La notte fonda pesava, il vento gelido che ululava tra gli abeti, portando fiocchi di neve che si posavano come cenere sul mio cappotto, sullo zaino tattico, sul coltello da caccia alla cintura.
Elita giaceva a pochi passi, inginocchiata, la lancia della trappola conficcata nello sterno, il sangue che colava, nero e lucido, macchiando la neve sciolta. Il suo grido, acuto, umano, mi aveva trafitto, un suono che non mi aspettavo. Era morente, il respiro corto, spezzato, ma i suoi occhi, ghiaccio che bruciava, mi tenevano fermo, come un cappio. Stringevo la Beretta, il metallo freddo nei guanti termici, il cuore che martellava, un’eco del sogno, quel "boom… boom…" del doppio battito che mi aveva scosso notti prima, il cielo stellato che sanguinava rosso. Dovevo finirla. Dovevo.
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Ma esitai. La neve cadeva più fitta, il vento che mi spingeva, come se la foresta stessa mi implorasse di fermarmi.
Il suo viso, pallido, spezzato dal dolore, era ancora lei. Elita. La donna che avevo amato, che avevo respinto, che mi aveva inseguito fino a questo momento.
La mia furia crebbe, un fuoco che bruciava più del gelo. Alzai la Beretta, il dito sul grilletto, pronto a sparare, a spezzare il suo cuore come lei aveva spezzato il mio. – Basta – sibilai, la voce persa nel vento. – Finisce qui.
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Un istante. Poi, una forza invisibile mi colpì, un’onda che non vedevo, non sentivo, ma che mi travolse. Volai indietro, il mondo che girava, la neve che mi accecava. Il mio corpo sbatté contro un tronco, il dolore che esplodeva nella schiena, nelle costole, un urlo strozzato che mi sfuggì dalle labbra.
La Beretta cadde, inghiottita dalla neve, un’ombra perduta nel buio. Ansimai, il respiro corto, il corpo malconcio, ogni movimento una fitta. Mi rialzai, barcollando, la coperta termica strappata, il sangue che colava da un taglio sulla fronte. Ma il coltello da caccia, ancora nella fodera, pesava contro il mio fianco. Era abbastanza. Doveva essere abbastanza.
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Zoppicai verso di lei, ogni passo un ago nel petto.
Elita era sdraiata, ora, il corpo riverso sulla neve, la lancia strappata via dallo sterno, un buco nero che sanguinava copioso.
Era più debole, il respiro un rantolo, ma non morta. Non ancora. E poi la vidi. Una luce, rossa, pulsante, che si accendeva sotto la sua pelle. Le sue mani, il collo, le parti scoperte del suo corpo brillavano, una bioluminescenza innaturale, come se le sue arterie, i suoi organi interni, fossero illuminati da un fuoco interno, pulsando al ritmo del suo cuore. Era morente, ma non poteva più nuocere.
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Mi avvicinai, sbalordito, il coltello in mano, la lama che scintillava sotto la neve.
I suoi occhi mi seguirono, deboli ma vivi, un lago ghiacciato che rifletteva la mia paura, la mia furia.
Mi inginocchiai accanto a lei, il vento che urlava, la neve che mi pungeva il viso. E poi, un lampo. Il sogno. Il cielo stellato, l’aurora boreale che danzava, verde e rossa, un’eco che non era mia. La mia mente si piegò, un collegamento che non potevo spiegare. Lei era dentro di me, nei miei pensieri, nei miei sogni. Sempre lo era stata.
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Immagini mi travolsero, non mie, ma sue. Tempi remoti, foreste più antiche di questa, dove la caccia era sopravvivenza, dove il sangue macchiava la terra e le urla erano inni. Poi, un altro tempo, più vicino: Europa, villaggi di fango e pietra, roghi che illuminavano la notte, corpi che bruciavano sotto accuse di stregoneria, epidemie che divoravano i vivi. Elita era lì, sempre, un’ombra che attraversava i secoli. Ma qualcosa era cambiato. Qualcosa di recente l’aveva indebolita, l’aveva resa vulnerabile, l’aveva portata a questo: un corpo morente, illuminato da un rosso che non spiegavo.
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– Alex… – La sua voce, un sussurro spezzato, mi riportò al presente. – Ricordi la prima volta? – I suoi occhi brillavano, non solo della luce rossa, ma di un ricordo. – Marquette. Quando mi hai investito sotto la neve. Mi hai guardata come se fossi il mondo..sembrano passati anni invece..
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Deglutii, il coltello che tremava nella mia mano. – Era un’altra vita – dissi, la voce rauca. – Ma ora… Cosa sei?.. Il doppio battito nei miei sogni. Cos’è, Elita? Dimmelo.
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Lei esitò, gli occhi che si chiudevano per un istante, il respiro che rallentava. La luce rossa nel suo corpo tremolò, come una candela nel vento. – Vuoi davvero saperlo, Alex? – disse, la voce un filo che si spezzava. – La verità… ti farebbe impazzire. Ti toglierebbe il coraggio… di finirmi.
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La guardai, il cuore che martellava, un’eco di quel battito. – Dimmelo – dissi, annuendo, la furia che si mescolava alla paura. – Voglio sapere..
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Un sorriso, debole, spezzato, le increspò le labbra. – Avvicina la testa – sussurrò. – Al mio ventre. Ascolta.
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Elita alzò una mano, tremante, il sangue che gocciolava sulla neve.
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La fissai, sbalordito, il coltello che pesava come piombo. Il suo ventre, illuminato da quella luce rossa, pulsava lento, arterie che si intrecciavano come radici. – Sei pazza – dissi, ma la mia voce tremava.
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– Se ti volessi morto… – rantolò, i suoi occhi che mi inchiodavano – saresti già cenere. Ti fidi di me, Alex?
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Non volevo. Ogni fibra di me gridava di tagliarle la gola, di finire ciò che la lancia aveva iniziato. Ma il sogno, il battito, l’aurora boreale, i roghi antichi – erano veri. Lei era vera. E io ero legato a lei, in un modo che non capivo. Mio malgrado, annuii, un gesto lento, come se il mio corpo tradisse la mia mente.
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Mi chinai, il dolore nelle costole che mi trafiggeva, la neve che mi bagnava le ginocchia. Avvicinai la testa al suo ventre, il coltello ancora in mano, pronto a colpire se mentiva. Il suo odore mi avvolse, ferro e vaniglia, più forte, più vivo. Posai l'orecchio.
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Un battito. Forte, lento, il cuore di Elita, un tamburo che risuonava nella mia testa. Poi, un altro. Più piccolo, più rapido, un’eco dentro di lei, qualcosa che cresceva, vivo, pulsante. Non era solo lei. C’era qualcos’altro, dentro di lei, un secondo cuore, un secondo battito. Il doppio battito dei miei sogni, non un sogno, ma una verità. Qualcosa che viveva in lei, che cresceva, che mi legava a lei in modi che non potevo comprendere.
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Alzai la testa, il respiro corto, gli occhi spalancati. – Cos’è… – ansimai, il coltello che cadeva nella neve, le mani che tremavano.
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Elita non rispose. Il suo respiro si affievolì, la luce rossa che svaniva lenta, come un fuoco che si spegne. Era morente, ma i suoi occhi, ancora aperti, mi guardavano. La neve cadeva, il vento ululava, e il battito echeggiava, non più nel suo ventre, ma nella mia mente.
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