegnendo il motore. - Ce l’abbiamo fatta.-
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Grazie, Alex. Davvero - dissi, slacciando la cintura. - Se non tu, ero ancora là, bagnata come pulcino.-
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Lui rise, un suono caldo e stanco. - Pulcino, eh? Mi piace come parli, Yelena. - Mi guardò per un momento, e nei suoi occhi castani c’era una quiete che mi fece distogliere lo sguardo. - Ci vediamo domani al lavoro?-
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-Sì, certo - risposi, aprendo la portiera. - Buona serata, Alex.-
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-Buona notte, Yelena. E stai attenta agli spiriti. - disse, con un sorriso che mi rimase impresso mentre correvo verso il portone, sotto la pioggia che non smetteva di cadere, gli orecchini che tintinnavano piano.
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Dentro casa, mi tolsi la giacca bagnata e mi sedetti sul letto, ascoltando il temporale che continuava a ruggire fuori. E per la prima volta da quando ero arrivata a Milano, mi chiesi se non fossi finita in qualcosa di più grande di me, qualcosa che nemmeno gli spiriti di mia nonna avrebbero saputo spiegare.
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