Il crepuscolo pesava come un sudario, un velo di neve e ombre che avvolgeva la foresta. La Subaru ruggiva, un lamento che si mescolava al vento gelido, i fari che tagliavano il buio, illuminando fiocchi che danzavano come cenere. Ero solo, più solo di quanto fossi mai stato.
Ma ora non era un sogno. Era una verità, pulsante, viva. Elita. Il suo ventre. Qualcosa che cresceva dentro di lei. Un figlio. Il mio? La mia mente si spezzava, un vetro crepato sotto il peso di quella rivelazione.
L’ultimo ricordo mi trafiggeva. La sua mano, fredda, tremante, le dita intrecciate alle mie, un gesto che bruciava più della neve. Una lacrima mi era scivolata sul viso, un diamante che rifletteva la luce rossa, la bioluminescenza che pulsava sotto la sua pelle. Il suo respiro, un rantolo, si affievoliva, ma i suoi occhi di ghiaccio vivo mi avevano tenuto fermo fino all’ultimo. Non l’avevo finita. Non potevo. Un giuramento spezzato.
Poi me n’ero andato, lasciandola morente tra gli abeti, il sangue che macchiava la neve, la luce rossa che svaniva come una candela.
Guidavo, ora, attraverso la foresta, gli alberi che si chiudevano come sentinelle, il lago ghiacciato alla mia sinistra, un specchio nero che non rifletteva nulla. Un debole sole rossastro si alzava, una ferita all’orizzonte, l’inizio di una nuova giornata che non volevo. La neve cadeva, lenta, fitta, coprendo ogni traccia, ogni speranza. Il dolore mi mordeva, il sangue secco sulla fronte, la coperta termica strappata che pendeva dallo zaino tattico. La Beretta era persa, inghiottita dalla neve, ma il coltello da caccia, ancora alla cintura, era un peso che mi ricordava chi ero. Un fuggitivo. Un uomo che aveva voluto uccidere, ma che si era fermato davanti a un battito. Un secondo battito.
La mia mente era un caos, un vortice di pensieri che non erano solo miei. Elita era ancora lì, dentro di me.
Il mondo moderno, pensai, era fragile. L’uomo aveva costruito città, strade, luci che brillavano come stelle, ma ci sarebbero voluti cento anni perché tutto morisse, perché le ultime lampade si spegnessero. Eppure Elita aveva vissuto più a lungo. Secoli. Dove il sangue era un inno.
Lei era stata lì, un’ombra che attraversava il tempo, intatta, eterna. La sua lunga vita l’aveva plasmata, una creatura che il mondo odierno non poteva comprendere, una mente che avrebbe fatto impallidire l’uomo moderno.
Fino a quella notte, a Marquette, sotto una tempesta di neve quando l'avevo investita, il suo corpo che cadeva.
E da lì, ogni cosa era iniziata.
Non capivo cosa fosse.
Non davvero.
La bioluminescenza, quella luce rosso alieno che pulsava sotto la sua pelle. Era umana? Era altro? Non lo sapevo.
Non l’avevo uccisa, proprio come aveva predetto. – La verità ti farebbe impazzire – aveva detto.
E aveva ragione. La mia mente era in subbuglio, un groviglio di paura, furia, e qualcosa di più profondo, qualcosa che non volevo nominare. Un figlio. Se fossi rimasto, lo sapevo, sarei impazzito. L’idea che aspettasse un figlio da me, che quel battito fosse mio, mi avrebbe spezzato.
Eppure, un sospetto mi mordeva. Non era morta. Lo sentivo.
Sospirai, le mani strette sul volante, la Subaru che scivolava sulla strada ghiacciata.
"Dove andrai, Alex?", I miei pensieri avevano la sua voce, che mi attraversava come il vento, "Dove ti rifugerai, quando il mondo ti dà la caccia?".
Chiusi gli occhi, per un istante, la strada che svaniva sotto la neve. "Non esiste posto in cui nasconderti, quando sai di essere solo al mondo."
Il sole rossastro si alzava, una luce fioca che trafiggeva gli alberi, dipingendo la neve di sfumature di sangue. Guidavo verso un orizzonte ignoto, la foresta che si chiudeva alle mie spalle, il lago che scintillava come un ricordo. Ero solo, più solo di quanto fossi mai stato, il doppio battito che echeggiava, un ritmo che non potevo sfuggire.
Elita era là fuori, morente, ma non finita. E io, fuggitivo, guidavo sotto la neve, verso un destino che non vedevo.
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