La neve non smetteva di cadere. Lenta, ostinata, come un ricordo che si rifiuta di svanire. Thunder Bay era un mosaico di bianco e grigio, le strade coperte, i tetti curvi sotto il peso dell’inverno. Camminavo verso la segheria, il fiato che si condensava in nuvole bianche, le mani affondate nelle tasche del giubbotto. Ogni passo era un atto di volontà. Un modo per dire al mondo, e a me stesso, che ero ancora qui. Ancora vivo.
Il lavoro mi teneva a galla. Il ronzio delle seghe, l’odore di resina e metallo, il peso del legno sotto le mani. Era un ritmo che non chiedeva nulla, solo movimenti ripetuti, muscoli che si tendevano, sudore che si mescolava al freddo. Dean e Rick mi chiamavano durante le pause, le loro voci che si intrecciavano a battute su hockey e birre. Non parlavo molto, ma annuivo. Sorridevo, a volte. Era abbastanza.
Le sere si susseguivano, tutte uguali. Dopo il turno, raggiungevo il Moose’s Tavern con gli altri. Il locale era un rifugio di luci fioche e odore di patatine fritte, il bancone lucido sotto le dita. Mi sedevo in fondo, una lager fredda tra le mani, lasciando che le risate di Dean e Rick mi scivolassero addosso. Non cercavo nulla. Non volevo nulla. Solo il rumore della gente, il calore del locale, qualcosa che mi ricordasse che il mondo continuava a girare.
Alexa era lì, ogni sera. Serviva birre, puliva il bancone, rispondeva alle battute con quel sorriso che non raggiungeva gli occhi. La osservavo, a volte, ma distoglievo lo sguardo quando i suoi occhi chiari incrociavano i miei. Non volevo parlare. Non volevo ricordare.
Passarono giorni. Forse una settimana. La neve si accumulava, il freddo si faceva più tagliente. Ma io continuavo. Uscivo con Dean e Rick, bevevo qualche birra, tornavo a casa. L’appartamento era gelido, il letto duro, ma il sonno veniva più facile, ora. I sogni di Elita erano meno frequenti. Non sparivano, ma si affievolivano, come una voce che si perde nel vento.
Una sera, però, mi fermai più a lungo. Il Moose’s Tavern era quasi vuoto, il jukebox che sputava una canzone country a volume basso. Dean e Rick se n’erano andati, lasciandomi con un bicchiere mezzo pieno e il peso del silenzio. Non so perché restai. Forse il freddo fuori. Forse il bisogno di non tornare subito in quella stanza vuota.
Alexa si avvicinò, strofinando il bancone con uno straccio. Mi guardò, un sopracciglio alzato.
– Ancora qui? – disse, la voce leggera ma con un’ombra di curiosità.
– Non ho fretta – borbottai, fissando il bicchiere.
Lei annuì, senza insistere. Ma non si allontanò. Continuò a pulire, il movimento lento, quasi ipnotico. Il suo profumo mi raggiunse, troppo familiare. Mi alzai, pronto ad andarmene, ma qualcosa mi trattenne. Colpa, forse. O solo il bisogno di dire qualcosa.
– Scusa – mormorai, quasi senza volerlo. – Per l’altra sera. Non volevo… essere così.-
Lei si fermò, lo straccio immobile. Mi guardò, gli occhi chiari che riflettevano la luce del neon.
– Non c’è niente da scusare – disse piano. – Ma grazie.-
Non so chi si mosse per primo. Forse io. Forse lei. Ma in un istante, le sue labbra erano sulle mie. Il bacio fu lento, esitante, un’esplorazione cauta. La sua bocca era calda, morbida, con un retrogusto di vino e spezie che mi fece tremare. Le sue mani sfiorarono il mio viso, le dita leggere come neve che si posa senza peso. Le mie trovarono i suoi fianchi, timide, come se temessi di romperla. O di rompermi. Il suo respiro si mescolava al mio, corto, rapido, un ritmo che mi trascinava via. Per un attimo, il mondo si dissolse. Niente neve, niente freddo, niente ricordi. Solo la pressione delle sue labbra, il calore della sua lingua che cercava la mia, il battito del cuore che sembrava non appartenere a nessuno dei due.
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