La notte era un coltello, affilata, nera. La foresta lungo il lago ghiacciato si chiudeva intorno a me, abeti che sussurravano segreti sotto un cielo senza stelle. Aveva ripreso a nevicare, fiocchi grossi e pesanti che si posavano sul mio cappotto, sullo zaino tattico, sulla lama del coltello da caccia alla cintura. Il vento gelido ululava, un lamento che scuoteva i rami, portando l’odore di ghiaccio e resina. Ero nascosto, accovacciato dietro un tronco caduto, la Beretta carica stretta tra le mani guantate, la torcia spenta per non tradirmi. La lancia a tensione, tesa come un nervo, aspettava nel buio, il ramo piegato, la corda nascosta sotto la neve sciolta, la punta affilata pronta a colpire. Elita era vicina. Lo sentivo. Lei era il mio cacciatore, ma ora ero io il predatore.
Il lago scintillava, una lastra di vetro nero che rifletteva la neve danzante. Ogni suono era amplificato: il crepitio dei rami, il sibilo del vento, il mio respiro che si condensava in nuvole bianche, subito strappate via. Aspettavo, immobile, i guanti termici che stringevano la pistola, la coperta termica avvolta sulle spalle come un sudario. I contanti nella busta, nascosti nella Subaru a pochi metri, mi avevano dato tutto: il coltello, la trappola, le munizioni. Ma non la pace. La neve cadeva più fitta, un velo che copriva ogni traccia, ogni speranza.
Poi, lo sentii. Un cambiamento nell’aria, un silenzio troppo perfetto, come se il vento trattenesse il fiato. Lei era qui. Un fruscio, leggero, a destra, oltre gli abeti. Il mio cuore accelerò, un battito che non era il doppio battito del sogno, ma qualcosa di vivo, di furioso. Strinsi la Beretta, il dito lontano dal grilletto, gli occhi che scandagliavano il buio. Un’ombra si mosse, lenta, tra la neve e gli alberi. Elita. Il suo cappotto nero si confondeva con la notte. Si avvicinava, i passi silenziosi, deliberati, come se sapesse dove trovarmi. Ma non vedeva la trappola. Non ancora.
Un crack. Il ramo della lancia a tensione scattò, un sibilo che spezzò la notte. Il suo grido squarciò la foresta, acuto, umano, un suono che non mi aspettavo. Mi alzai, la pistola alzata, il cuore che martellava. La neve cadeva più forte, il vento che mi spingeva indietro, ma corsi verso il suono. Là, tra gli abeti, la trovai. Elita, inginocchiata, la lancia affilata conficcata nello sterno, il sangue che colava copioso, macchiando la neve di un nero lucido sotto la luce fioca. Il suo viso era pallido, più pallido del gelo, gli occhi spalancati, non di paura, ma di dolore, di shock. La corda della trappola pendeva, spezzata, il ramo ancora vibrante.
– Alex… – sussurrò, la voce un filo spezzato, le mani che stringevano la lancia, il sangue che scorreva tra le dita, gocciolando sulla neve. Non si mosse. Non poteva. La lancia l’aveva trafitta, non al cuore, ma abbastanza vicino da spezzarla. Era morente, il suo corpo che tremava, il respiro corto, rantolante, un suono che era più un lamento che vita.
La guardai, la Beretta che pesava nella mia mano. Potevo finirla. Un colpo, un taglio, e sarebbe finita. Ma i suoi occhi mi tenevano fermo, un lago ghiacciato che rifletteva la mia furia, la mia paura. – Perché… – ansimai, la voce persa nel vento. – Perché non mi lasci andare?
Non rispose. Solo un sorriso, debole, spezzato, che mi tagliò più della lancia. La neve si posava su di lei, sui suoi capelli, sul sangue, come se volesse seppellirla viva. Era morente, ma non sconfitta.
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