La neve cadeva come un sussurro, lenta, inesorabile, avvolgendo Thunder Bay in un silenzio che pesava sul cuore. Uscii dal Moose’s Tavern dietro Alexa dopo che spense le luci e chiuse la porta a chiave, il calore del suo bacio ancora vivo sulle labbra. Sapeva di vino, di spezie, di qualcosa che mi faceva paura. Mi guardava, gli occhi chiari che tagliavano il buio come lame di ghiaccio, un invito che non potevo ignorare.
– Vieni con me – disse, la voce morbida, un filo che si tendeva tra noi. – È vicino.-
Annuii, le mani affondate nel giubbotto, il freddo che mi mordeva le dita screpolate. Camminammo fianco a fianco, i nostri passi che scricchiolavano sulla neve fresca. Il mondo era un tunnel bianco, i lampioni sfocati, la città ridotta a ombre e fiocchi. Parlavamo, parole leggere che galleggiavano nell’aria gelida.
– Questo posto è morto d’inverno – disse Alexa, stringendosi nel cappotto. – Ma ha qualcosa. Non so, una specie di calma.-
– Una calma che ti seppellisce – risposi, la voce rauca, quasi persa nel vento.
Lei rise, un suono breve, caldo. – Sei sempre così allegro, eh?-
Scrollai le spalle, cercando di sorridere. Ma mentre camminavamo, una sensazione mi strinse la gola. Occhi. Qualcosa che mi guardava, nascosto nella neve, nel buio tra i lampioni. Mi voltai, il cuore che batteva troppo forte. Solo fiocchi, solo ombre. Niente. È il trauma, Alex. È Elita che vive nella tua testa. Scossi la testa, costringendomi a ignorarlo. A concentrarmi sui passi di Alexa, sul suo profumo che mi pizzicava i sensi.
– Stai bene? – chiese, rallentando, i suoi occhi che cercavano i miei.
– Sì – mentii. – Solo il freddo.-
Il suo appartamento era un rifugio sopra una panetteria chiusa, le scale che gemevano sotto i nostri piedi, l’odore di lievito vecchio che si mescolava al gelo. Dentro, la stanza era calda, viva, un caos di libri sparsi e coperte di lana. Alexa mi tolse il giubbotto, le sue dita che sfioravano le mie spalle, leggere come neve. Non parlammo. Non c’era bisogno.
Mi attirò a sé, le sue labbra che trovavano le mie. Il bacio era profondo, urgente, un fuoco che bruciava il freddo dentro di me. La sua bocca era morbida, calda, il sapore di vino che si mescolava al mio respiro. Le mie mani scivolarono sotto il suo maglione, trovando la curva dei fianchi, la pelle liscia che tremava sotto il mio tocco. Ogni gesto era un rischio, un passo verso un abisso che non vedevo ma sentivo.
Ci spostammo verso il letto, i vestiti che cadevano come foglie secche, un mucchio disordinato sul pavimento. La sua pelle era un contrasto al gelo che mi portavo dentro, calda, viva, un invito che non potevo rifiutare. Mi inginocchiai sopra di lei, il suo corpo disteso sotto il mio, illuminato dalla luce fioca della lampada. Le sue mani mi guidavano, dita che scivolavano sul mio petto, sulle cicatrici del congelamento, come se volessero leggerle. La guardai negli occhi, laghi chiari che riflettevano il mio volto spezzato, e per un istante mi persi.
La presi con lentezza, ogni movimento un’esplorazione cauta. La sua pelle si increspava sotto le mie mani, i suoi fianchi che si alzavano per incontrare i miei, un ritmo che cresceva come una tempesta. Il suo respiro era spezzato, gemiti bassi che si mescolavano al battito del mio cuore, troppo forte, troppo rapido. Le mie dita si intrecciarono ai suoi capelli, tirando appena, mentre la sua bocca trovava il mio collo, i denti che sfioravano la pelle, un morso leggero che mi fece rabbrividire. Il suo corpo si arcuava, caldo, morbido, un’onda che mi trascinava via. Il suo profumo mi avvolgeva.
Ogni spinta era un tentativo di dimenticare, di affondare nel presente. La sua pelle scivolava contro la mia, sudore che si mescolava, calore che bruciava il gelo dentro di me. I suoi gemiti si fecero più intensi, un suono che mi teneva qui, ora, lontano dai ricordi. Le mie mani trovarono i suoi polsi, tenendoli contro il materasso, un gesto istintivo, quasi disperato. Lei si abbandonò, il corpo che rispondeva al mio, un dialogo senza parole. Quando il piacere ci travolse, fu come un’onda che si frange, lasciandoci senza fiato, intrecciati, vivi.
Restammo lì, il suo respiro caldo contro il mio petto, le sue dita che tracciavano linee lente sulla mia schiena. Fuori, la neve cadeva, silenziosa, eterna. Ma in quel momento, il peso di Elita sembrava più lontano. Solo un’ombra. Solo un sogno.
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