28 ottobre 2028
Il giorno dopo aver visto Freya accasciata nella stalla, con il suo respiro affannoso che mi pesava ancora sul petto, decisi di tornare a Landmannalaugar. Era una follia, lo sapevo, ma qualcosa dentro di me, quella parte che non riusciva a stare ferma, che cercava risposte nella terra stessa, mi spingeva a vedere Hekla di nuovo.
Non potevo starmene a Vík, a guardare le pecore morire e la cenere soffocare tutto ciò che amavo. Dovevo capire, anche solo con gli occhi, cosa stava facendo quel vulcano, cosa ci stava togliendo.
Presi la mia jeep, la stessa Toyota Land Cruiser che aveva portato me e Áróra lì undici giorni prima, e mi preparai come se stessi andando in guerra. Mascherina FFP3, occhiali protettivi, una giacca impermeabile per tenere lontana la cenere, e uno zaino con acqua imbottigliata, una radio portatile, e il mio vecchio binocolo. Controllai il GPS e la app di SafeTravel: la zona di Landmannalaugar era ancora fuori dalla “rossa” di Almannavarnir, abbastanza sicura per un’occhiata veloce, ma non ci avrei scommesso la vita.
Guidai lungo la F225, la strada sterrata che attraversava gli altopiani, con il cuore che batteva un ritmo irregolare.
La cenere era ovunque, un velo grigio che copriva il paesaggio come una malattia. I campi di lava di Eldhraun, che una volta scintillavano di muschio verde sotto il sole, ora sembravano un deserto di regolite lunare, con la cenere che si accumulava in dune basse, mosse dal vento. Il fiume Skaftá, che scorreva parallelo alla strada, aveva un colore torbido, come se la cenere si fosse mescolata all’acqua, rendendola densa e opaca. Ogni tanto, un odore acre di zolfo mi pizzicava la gola, anche attraverso la mascherina. Era come se la terra stesse esalando il suo ultimo respiro, un soffio velenoso che non prometteva nulla di buono.
Arrivai a Landmannalaugar poco prima del tramonto, verso le cinque, quando il cielo si stava tingendo di un rosso malato, come se il sangue di Hekla si fosse sparso tra le nuvole. Parcheggiai la jeep vicino al punto in cui io e Áróra ci eravamo fermati l’ultima volta, su una collina di riolite che offriva una vista chiara verso nord-est. Scesi, gli scarponi che affondavano di qualche centimetro in uno strato di cenere fresca, morbida come neve sporca.
Il paesaggio era irriconoscibile. Le colline screziate di verde e ocra, che solo due settimane prima brillavano sotto la luce crepuscolare, erano ora un monotono grigio, come se qualcuno avesse cancellato i colori con una gomma. La cenere si era depositata ovunque: sui massi di basalto, nei crepacci, sulle sorgenti termali che gorgogliavano debolmente, il loro vapore mescolato a un odore di zolfo così forte da farmi bruciare gli occhi, nonostante gli occhiali. Anche il terreno sembrava diverso, più fragile, come se ogni passo potesse spezzarlo.
Mi sistemai sulla stessa roccia dove io e Áróra ci eravamo seduti, tirando fuori il binocolo. Il vento era leggero, ma portava con sé minuscole particelle di cenere che si infilavano ovunque, sotto il cappuccio, nelle pieghe della giacca. Mi aggiustai il berretto verde, quello con la visiera che non toglievo mai, e puntai il binocolo verso Hekla. Quello che vidi mi fece quasi cadere il fiato.
La colonna di cenere, alta almeno 10 chilometri, si stagliava contro il cielo come una torre viva, un gigante nero e grigio che si contorceva in spirali lente. Era densa, quasi solida, e si allargava in un pennacchio che oscurava l’orizzonte, tingendo il tramonto di sfumature malate, dal rosso al viola scuro. Dentro la colonna, fulmini vulcanici crepitavano come artigli di luce, squarciando la cenere con bagliori bianchi e azzurri che illuminavano il cielo per frazioni di secondo. Ogni lampo era seguito da un rombo basso, un tuono che non veniva dal cielo ma dalla terra, un suono che sentivo nelle ossa più che nelle orecchie, come un tamburo primordiale.
Più in basso, lungo il fianco di Hekla, le cinque linee di frattura che avevo visto l’ultima volta continuavano a eruttare. Le fontane di lava, alte fino a 200 metri, esplodevano con una forza che sembrava sfidare la gravità, spruzzando magma incandescente in archi che si spezzavano nell’aria come fuochi d’artificio.
La lava, di un rosso-arancione così brillante da sembrare irreale, schizzava verso il cielo prima di ricadere in cascate di fuoco, formando pozze incandescenti che si univano in colate lente ma inarrestabili. Le colate, spesse dai 2 ai 10 metri, avanzavano come fiumi di luce liquida, divorando il terreno con una velocità che, anche da lontano, sembrava minacciosa forse 1-2 metri al secondo, come avevo letto nei resoconti dell’Icelandic Meteorological Office.
Ogni tanto, un’esplosione più forte lanciava frammenti di lava grandi come massi, che lasciavano scie di scintille prima di schiantarsi al suolo, sollevando nubi di cenere e vapore. Il bagliore delle colate si rifletteva sulla cenere che copriva il paesaggio, creando un effetto surreale, come se il mondo fosse stato immerso in una luce malata, metà fuoco, metà ombra.
Abbassai il binocolo per un momento, il cuore che mi martellava nel petto. L’odore di zolfo era più forte ora, mescolato a un sentore metallico, come di ferro bruciato.
La cenere cadeva lenta, quasi impercettibile, ma si accumulava ovunque: sulla mia giacca, sul binocolo, persino sulle lenti degli occhiali. Mi sembrava di respirare attraverso un filtro di polvere, anche con la mascherina.
Mi sedetti sulla roccia, il binocolo appoggiato sulle ginocchia, e lasciai che i pensieri mi raggiungessero. Cosa sarebbe stato di Vík? La cenere stava già uccidendo le pecore di Jónsson, avvelenando l’acqua, soffocando i pascoli. Se l’eruzione continuava con questo ritmo, e i vulcanologi dicevano che poteva durare mesi, come quella del 1947, cosa sarebbe rimasto? Pensai alla fattoria, a Freya che non si alzava più, agli occhi di Áróra, così pieni di rabbia e impotenza mentre guardava le sue pecore morire.
E l’acqua? La cisterna di Jónsson era contaminata, e anche l’acqua del rubinetto non era più sicura senza bollirla. Come avremmo fatto a tirare avanti? Le scorte di cibo non sarebbero durate per sempre, e con i voli cancellati in mezza Europa, i rifornimenti erano lenti, incerti. Il turismo, che teneva in piedi Vík, era morto: chi sarebbe venuto a vedere una spiaggia nera coperta di cenere.
Mi chiesi se sarebbe stato possibile restare. Vík era casa, l’unico posto che conoscevo davvero, con la sua spiaggia di basalto, i faraglioni di Reynisdrangar, il vento che portava l’odore del mare. Ma ora sembrava un luogo estraneo, un campo di battaglia dove la terra combatteva contro di noi. Pensai ad Áróra, che amava la terra più di chiunque altro, ma che sembrava spezzarsi sotto il peso di quella perdita. E se ce ne fossimo andati? Reykjavík, forse, o addirittura all’estero, come i miei cugini che si erano trasferiti in Norvegia.
Ma lasciare Vík sarebbe stato come abbandonare una parte di me, la parte che si sentiva viva solo quando camminava sugli altopiani, quando ascoltava il respiro della terra. Eppure, se Hekla non si fosse fermata, se la cenere avesse continuato a cadere, se i fiumi si fossero avvelenati e le pecore fossero morte una dopo l’altra, cosa ci sarebbe rimasto?
Il tramonto si spense lentamente, e il cielo divenne una tela nera punteggiata dal bagliore delle fontane di lava. Le colate, visibili anche senza binocolo, si muovevano come serpenti di fuoco, lente ma implacabili, lasciando dietro di sé un terreno nero e fumante. Ogni tanto, un’esplosione più forte scuoteva l’aria, e il rombo delle fontane mi raggiungeva, un suono profondo che sembrava venire dal cuore della terra. I fulmini vulcanici continuavano a illuminare la colonna di cenere, creando un contrasto tra il buio del cielo e il fuoco del vulcano. Era uno spettacolo che mi faceva sentire piccolo, insignificante, ma anche vivo, come se stessi guardando il mondo nascere e morire allo stesso tempo.
Mi alzai, spazzando via la cenere dalla giacca. Non avevo risposte, non ancora. Ma sapevo che non potevo restare fermo, a guardare Vík svanire sotto la cenere. Forse avrei convinto Áróra a tornare qui, a vedere di nuovo Hekla, a cercare un senso in tutto questo. O forse avremmo dovuto combattere, trovare un modo per proteggere ciò che restava: le pecore, le case, le nostre vite.
17Please respect copyright.PENANA8paZtCWyiX
17Please respect copyright.PENANA5MmI6jMEEE
17Please respect copyright.PENANAOagxuvW6uK
17Please respect copyright.PENANA8Ad755TrTT
17Please respect copyright.PENANA9t8RKIXfoh
17Please respect copyright.PENANABLSPW8PHub
17Please respect copyright.PENANAh4x0RDesxJ
17Please respect copyright.PENANAKUVgc3sN2W
17Please respect copyright.PENANAYEYhMlsqNr
17Please respect copyright.PENANAQclLh89NXc
17Please respect copyright.PENANA7P9NHauWhF
17Please respect copyright.PENANAuJKqCd2Ap0
17Please respect copyright.PENANAazGa4lRkpv
17Please respect copyright.PENANAgTX1Aae9cY
17Please respect copyright.PENANAtWwKXyoLRD
17Please respect copyright.PENANAnl4nesZIj7
17Please respect copyright.PENANA9RSbyIARZH
17Please respect copyright.PENANAhEIdTAWxbH
17Please respect copyright.PENANAvO59aahpuL
17Please respect copyright.PENANAHeSytd89uZ
17Please respect copyright.PENANAZaAPUqErwO
La terra era viva, come avevo detto ad Áróra sulla spiaggia, e noi ci adattavamo. Ma quanto potevamo adattarci? Quanto potevamo resistere prima che il peso del cielo ci schiacciasse? Tornai alla jeep, il binocolo che dondolava al mio fianco, la cenere che scricchiolava sotto i miei scarponi. Mentre guidavo verso Vík, con il bagliore di Hekla che svaniva nello specchietto retrovisore, promisi a me stesso che non avrei lasciato che la cenere vincesse. Non ancora.17Please respect copyright.PENANATojy8hEGLp


