130Please respect copyright.PENANAlJLrNz4Ovq
130Please respect copyright.PENANAjfPxTKXin7
Il giorno dopo il terremoto, l’aria aveva un sapore diverso, come se la terra stessa stesse esalando un respiro inquieto. Mi trovavo a Hágönglón Lake, un lago incastonato negli altopiani islandesi, lontano da tutto, dove il silenzio era così profondo che potevi quasi sentirlo ronzare. Mi chiamavo Ragnar, vent’anni, magro come un chiodo, con i capelli biondi sempre nascosti sotto il mio berretto verde con la visiera, un’abitudine che non abbandonavo mai, nemmeno sotto il vento tagliente di ottobre. I miei occhi verdi, diceva mia madre, erano come due pezzi di muschio intrappolati nel ghiaccio. Vivevo a Vík í Mýrdal, ma in paese mi si vedeva poco: preferivo la solitudine della natura, i sentieri impervi e i luoghi dove l’Islanda mostrava il suo volto più selvaggio. Facevo la guida, portando turisti a scoprire angoli remoti come questo, dove la terra raccontava storie che pochi sapevano ascoltare.130Please respect copyright.PENANAAC7ZxzZgEH
Quel giorno, stavo accompagnando un gruppo di tedeschi, quattro persone con zaini pesanti e macchine fotografiche al collo, desiderose di vedere qualcosa di “autentico”. Il cielo sopra Hágönglón era grigio, striato di nuvole basse che si muovevano rapide, come se fossero in fuga da qualcosa. A ottobre, gli altopiani islandesi erano un mondo a parte: le giornate si accorciavano, con il sole che sorgeva tardi e tramontava presto, lasciando solo una decina di ore di luce fioca. La temperatura oscillava intorno ai 2-5 °C, ma il vento, che soffiava a folate imprevedibili, faceva sembrare tutto più freddo. L’erba, ormai ingiallita, si piegava sotto raffiche che potevano raggiungere i 20 chilometri orari, e il terreno era spesso umido per le piogge frequenti di quel mese, il più piovoso dell’anno in Islanda. Ogni tanto, una pioggerellina sottile cadeva, lasciando un velo lucido sulle rocce basaltiche che spuntavano ovunque, nere e taglienti come frammenti di un mondo spezzato.130Please respect copyright.PENANAFdRKPt9U9x
Il giorno dopo il terremoto, l’aria aveva un sapore diverso, come se la terra stessa stesse esalando un respiro inquieto. Mi trovavo a Hágönglón Lake, un lago incastonato negli altopiani islandesi, lontano da tutto, dove il silenzio era così profondo che potevi quasi sentirlo ronzare. Mi chiamavo Ragnar, vent’anni, magro come un chiodo, con i capelli biondi sempre nascosti sotto il mio berretto verde con la visiera, un’abitudine che non abbandonavo mai, nemmeno sotto il vento tagliente di ottobre. I miei occhi verdi, diceva mia madre, erano come due pezzi di muschio intrappolati nel ghiaccio. Vivevo a Vík í Mýrdal, ma in paese mi si vedeva poco: preferivo la solitudine della natura, i sentieri impervi e i luoghi dove l’Islanda mostrava il suo volto più selvaggio. Facevo la guida, portando turisti a scoprire angoli remoti come questo, dove la terra raccontava storie che pochi sapevano ascoltare.
Quel giorno, stavo accompagnando un gruppo di tedeschi, quattro persone con zaini pesanti e macchine fotografiche al collo, desiderose di vedere qualcosa di “autentico”. Il cielo sopra Hágönglón era grigio, striato di nuvole basse che si muovevano rapide, come se fossero in fuga da qualcosa. A ottobre, gli altopiani islandesi erano un mondo a parte: le giornate si accorciavano, con il sole che sorgeva tardi e tramontava presto, lasciando solo una decina di ore di luce fioca.
La temperatura oscillava intorno ai 2-5 °C, ma il vento, che soffiava a folate imprevedibili, faceva sembrare tutto più freddo.
L’erba, ormai ingiallita, si piegava sotto raffiche che potevano raggiungere i 20 chilometri orari, e il terreno era spesso umido per le piogge frequenti di quel mese, il più piovoso dell’anno in Islanda.
Ogni tanto, una pioggerellina sottile cadeva, lasciando un velo lucido sulle rocce basaltiche che spuntavano ovunque, nere e taglienti come frammenti di un mondo spezzato.
Camminavamo lungo un sentiero sterrato che costeggiava il lago, i miei scarponi che scricchiolavano sulla ghiaia vulcanica. Hágönglón era uno specchio d’acqua circondato da colline brulle e montagne che sembravano scolpite da mani antiche. Il lago stesso, alimentato da corsi d’acqua che scendevano dal ghiacciaio Vatnajökull, era di un blu-grigio opaco, con riflessi che cambiavano a seconda della luce. Non c’era vegetazione folta, solo muschi e licheni che si aggrappavano ostinatamente alla roccia, e il paesaggio aveva un’austerità che toglieva il fiato. Gli altopiani, inaccessibili per gran parte dell’anno, erano un luogo di solitudine assoluta, dove il vento portava con sé l’odore di terra umida e, a volte, un vago sentore di zolfo, segno dell’attività geotermica che ribolliva sotto la superficie.
-Questo posto - dissi ai tedeschi, fermandomi per indicare il paesaggio - è il risultato di milioni di anni di fuoco e ghiaccio. - La mia voce era rauca, forse per il freddo o per il poco sonno dopo il terremoto della notte precedente.
- L’Islanda si trova sulla dorsale medio-atlantica, una frattura tra la placca nordamericana e quella eurasiatica. Qui, la crosta terrestre è sottile, e il magma risale facilmente, creando vulcani, campi di lava e laghi come questo. - Indicai Hágönglón, le cui acque sembravano immobili, quasi innaturalmente calme.
- Questo lago si è formato in una depressione creata da antichi flussi di lava e dall’erosione dei ghiacciai. Le rocce che vedete, basalti e hyaloclastiti, sono nate da eruzioni sottomarine o sotto il ghiaccio, quando il magma si è raffreddato rapidamente a contatto con l’acqua.-
I tedeschi annuivano, scattando foto e mormorando tra loro in frasi spezzettate. Uno di loro, un uomo con una barba rossa e un giaccone troppo grande, mi chiese: - E il terremoto di ieri? È normale qui? - La sua voce tradiva una punta di preoccupazione.
Normale, sì, ma non così forte - risposi, aggiustandomi il berretto. - L’Islanda è viva. La terra si muove, si spacca, si riforma. Ieri è stata una scossa di magnitudo 6.2, dicono a Hella. Non è una cosa che succede ogni giorno. -
Non volevo spaventarli, ma non mi piaceva edulcorare la verità. La natura qui non faceva sconti, e io la rispettavo per questo.
Proseguimmo lungo il sentiero, con il lago alla nostra sinistra e le colline che si alzavano ripide a destra. Stavo spiegando come i ghiacciai avessero modellato le valli circostanti, quando qualcosa attirò la mia attenzione.
Più avanti, dove il terreno si abbassava verso una piccola pianura vicino al lago, vidi un bagliore strano, come se il suolo stesse scintillando sotto la luce debole del sole.
Mi fermai di colpo, e i tedeschi quasi mi tamponarono.
-Che succede? - chiese la donna del gruppo, una bionda con gli occhiali che sembrava più curiosa che spaventata.
-Non lo so - mormorai, socchiudendo gli occhi. Mi avvicinai lentamente, il cuore che batteva più forte. Davanti a noi si apriva un campo geotermale che non avevo mai visto prima. Il terreno era punteggiato di pozze di fango bollente, alcune grandi come pneumatici, altre più piccole, che gorgogliavano emettendo nuvole di vapore. L’aria era densa di un odore acre, pungente, di zolfo, come uova marce lasciate al sole. Depositi di cristalli gialli e arancioni scintillavano tra le rocce, creando un contrasto surreale con il grigio scuro del basalto. Era come se la terra si fosse aperta durante la notte..
Mi inginocchiai vicino a una pozza, attento a non toccare il terreno caldo. - Questo non c’era l’estate scorsa - dissi, più a me stesso che ai turisti. Avevo percorso questo stesso sentiero a luglio, con un altro gruppo, e il terreno era stato solo roccia e muschio, senza traccia di attività geotermica. Ora, invece, il suolo sembrava vivo, pulsante, come se il terremoto avesse risvegliato qualcosa di dormiente. Guardai verso il lago e notai qualcosa di ancora più strano: in diversi punti, l’acqua ribolliva, piccole bolle che salivano in superficie come se il fondale stesse rilasciando gas. Il vapore si alzava in spirali sottili, dissolvendosi nel vento freddo.
-È sicuro? - chiese l’uomo con la barba, stringendo la sua macchina fotografica come se fosse un’ancora.
-Non proprio - risposi, alzandomi. - Le aree geotermiche possono essere pericolose. Il terreno è instabile, e l’acqua in quelle pozze può raggiungere i 100 °C. Restate sui sentieri, non toccate nulla. -
La mia voce era calma, ma dentro di me sentivo un brivido. Non era solo la novità del campo geotermale a inquietarmi; era il fatto che fosse apparso così all’improvviso, come se la terra stesse rispondendo al terremoto con un messaggio che non riuscivo a decifrare.
I tedeschi si misero a scattare foto, eccitati e intimoriti allo stesso tempo. Io, invece, non riuscivo a staccare gli occhi dal lago. Le bolle continuavano a salire, e ogni tanto un sibilo basso, quasi impercettibile, si mescolava al rumore del vento.
L’Islanda era una terra giovane, geologicamente parlando, forgiata da eruzioni e spaccature, ma un cambiamento così rapido era raro, persino per un posto come questo.
-Ragnar, è normale che l’acqua bolla così? - chiese la donna con gli occhiali, indicando il lago.
Scossi la testa. - Non qui. Non in questo lago. L’acqua di Hágönglón è fredda, di solito. Viene dai ghiacciai, non da sorgenti calde. - Mi avvicinai alla riva, attento a dove mettevo i piedi. Il terreno vicino al lago era umido, e in alcuni punti sembrava più caldo, come se il calore stesse salendo dal basso.
- Potrebbe essere gas geotermico - dissi, cercando di mantenere un tono professionale. - Il terremoto potrebbe aver aperto nuove fratture, lasciando uscire gas o acqua calda dal sottosuolo.
I turisti mi guardavano, in attesa di una spiegazione che li rassicurasse, ma non ne avevo. La verità era che non capivo cosa stesse succedendo.
L’Islanda era un luogo di meraviglie, ma anche di pericoli, e quel campo geotermale, con le sue pozze ribollenti e i cristalli di zolfo, sembrava un avvertimento.
Tornai indietro, guidando il gruppo verso il sentiero principale. - Torniamo indietro - dissi. - Questo posto non è sicuro oggi.-
Mentre ci allontanavamo, il vento portò con sé un altro soffio di zolfo, e il lago continuò a ribollire, come se stesse sussurrando segreti che non ero pronto a sentire. Pensai ad Áróra, la ragazza di Vík con i capelli color rame e gli occhi strani, che lavorava alla fattoria di Jónsson. Chissà se anche lei aveva senti che qualcosa stava cambiando. L’Islanda non era solo terra; era un essere vivo, e quel giorno, a Hágönglón, sembrava che si fosse appena svegliata.
ns216.73.216.69da2


