Il 18 ottobre 2028, la Protezione Civile islandese (Almannavarnir) emise una dichiarazione ufficiale che confermava ciò che molti già sapevano: l’eruzione del vulcano Hekla, iniziata tre giorni prima, continuava con la stessa intensità devastante. La “Porta dell’Inferno”, come la chiamavano gli antichi, non accennava a placarsi. La colonna di cenere, alta fino a 10 chilometri, si era stabilizzata, oscurando il cielo sopra l’Islanda meridionale e spandendo un velo di tefra su villaggi, fattorie e vallate. Nella Þjórsárdalur Valley, luoghi iconici come le cascate di Háifoss e Hjálparfoss, insieme al sito storico di Stöng, erano ormai sepolti sotto uno spesso strato di cenere grigia, che si depositava come neve maligna, soffocando il paesaggio. Insediamenti rurali e fattorie isolate, sparsi tra le colline e i fiumi, erano stati coperti da uno strato di tefra così denso da rendere le strade impraticabili e i tetti pericolosamente pesanti. Intanto, un enorme campo lavico si stava espandendo verso sud-est, una colata di lava incandescente che avanzava lenta ma inesorabile, divorando tutto ciò che trovava sul suo cammino.
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La dichiarazione di Almannavarnir, trasmessa attraverso radio, televisione e notifiche sui cellulari, era chiara e severa. L’eruzione, iniziata il 16 ottobre alle 15:47, aveva prodotto un’attività esplosiva di tipo pliniano, simile a quella del 1947, quando la colonna eruttiva di Hekla aveva raggiunto i 27 chilometri. Le cinque linee di frattura sul fianco del vulcano eruttavano fontane di lava alte fino a 200 metri, illuminate da bagliori arancioni che squarciavano l’oscurità, mentre fulmini vulcanici crepitavano nella colonna di cenere, dando al cielo un aspetto apocalittico. La Protezione Civile aveva ordinato l’evacuazione di tutte le aree a rischio entro un raggio di 40 chilometri dal vulcano, incluse le fattorie sparse ad Hella. Gli abitanti erano stati trasferiti in rifugi temporanei a Selfoss e Reykjavík, con autobus e veicoli 4x4 che attraversavano strade sempre più difficili, sotto una pioggia di cenere che riduceva la visibilità a pochi metri.
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Le precauzioni elencate da Almannavarnir riflettevano la gravità della situazione, ispirate alle esperienze di eruzioni passate come quella di Eyjafjallajökull nel 2010. La cenere vulcanica, composta da particelle fini di roccia e vetro, rappresentava un pericolo immediato per la salute. La dichiarazione raccomandava l’uso di mascherine protettive, preferibilmente di tipo FFP2 o FFP3, per evitare l’inalazione di polveri sottili che potevano causare problemi respiratori, soprattutto per chi soffriva di asma o altre patologie polmonari. Le autorità avevano avvertito che la cenere, mescolata al vento, poteva irritare occhi e mucose, e consigliavano di indossare occhiali protettivi e di evitare l’esposizione prolungata all’aperto. Gli allevatori, in particolare, erano stati messi in guardia contro i rischi legati ai fluoruri presenti nella cenere, che potevano contaminare il foraggio e l’acqua, con effetti devastanti sul bestiame. Le pecore, come accaduto durante l’eruzione di Laki nel 1783, erano particolarmente vulnerabili: un contenuto di fluoro di 25 ppm poteva causare intossicazioni, e a 250 ppm la morte poteva sopraggiungere in pochi giorni. Gli agricoltori furono esortati a non lasciare il bestiame al pascolo e a evitare l’uso di acqua da pozzi o fiumi vicini al vulcano, potenzialmente contaminata da ceneri e gas tossici come anidride solforosa (SO2) e cloro.
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L’acqua, in particolare, era diventata una preoccupazione centrale. La dichiarazione di Almannavarnir sottolineava che i fiumi e i pozzi nella regione colpita potevano contenere livelli elevati di fluoruri e altri composti tossici. Gli abitanti furono invitati a utilizzare solo acqua imbottigliata per bere e cucinare, e a tenere chiuse le finestre per evitare che la cenere si depositasse all’interno delle case. Le autorità avevano anche distribuito volantini con istruzioni su come pulire la cenere dai tetti e dalle superfici, raccomandando di bagnarla leggermente per evitare che si sollevasse in nubi tossiche. Per i cavalli, vitali per molte fattorie islandesi, Almannavarnir aveva chiesto ai proprietari di portarli al chiuso, poiché la cenere caduta sui pascoli poteva causare problemi renali e epatici, come già visto durante l’eruzione di Hekla del 2000.
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Il rischio di jökulhlaup era un altro incubo. Lo scioglimento del ghiaccio sulle pendici superiori e sulla sommità Hekla, causato dal calore del magma, aveva già provocato un’inondazione, portando con sé blocchi di ghiaccio e detriti vulcanici. Le autorità temevano ulteriori inondazioni, soprattutto nelle valli come la Þjórsárdalur, dove il fiume Þjórsá, gonfiato dall’acqua di fusione, minacciava di straripare. La Protezione Civile aveva istituito squadre di monitoraggio lungo i fiumi principali, con droni e sensori per rilevare variazioni nel flusso d’acqua. Gli abitanti delle aree a rischio erano stati evacuati con un preavviso minimo, spesso lasciando dietro di sé case e fattorie.
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L’aeroporto internazionale di Keflavík, a circa 100 chilometri da Hekla, era ancora operativo, ma le compagnie aeree avevano cancellato numerosi voli verso l’Europa settentrionale a causa della nube di cenere, che si era diffusa fino alla Scandinavia e al Regno Unito. La dichiarazione di Almannavarnir avvertiva che l’impatto sul traffico aereo poteva durare settimane, richiamando il caos del 2010 con Eyjafjallajökull, quando 10 milioni di viaggiatori erano rimasti bloccati. Le autorità raccomandavano ai turisti di controllare gli aggiornamenti su SafeTravel e di evitare viaggi non essenziali nell’Islanda meridionale. La Blue Lagoon, una delle principali attrazioni turistiche, era stata chiusa, e i sentieri verso i vulcani attivi erano stati dichiarati off-limits, con multe salate per chi ignorava i divieti. - Questo non è uno spettacolo turistico - aveva detto Víðir Reynisson, capo della Protezione Civile, in un’intervista a RÚV. - La cenere e i gas possono essere mortali, e le inondazioni glaciali sono imprevedibili. Restate lontani.
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A Vík í Mýrdal, a circa 70 chilometri da Hekla, la situazione era meno grave, ma la cenere cominciava a cadere, un sottile strato grigio che si mescolava alla neve del giorno precedente. Gli abitanti, abituati alla minaccia di Katla, si erano organizzati rapidamente: le scuole erano chiuse, i negozi distribuivano mascherine, e le famiglie controllavano le scorte di acqua e cibo. Tuttavia, la paura era palpabile. Le storie dei vecchi, di eruzioni che avevano distrutto raccolti e avvelenato il bestiame, circolavano come un’eco inquietante. La Protezione Civile aveva previsto che l’eruzione potesse durare settimane, se non mesi, basandosi su dati storici come l’eruzione di Hekla del 1947-48, che era continuata per oltre un anno. Gli scienziati dell’Icelandic Meteorological Office (IMO) monitoravano il vulcano con sismografi, droni e satelliti, ma non potevano prevedere quando l’attività si sarebbe attenuata. - La camera magmatica è ancora sotto pressione - aveva detto un vulcanologo dell’Università d’Islanda a RÚV. - Potremmo vedere nuove fessure aprirsi nei prossimi giorni.-
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Lontano da Vík, nella Þjórsárdalur Valley, il paesaggio era irriconoscibile. Il sito archeologico di Stöng, un simbolo della storia vichinga, era sepolto sotto uno strato di tefra che poteva richiedere anni per essere rimosso. Gli agricoltori della zona, molti dei quali avevano vissuto lì per generazioni, avevano abbandonato le loro case, portando con sé solo lo stretto necessario. I loro animali, pecore e cavalli, erano stati trasferiti in rifugi di emergenza, ma molti temevano per la loro sopravvivenza. La cenere, con i suoi alti livelli di fluoruri, aveva già contaminato i pascoli, rendendoli inadeguati per il foraggio.
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Nel frattempo, il campo lavico che si espandeva verso sud-est continuava a crescere, un mare di roccia fusa che avanzava a una velocità di pochi metri al giorno ma che non mostrava segni di arresto.
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Le immagini trasmesse da droni mostravano colate incandescenti che si riversavano nelle vallate, illuminando la notte con un bagliore arancione che contrastava con il nero della cenere.
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Nonostante gli sforzi, l’incertezza dominava. Nessuno sapeva quanto sarebbe durata l’eruzione o quali altri danni avrebbe causato. L’Islanda, abituata a convivere con i suoi vulcani, si trovava di nuovo a fare i conti con una forza che non poteva controllare, una forza che riscriveva il paesaggio e la vita di chi lo abitava.
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