27 Ottobre 2028
Il cielo, ancora una volta, era di un grigio sporco, il colore della cenere spenta.
Non era più il grigio delle nuvole di pioggia, cariche e vive, ma una coltre opaca, immobile, che sembrava appoggiarsi con tutto il suo peso sui tetti di Vík. Era lì ogni mattina quando mi svegliavo, e lì ogni sera quando cercavo, invano, un lembo di blu prima di spegnere la luce.
Il peso del cielo. Lo sentivo sulle spalle, un macigno che mi inchiodava a una realtà fatta di polvere grigia e di silenzi.
Avevo smesso di contare i giorni da quando Hekla si era risvegliato. La sua cenere era diventata parte della nostra vita, fastidiosa e inevitabile come il freddo di ottobre. E ogni mattina, prima di uscire, il rituale era sempre lo stesso: mascherina FFP2, occhiali protettivi, cappuccio tirato fino agli occhi. Uscire era come prepararsi per una battaglia contro un nemico invisibile e onnipresente.
La strada per la fattoria di Jónsson era un sentiero tra due mondi grigi. La cenere, fine come farina, si sollevava a ogni passo, depositandosi sulle gambe dei jeans. I campi, un tempo verdi a seconda della stagione, erano ora una distesa piatta e smorta.
Le recinzioni sembravano disegnate a carboncino su una carta sporca. Il silenzio era la cosa più agghiacciante. Niente uccelli, quasi nessun rumore di macchine. Solo il fruscio dei miei passi.
Arrivai alla fattoria che Jónsson era già in piedi, davanti al portone della stalla. Non aveva bisogno della mascherina, la sua barba brizzolata faceva da filtro, ma i suoi occhi, sempre così strizzati, oggi erano solo due fessure piene di una preoccupazione che conoscevo bene.
Non ci salutammo con le parole, solo con un cenno del capo. Le parole, ultimamente, sembravano costare troppa fatica.
Aprimmo il pesante portone di legno. L’odore che ci investì non era più il familiare, caldo profumo di fieno, lana e animali. Era un odore acre, di ammoniaca e di qualcosa di malato, di chiuso. E sopra a tutto, la polvere di cenere che era riuscita a infiltrarsi dappertutto, mescolandosi alla paglia.
Le pecore erano là dentro, sessanta capi che un tempo riempivano la stalla di belati e di un’energia vitale palpabile. Ora se ne stavano per la maggior parte accasciate a terra, immobili. Solo qualche capo più forte era ancora in piedi, ma non si muovevano.
Stavano semplicemente in piedi, con la testa bassa, come se anche il semplice atto di reggerla fosse uno sforzo immane. I loro belati, quando arrivavano, non erano più richieste di cibo o segni di riconoscimento. Erano lamenti bassi, gutturali, suoni di dolore puro.
– L’agnellina della Nanna – disse Jónsson, la voce roca. – È morta stanotte. L’ho trovata già fredda.-
Non risposi. Cosa potevo dire? Andammo verso la mangiatoia. Il fieno che avevamo dato ieri sera era quasi intatto. Avevamo fatto di tutto per proteggerlo, ma la cenere era ovunque. Si era insinuata nel fienile attraverso ogni fessura. E loro, le bestie, lo sentivano. Sapevano che era veleno.
– Dobbiamo provare a darle da bere – dissi, cercando di dare un ordine, uno scopo alle mie mani che volevano solo tremare. – Forza.-
Presi un secchio e mi diressi verso la cisterna dell’acqua piovana, quella che usavamo per loro. Jónsson mi seguì. Ma quando aprii il coperchio, il cuore mi si gelò. Sulla superficie dell’acqua galleggiava un velo sottile, una patina grigia e oleosa. Cenere. Era riuscita a entrare anche lì.
– Non va bene – borbottò Jónsson, scuotendo la testa. – Non va bene per niente.-
– E l’acqua del rubinetto? – chiesi, sapendo già la risposta.
– Dicono di bollirla, per precauzione. Ma per loro… – fece un gesto vago verso le pecore. – Non ce n’è abbastanza per tutte. E chissà se è sicura lo stesso.-
Tornammo nella stalla con il secchio. Provai ad avvicinarmi a Freya, una pecora anziana ma piena di carattere, la mia preferita. Di solito, al mio avvicinarsi, alzava la testa e mi fissava con i suoi occhi intelligenti. Ora giaceva su un fianco, il respiro affannoso e irregolare. Le posai una mano sul fianco, sentii le costole che sporgevano sotto la lana opaca. Non si mosse. I suoi occhi erano vitrei, persi nel nulla. Vicino a lei, un agnello più giovane zoppicava in modo penoso, tenendo una zampa anteriore sollevata. La laminite. L’avevamo sentita nominare dal veterinario due giorni prima, quando era riuscito a passare tra le strade semi-impraticabili. Avvelenamento da fluoruri, aveva detto, con un tono rassegnato. Non c’è molto da fare. Tenetele al caldo, date da bere, e sperate che le più forti ce la facciano. E non fatele pascolare. Assolutamente.
Come se ci fosse qualcosa da pascolare, là fuori.
Passai la mattina a fare cose inutili. Spostai paglia pulita sotto le pecore più deboli. Tentai di portare l’acqua a quelle che sembravano ancora in grado di bere. Freya si limitò a bagnarsi le labbra, poi lasciò ricadere la testa con un gemito che mi trafisse il cuore. La disperazione cominciava a salirmi lungo la gola, acida come il sapore della cenere che, nonostante la mascherina, sentivo costantemente in bocca.
Verso mezzogiorno, Jónsson uscì per controllare le recinzioni, un altro compito diventato inutile. Rimasi sola nella semioscurità della stalla, circondata da quel respiro collettivo, affannoso. Mi sedetti su una balla di fieno, di fronte a Freya. Le parlai a voce bassa.
– Forza, vecchia mia. Devi resistere. Devi.-
Lei non mi guardò. Continuava a fissare il muro di legno, il suo petto che si alzava e si abbassava a fatica. Ero lì, impotente. A sedici anni, quando avevo iniziato a lavorare qui, pensavo che la forza stesse nel lavoro fisico, nel sopportare il freddo, nella fatica delle mani. Ora capivo che la vera forza, quella che ti spezza davvero, è starsene seduti a guardare qualcosa che ami morire, senza poter fare nulla. Niente medicine, niente parole magiche. Solo aspettare.
Tirai fuori il telefono. Nessun segnale, o quasi. Un’altra cosa che il cielo grigio ci aveva portato via. Le notizie arrivavano a singhiozzo, quando il vento spostava la colonna di cenere. Avevo letto sui pochi giornali online che si riusciva a caricare, giorni prima, dei primi casi di fluorosi negli allevamenti a nord di Hella. Ora toccava a noi. Eravamo la prossima notizia, un numero in una statistica.
Mio padre, la sera prima, aveva detto: – È la natura, Áróra. L’Islanda è così. Ci siamo passati prima, ci passeremo dopo. –
Aveva ragione. Ma saperlo non alleviava il dolore. Non alleviava il senso di ingiustizia mentre guardavo Freya lottare per ogni respiro. Non era una morte naturale, per vecchiaia o per malattia. Era un avvelenamento. Lento, crudele, e causato dalla terra stessa che ci doveva sostenere.
Sentii dei passi fuori. Era Ragnar. Entrò nella stalla, togliendosi gli occhiali appannati. Anche lui sembrava aver invecchiato di dieci anni in quei dieci giorni. I suoi occhi verdi, di solito così pieni di luce selvaggia, erano spenti.
– Come va? – chiese, la voce bassa.22Please respect copyright.PENANAb3LUncy8VB
Feci un cenno con la testa verso Freya. – Non bene. L’agnellina è morta. Freya non si regge più in piedi. –
Lui si avvicinò, si inginocchiò accanto alla pecora. Le accarezzò il muso con un gesto che mi sorprese per la tenerezza. Freya chiuse gli occhi per un attimo, come se quel contatto le desse un minimo di conforto.
– Ho sentito alla radio – disse Ragnar, senza alzare lo sguardo. – Dicono che la nube di cenere si sta spostando più a sud-est. Forse… forse tra un paio di giorni avremo un po’ di tregua. –
– E poi? – dissi, e la mia voce suonò più aspra di quanto volessi. – Tornerà. O sarà un’altra ricaduta. Fino a quando, Ragnar? Fino a quando possiamo andare avanti così? –
Lui si alzò e venne a sedersi accanto a me sulla balla di fieno. Non cercò di abbracciarmi o di dirmi parole di conforto vuote. Stette semplicemente lì, la sua spalla che sfiorava la mia.22Please respect copyright.PENANAAgpnLwKbvc
– Non lo so – sussurrò. – Ma siamo ancora qui. –
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Guardammo insieme le pecore nel loro lento, penoso declino. Il peso del cielo era diventato il peso del loro respiro, il peso della nostra impotenza. Era un peso che non si poteva scrollare di dosso con una pala. Si poteva solo portare, un giorno dopo l’altro, aspettando che il gigante a nord-est decidesse di tornare a dormire, lasciandoci in un mondo ricoperto di cenere, a contare i nostri morti e a cercare di ricordare il colore del verde.22Please respect copyright.PENANAn3J84W5gQh


