Il 17 ottobre 2028, tardo pomeriggio, il ristorante sui Navigli sembrava un relitto abbandonato dopo la battaglia del pranzo. I tavoli erano puliti, le sedie allineate, e l’aria odorava ancora di aglio e pomodoro, ma il silenzio aveva preso il posto del caos. Avevo appena finito il mio turno, sistemando le ultime cose: piegare i tovaglioli, controllare la cassa, spegnere le luci della sala principale. Ero stanco, i piedi che pulsavano dopo ore in piedi, ma c’era una soddisfazione nel vedere il locale pronto per la sera.
Ero l’unico rimasto, o quasi. Yelena era ancora in cucina, a finire gli ultimi piatti, con il suo maglione a righe nere, grigie, rosse e verde scuro che le dava un’aria autunnale, come se si fosse vestita per il freddo che si era abbattuto su Milano negli ultimi giorni.
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- Ehi, Yelena- dissi, entrando in cucina con un vassoio vuoto sotto il braccio. - Hai finito? Sembriamo gli ultimi sopravvissuti qui dentro.-
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Lei alzò lo sguardo dal lavandino, le mani ancora umide, e sorrise in quel modo timido che aveva, con gli occhi castano chiaro che sembravano catturare la luce fioca delle lampade al neon. I suoi orecchini tintinnarono leggermente mentre si asciugava le mani su uno strofinaccio. - Sì, quasi- rispose, con quell’accento dell’Est,- Giornata lunga, eh? Troppi clienti oggi.-
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-Già, non finivano più, - dissi, posando il vassoio e appoggiandomi al bancone. - E con questo freddo, tutti volevano piatti caldi. Sembra novembre, non ottobre. Hai sentito il vento fuori? Taglia come un coltello.-
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Yelena annuì, infilando lo strofinaccio nella cintura dei pantaloni. - Sì, fa freddo. Stamattina, quando sono uscita, pensavo di congelare..-
Si strinse nelle spalle, il maglione a righe che si muoveva con lei, le righe nere e grigie che si alternavano a quelle rosse e verde scuro, creando un pattern che mi ricordava un po’ un tappeto fatto a mano.
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Risi piano, scrollando la testa. -Dovrebbe, sì. Ma quest’anno è strano. Le montagne sono già bianche, dicono. E io a servire risotti, pensando che magari domani nevica pure qui. - Mi mossi verso la macchina del caffè, un vecchio modello che Marco, il proprietario, giurava fosse il migliore. - Ti va un caffè? Ne faccio due, così ci scaldiamo un po’ prima di andare.-
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- Va bene - disse lei, con un sorriso. - Grazie, Alex.-
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Azionai la macchina, il ronzio familiare che riempiva la cucina mentre il caffè gorgogliava. Versai due tazze, l’aroma forte che si diffondeva, e ne porsi una a Yelena. - Ecco. Nero, come piace a te, giusto?-
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-Sì, perfetto.- rispose, prendendo la tazza e soffiandoci sopra per raffreddarlo. Fece una pausa, poi si diresse verso l’office, un piccolo ripostiglio dove tenevamo le scorte. - Aspetta - disse, scomparendo per un momento. Tornò con due pezzi di cioccolata fondente, avvolti in carta argentata, uno per mano. - Qui, uno per te. Sono abituata così, caffè senza zucchero con cioccolato fondente. In Moldavia, dopo lavoro, facevamo sempre così. Scalda l’anima, sai?-
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Presi il pezzo, sorridendo. - Grazie. Non lo sapevo. Sembra una buona abitudine. - Svolsi la carta e ne morsicai un pezzo, il sapore amaro che si mescolava al caffè caldo. - Buono. Dovremmo farla diventare tradizione qui.-
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Lei rise, un suono leggero che echeggiò nella cucina vuota. - Forse sì. Giornata è stata dura, ma almeno clienti gentili oggi.-
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- Già, il tipo con il cappello da pescatore, - dissi, bevendo un sorso di caffè. - ha ordinato tre piatti di polenta, come se dovesse sfamare un esercito. Ma sì, giornata ok. Niente disastri, per fortuna. Solo quel gruppo di turisti che non capivano il menu. Ho passato dieci minuti a spiegare cos’è l’ossobuco.-
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Yelena annuì, mordicchiando la sua cioccolata. - Io in cucina ho lavato montagne di piatti. Ma va bene, lavoro è lavoro. - Fece una pausa, guardando fuori dalla finestra della cucina, dove il cielo si stava scurendo. - E questo freddo… rende tutto più stancante, no? Camminare fino a bus con vento così.-
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- Assolutamente - dissi, finendo il mio caffè e posando la tazza nel lavandino.
-Stamattina, quando sono arrivato, ho pensato di tornare a letto. Ma poi penso alle bollette, e passa tutto. -Mi mossi per sistemare l’ultima pila di piatti puliti sugli scaffali, il rumore della porcellana che rompeva il silenzio. - E tu? Come fai con questo tempo? Quarto Oggiaro non è proprio dietro l’angolo.-
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- Bus è ok - rispose, finendo la sua cioccolata e gettando la carta nel cestino. - Ma sì, freddo è problema. Indosso maglione pesante, come questo.-
Indicò il suo maglione a righe, le strisce nere e grigie che si alternavano alle rosse e verde scuro. - Aiuta. Ma spero non peggiora.-
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Mentre parlavamo, il discorso scivolò sui clienti e sulle notizie del giorno. - Hai sentito dei disagi aerei? - chiesi, riponendo l’ultima forchetta nel cassetto. - Tutti ne parlavano oggi. Quell’eruzione in Islanda, Hekla o come si chiama. La cenere ha bloccato un sacco di voli in Europa.
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Yelena annuì, appoggiandosi al bancone. -Sì, al telegiornale. Dicono che nube di cenere è enorme, arriva fino a qui, per quello che riesco a capire.. Aeroporti chiusi a Londra, Parigi… Immagina, gente bloccata per giorni. Come nel 2010, con quell’altro vulcano.
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- Eyjafjall...e qualcosa si chiamava. - dissi, ricordando il nome complicato. - Già, quello ha paralizzato tutto. Ora con Hekla, stessa storia. Un cliente oggi diceva che suo fratello è bloccato a Francoforte, volo cancellato. Non può tornare fino a domani, forse. E le compagnie aeree che rimborsano, ma chi ci crede?-
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- Poveri - disse Yelena, scuotendo la testa. - Io non volo mai, ma immagino rabbia. E economia? Turismo, affari… tutto fermo per cenere.-
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- Esatto - risposi, spegnendo la macchina del caffè. - E qui a Milano, Malpensa è un casino. Voli deviati, ritardi. Un altro cliente, una donna d’affari, ha perso una riunione a Roma perché il suo volo da Londra è stato cancellato. Diceva che è uno schifo, almeno per i cieli.-
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Parlammo ancora un po’, di come il mondo sembrasse più instabile, ma senza approfondire troppo. Era solo chiacchiera, per scaricare la giornata. Alla fine, controllai l’orologio: quasi le sei. - Ok, direi che è tutto - dissi, girandomi verso di lei. - Pronta per andare? Ti do un passaggio, se vuoi. Con questo freddo, meglio non aspettare il bus.-
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Yelena esitò, poi sorrise. - Va bene, grazie. Non voglio congelare.-
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Uscimmo dal ristorante, chiudendo la porta dietro di noi. Il vento ci investì, portando con sé l’odore umido dei Navigli, e mentre camminavamo verso la mia Fiat Panda, pensai che, nonostante il freddo e i vulcani lontani, c’era qualcosa di piacevole in quei momenti con Yelena. Qualcosa di semplice, come il caffè e la cioccolata.
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