Il mattino era diverso. La neve cadeva ancora, lenta, come sempre, ma il gelo sembrava meno tagliente. Camminavo verso la segheria con un peso più leggero sulle spalle, il ricordo della notte con Alexa che mi scaldava ancora la pelle. Il suo profumo di vaniglia, i suoi gemiti, il modo in cui il suo corpo si era intrecciato al mio. Per la prima volta in mesi, forse anni, sentivo qualcosa di simile alla felicità. Fragile, incerta, ma reale. Ogni passo nella neve sembrava un passo avanti, lontano dal vuoto che Elita aveva lasciato dentro di me.
La segheria era la stessa. Il ronzio delle lame, l’odore di resina e metallo, i trucioli che si appiccicavano al giubbotto. Mi muovevo con una nuova leggerezza, le mani che lavoravano il legno senza esitazione. Dean mi notò subito, durante la pausa, appoggiato a un palo con una sigaretta che gli pendeva dalle labbra.
– Cazzo, Anderson – disse, con un ghigno. – Sembri quasi vivo oggi. Colpa della barista?-
– Fatti i fatti tuoi – borbottai, ma un sorriso mi sfuggì. Breve, ma vero.
Rick si unì, la sua risata che rimbombava sopra il rumore delle macchine. – Non lo negare, amico. Ti ha fatto bene. Quand’è che ci presenti?-
Non risposi, ma non mi importava. Le loro battute erano rumore di fondo, un suono che non feriva. Per una volta, il mondo sembrava avere senso. La neve fuori, il calore del lavoro, la promessa di un’altra birra al Moose’s Tavern. Forse potevo farcela. Forse potevo lasciarmi Elita alle spalle.
Le ore passarono in un ritmo familiare, il legno che cedeva sotto le lame, il sudore che mi pizzicava la schiena. Ma verso mezzogiorno, qualcosa cambiò. Un silenzio strano si diffuse tra i colleghi, come se l’aria si fosse fatta più pesante. Dean tornò dal capanno degli attrezzi, il volto pallido, gli occhi spalancati. Rick era dietro di lui, muto, le mani che tremavano mentre si toglieva i guanti.
– Alex – disse Dean, la voce spezzata. – Hai sentito?
– Sentito cosa? – chiesi, posando la sega.
– Alexa – disse Rick, quasi sussurrando. – L’hanno trovata stamattina. È… è morta.-
Il mondo si fermò. La neve, il rumore, il calore del mio corpo. Tutto sparì. – Cosa? – La parola mi uscì come un respiro strozzato.
Dean deglutì, il volto teso. – L’hanno trovata al porto, vicino ai moli. Appesa a una gru, Alex. Spezzata in due. Le… le interiora fuori, penzolanti come… Cristo, non lo so. Non è umano.-
Il pavimento sotto di me sembrò cedere. La gru. La immaginai, un’ombra di ferro contro il cielo grigio, il corpo di Alexa appeso come una bambola rotta, le viscere che oscillavano nel vento, il sangue che colava sulla neve, tingendola di rosso. La sua pelle chiara, i suoi occhi di ghiaccio, ora spenti, vuoti. Il mio stomaco si contorse, il sapore della bile che mi saliva in gola.
– Chi… chi è stato? – chiesi, la voce un filo.
– Non lo sanno – disse Rick, scuotendo la testa. – La polizia dice che è stato un macello. Nessun testimone. Nessun senso.
Mi appoggiai al muro, le gambe molli. Il ricordo della notte, del suo calore, del suo respiro contro il mio, si frantumò. Elita. Il suo nome mi attraversò come una lama. Era viva. Non poteva essere qui. Non poteva… o sì?-
– Alex, stai bene? – Dean mi posò una mano sulla spalla, ma la scossi via.
– Devo andare – mormorai, barcollando verso l’uscita.
Fuori, la neve cadeva, lenta, indifferente. Mi fermai, il fiato corto, gli occhi che cercavano qualcosa nel bianco. Un’ombra. Un segno. Ma c’era solo il gelo, che mi stringeva il petto come una mano.
ns216.73.216.45da2

