La neve non smetteva di cadere. Ogni fiocco era un’accusa, un dito puntato che si posava sul mondo e lo seppelliva. Camminavo verso casa, lontano dalla segheria, il cuore che batteva troppo forte, un tamburo che mi scuoteva le costole. Le parole di Dean e Rick mi risuonavano in testa, come un’eco che non voleva tacere. Spezzata in due. Le interiora fuori. Non è umano. E il mio nome, Alex, l’ultimo ad averla vista, l’ultimo a toccarla. L’americano. Lo straniero.
Thunder Bay era piccola, un nido di voci che si intrecciavano come fili di una rete. La notizia si era sparsa, veloce come il vento che portava la neve. Sentivo gli occhi della città su di me, anche se le strade erano vuote. I lampioni proiettavano ombre lunghe, distorte, che sembravano seguirmi. Ogni passo era un peso, ogni respiro un rischio. Elita. Il suo nome mi bruciava la mente, un fuoco che non si spegneva. Era viva, lo avevo capito..
Tornai alla segheria il giorno dopo, il corpo rigido, la testa piena di nebbia. I colleghi erano diversi, ora. Le risate di Dean erano sparite, sostituite da sguardi obliqui, da silenzi che pesavano più delle parole. Rick non mi guardava nemmeno, le mani occupate a lucidare una sega, come se il metallo potesse cancellare ciò che aveva visto. Gli altri sussurravano, gruppetti che si scioglievano quando mi avvicinavo. L’ultimo a vederla. È uscito con lei.
– Anderson – disse Gary, il caposquadra, fermandomi vicino al capanno. La sua voce era dura, gli occhi stretti. – La polizia vuole parlarti.
Il mio stomaco si contrasse. – Perché? – chiesi, ma lo sapevo già.
– Lo sai perché – disse, senza guardarmi. – Moose’s Tavern. Alexa. Eri lì, no?
Annuii, la gola secca. – Sì. Ma non ho fatto niente.
Gary scrollò le spalle, come se non gli importasse. – Dillo a loro. Vengono oggi pomeriggio.
Tornai al lavoro, ma le mie mani tremavano. Il ronzio delle seghe era un urlo, ora, un suono che mi scavava il cranio. Ogni tanto, alzavo lo sguardo verso il recinto, verso gli alberi neri oltre la neve. Mi sembrava di vedere qualcosa.
Un movimento. Ma era solo il vento, solo la mia mente. Elita non era qui. Non poteva essere. Eppure, il suo nome era un peso, una catena che mi tirava indietro.
La polizia arrivò alle tre. Due agenti, un uomo e una donna, con giacche pesanti e volti che non lasciavano spazio alla gentilezza. Mi portarono in un ufficio angusto, l’odore di caffè stantio che riempiva l’aria.
– Alex Anderson – disse la donna, controllando un taccuino. – Sei stato l’ultimo a vedere Alexa Olsen viva. Racconta.
– Ero al Moose’s Tavern – dissi, la voce che tremava appena. – Abbiamo… parlato. Poi sono andato con lei a casa sua. Abbiamo… passato la notte insieme. Me ne sono andato all’alba.
L’uomo, con una cicatrice che gli tagliava il sopracciglio, mi fissò. – E poi? Qualcun altro l’ha vista dopo di te?
– Non lo so – dissi, le mani strette sulle ginocchia. – Non l’ho più vista.
– Strano – disse la donna, senza alzare lo sguardo. – Sei nuovo qui. Nessun passato, nessun legame. E ora una ragazza è morta. Spezzata in due, appesa a una gru al porto.
Il mio cuore si fermò. – Non ho fatto niente – ripetei, ma le parole suonavano vuote, come un’eco in una stanza chiusa.
– Vedremo – disse l’uomo, alzandosi. – Non lasciare la città, Anderson.
Tornai a casa quando il cielo era già scuro, la neve che si accumulava sui miei stivali. L’appartamento era gelido, il silenzio un coltello che mi tagliava dentro. Mi sedetti sul letto, le mani nei capelli, il respiro corto. La gente parlava. I colleghi sospettavano. La polizia mi guardava come un colpevole. E in tutto questo, Elita. La sua voce, il suo odore, la sua ombra. Era viva, ma non importava. Era dentro di me, un veleno che non potevo sputare.
Fuori, la neve cadeva, lenta, implacabile. E nel buio, sentii di nuovo quegli occhi. Non erano reali. Non potevano essere. Ma mi guardavano lo stesso.
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