La giornata era iniziata come un pugno nello stomaco, e non perché fosse diversa dalle altre, ma perché ogni gesto, ogni minuto, sembrava pesare di più sotto un cielo opaco che non dava tregua. Milano si era svegliata sotto una coltre di nuvole basse, un grigio smorto che sembrava rubare la luce al mondo.
Ero arrivato al ristorante sui Navigli alle sette in punto, con le mani già fredde e il fiato che si condensava in nuvolette davanti alla bocca. Il freddo di ottobre, che ormai sembrava inverno pieno, mi si era infilato sotto il giubbotto leggero, e per un attimo avevo pensato di tornare a casa, infilarmi sotto le coperte e mandare tutto al diavolo.
Il magazzino era il primo compito del giorno, una specie di rituale che mi dava il tempo di svegliarmi.31Please respect copyright.PENANAM3sjB4hZge
I bancali di rifornimenti erano arrivati la sera prima, lasciati in disordine vicino alla porta del retro come se il fattorino avesse avuto fretta di scappare.
Bottiglie di vino rosso, sacchi di pasta, barattoli di pomodori San Marzano, sacchi di farina ecc. Tutto da sistemare sugli scaffali, un lavoro che mi faceva sudare nonostante il freddo. Spostavo la roba una a una, controllando le etichette, assicurandomi che niente fosse rotto.
Il pavimento vibrava leggermente sotto i piedi, non per un terremoto, ma per i camion che passavano lungo il canale. Milano non si fermava mai, nemmeno con quel cielo che sembrava una lastra di cemento.
Finito il magazzino, ero passato alla sala. I tavoli erano nudi, le sedie ancora capovolte, e l’odore di detersivo aleggiava dal pavimento che Yelena aveva lavato la sera prima.
Avevo preso i tovaglioli dal cassetto, li avevo arrotolati con cura, un gesto che ormai facevo senza pensarci, e li avevo sistemati al centro di ogni tavolo. Due forchette, due coltelli, uno per lato, come piaceva a Marco, che diceva che l’estetica era tutto. Poi i calici, quelli per il vino, e i bicchieri a oblò, appoggiati al manico come se fossero un’opera d’arte.
Era un dettaglio inutile, ma i clienti lo notavano, e in un posto come questo, dove la concorrenza era feroce, ogni piccolo tocco contava. Avevo controllato ogni tavolo, assicurandomi che tutto fosse perfetto: due posate per i tavoli da due, due forchette e due coltelli per quelli da quattro o cinque. Poi i cestini del pane, riempiti con fette di ciabatta e qualche grissino, e le bottiglie d’acqua, frizzante e naturale.
Una coppia per i tavoli piccoli, due e due per quelli più grandi. Era un lavoro meccanico, ma mi piaceva la sua semplicità, il modo in cui mi teneva la mente occupata.31Please respect copyright.PENANA7hnhhqWt8g
Le formaggiere erano l’ultimo passo prima dell’apertura. Avevo preso i contenitori di ceramica bianca, li avevo riempiti di parmigiano grattugiato, controllando che non ci fossero grumi. Le avevo sistemate sui tavoli, accanto ai cestini del pane, e avevo dato un’ultima occhiata alla sala. Tutto era in ordine, pronto per il caos del pranzo.
Fuori, il cielo era ancora più opaco, una cortina grigia che sembrava filtrare la luce come un velo sporco. I Navigli, di solito vivi di colori e riflessi, sembravano un dipinto sbiadito, con l’acqua del canale che rifletteva solo ombre. Notai un velo sottile di polvere sulle auto parcheggiate lungo la strada, appena visibile, come una patina di talco. Al telegiornale avevano detto che era cenere vulcanica, portata dai venti dall’Islanda, da quel vulcano, Hekla, che stava mettendo in ginocchio l’Europa.
Non era una caduta fitta, niente di paragonabile a quello che mostravano le immagini islandesi, ma quel velo era un promemoria che il mondo, anche qui, stava cambiando.
Il servizio era iniziato a mezzogiorno, e da lì era stato un vortice. I clienti erano arrivati a ondate, più numerosi del solito, come se il freddo li spingesse a cercare rifugio nel calore del ristorante.
C’era il tipo con la giacca strana che ordinava sempre il risotto allo zafferano, lamentandosi che non era “come quello di una volta”. C’era la coppia di turisti inglesi, confusi dal menu, che continuavano a chiedere se la cotoletta fosse “come una schnitzel”. E poi c’era la donna d’affari, con un tailleur nero e un’espressione che diceva “non ho tempo da perdere”, che aveva lasciato metà dell’ossobuco nel piatto perché era in ritardo per una riunione.
Correvo tra i tavoli, portando piatti fumanti, rispondendo con un sorriso anche quando avrei voluto mandare tutti a quel paese. Il freddo si insinuava ogni volta che la porta si apriva, e il ronzio delle conversazioni si mescolava al tintinnio delle posate e al rumore della cappa in cucina.
Quando l’ultima ondata di clienti se n’era andata, erano quasi le quattro del pomeriggio. La sala era un disastro: piatti sporchi ammucchiati, tovaglioli spiegazzati, bicchieri con impronte di rossetto.
Avevo iniziato a sparecchiare, portando pile di piatti in cucina, dove Yelena era al lavandino, le mani immerse nell’acqua saponata, il suo maglione a righe nere, grigie, rosse e verde scuro che spiccava nel neon della cucina. Mi aveva guardato per un attimo, un sorriso stanco sulle labbra, e avevo ricambiato con un cenno, troppo stanco per dire qualcosa.
Dopo aver pulito la sala, mi ero messo a fare i travasi delle bottiglie di vino rimaste. Era un lavoro che odiavo, ma necessario. Le bottiglie mezze vuote, lasciate dai clienti, venivano svuotate in contenitori di vetro per la cucina, da usare per sfumare il brasato.
Mi muovevo con metodo, versando il vino con attenzione, l’odore del rosso che mi riempiva le narici. Ogni tanto, un goccio finiva sul bancone, e lo pulivo con uno straccio, lasciando striature rosse che sembravano sangue. La cucina era silenziosa, a parte il ronzio della cappa e il rumore dell’acqua di Yelena, che continuava a lavare piatti come se fosse una macchina programmata per non fermarsi mai.
Quando ebbi finito con le bottiglie, mi appoggiai al bancone, le spalle che pulsavano per la fatica. Yelena era ancora lì, a strofinare una padella incrostata, i suoi orecchini di rame e oro che tintinnavano ogni volta che muoveva la testa.
Mi guardava di tanto in tanto, con quei suoi occhi castano chiaro che sembravano sempre vedere un po’ più in là, come se sapesse qualcosa che io non sapevo. – Fatto? – chiese, asciugandosi le mani su uno strofinaccio, la voce morbida ma con quell’accento dell’Est che le dava un ritmo tutto suo.
– Quasi – risposi, posando l’ultima bottiglia. – Tu? Sembri pronta a lavare anche i muri, a questo punto.
Lei rise, un suono leggero che spezzò il silenzio della cucina. – No, no, finisco piatti e basta. Troppo stanca per muri. – Si avvicinò al bancone, appoggiandosi accanto a me, il maglione a righe che sfiorava il mio gomito. – Giornata lunga, eh?-
– Lunga e schifosa – dissi, passandomi una mano tra i capelli. – E questo freddo… non aiuta. Sembra che il mondo stia andando a rotoli. Hai visto il cielo oggi? È come se qualcuno ci avesse messo un coperchio sopra. E quella polvere sulle auto… dicono sia cenere di quel vulcano in Islanda.31Please respect copyright.PENANARsP0kfGCXj
Yelena annuì, incrociando le braccia. – Sì, al telegiornale. Dicono che cenere di vulcano, Hekla, arriva fino a Germania, Inghilterra. Aeroporti chiusi, gente incastrata. Come 2010, ma peggio, forse.31Please respect copyright.PENANA875EZ9UoGO
– Già – dissi, pensando alla donna d’affari che si era lamentata per il volo cancellato. – Oggi un cliente ha detto che sua sorella è bloccata a Dublino da tre giorni. Niente voli, niente treni, niente di niente. La cenere sta mandando in tilt mezza Europa. E qui a Milano, Malpensa è un casino. Voli deviati a Roma, Bologna, ovunque. Non so come fanno a gestire.
–Hai sentito il freddo?– dissi cambiando discorso, -la mattina morde davvero.-
– Sì, strano – disse Yelena, guardando verso la finestra della cucina, dove il cielo era ormai nero. – In Moldavia, neve presto è normale, ma qui… no. E freddo così, rende tutto più duro. Camminare, lavorare, tutto.–
Mi guardai le mani, screpolate dal freddo e dal lavoro, e per un momento mi lasciai andare a un pensiero che non confessavo spesso. – Sai, a volte mi chiedo perché resto qui – dissi, la voce più bassa di quanto volessi. – Milano è… non lo so, un tritacarne. Corri, lavori, paghi l’affitto, e poi? Niente. Quattordici anni fa, i miei mi hanno buttato fuori di casa, e da allora è come se stessi inseguendo qualcosa che non esiste.–
Yelena mi guardò, sorpresa, come se non si aspettasse quella confessione. – Buttato fuori? – chiese, la voce cauta. – Perché?–
Sospirai, appoggiando le mani sul bancone. – Non trovavo lavoro da nessuna parte, non era il massimo. I miei genitori, brava gente, ma rigidi, non ce l’hanno fatta più.
Una sera, dopo l’ennesima discussione, mio padre mi ha detto di andarmene. E mia madre… non ha detto niente, ma i suoi occhi erano peggio delle parole. – Feci una pausa, il ricordo che mi bruciava ancora. – Da allora, non ci parliamo. Vivo in un monolocale schifoso, pago l’affitto, lavoro qui, e cerco di non pensarci troppo. Ma giorni come oggi, con questo freddo, questo cielo opaco… mi chiedo se ne valga la pena.-
Yelena rimase in silenzio per un momento, poi posò una mano sul bancone, vicino alla mia, ma senza toccarla. – È duro – disse piano. – Io… capisco. In Moldavia, anche per me non facile. – Fece una pausa, come se stesse cercando le parole giuste. – Lavoravo in polizia, sai? A Corbeni, città piccola. Facevo pattuglie, documenti, cose così. Ma era… corrotto. Tutti prendevano soldi, guardavano dall’altra parte. E povertà, ovunque. Non potevo restare. Mia madre diceva sempre, ‘Yelena, vai, trova vita migliore.’ Così sono venuta qui, tre anni fa. Milano è dura, sì, ma almeno provo a costruire qualcosa. Anche se… a volte, manca casa.–
La guardai, sorpreso. Non avevo idea che avesse fatto la poliziotta. C’era una forza in lei, una determinazione che si vedeva nei suoi gesti precisi, ma non avevo mai pensato a un passato così. – Polizia, eh? – dissi, cercando di alleggerire il momento. – Non ti ci vedo, sai, con la pistola e tutto il resto.–
Lei rise, un suono caldo che mi fece sorridere nonostante tutto. – Niente pistola, solo scartoffie – disse, scuotendo la testa. – Ma sì, era diverso. Qui lavo piatti, ma è… più onesto, in un certo senso. Nessuno mi chiede di chiudere occhi.–31Please respect copyright.PENANANT2R1is8h5
Annuii, mordicchiandomi il labbro. – Già, capisco. Qui almeno sai cosa aspettarti. Piatti, clienti, freddo schifoso..
– Sì – disse lei, guardandomi con quei suoi occhi che sembravano vedere oltre. – Ma noi andiamo avanti, no? Come in Moldavia, come qui. Cielo opaco, freddo, vulcani… passano. Noi resistiamo.–31Please respect copyright.PENANAVtw1AnidSW
Le sue parole mi colpirono, più di quanto mi aspettassi.
Aveva ragione, in un certo senso. La vita era una serie di giorni schifosi, ma continuavi a svegliarti, a sistemare tovaglioli, a versare vino. Presi un respiro profondo. – Sai che c’è? – dissi, alzandomi dal bancone. – Facciamo un altro caffè. E magari troviamo un altro pezzo di quella cioccolata fondente. Tanto, il mondo non finisce stasera.–31Please respect copyright.PENANAgw9hULZBHa
Yelena sorrise, un sorriso che mi scaldò più del caffè che stavo per preparare. – Va bene, Alex. Caffè e cioccolato. E poi, andiamo a casa. Freddo aspetta.–
Accesi la macchina del caffè, il ronzio familiare che riempiva la cucina. Mentre l’aroma si diffondeva, pensai che, forse, in mezzo a quel freddo e a quel cielo opaco, c’era ancora qualcosa di buono.
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Qualcosa di semplice, come una tazza di caffè e una chiacchierata con Yelena.31Please respect copyright.PENANAYYylmsZILE


