Il cielo era un livido, un grigio che si scioglieva in ombre mentre il sole affondava. La Subaru ruggiva, un lamento che tagliava il silenzio di Thunder Bay, le strade sporche di neve sciolta che scivolavano via come ricordi. Ero un fuggitivo, un uomo senza nulla, tranne una pistola e una furia che bruciava più delle fiamme che avevano divorato il mio appartamento. Elita era là fuori, viva, eterna, un’ombra che mi stringeva il petto. Ma non avevo più paura. Non ero più la preda. La Beretta, fredda sul sedile accanto, era una promessa. Lei doveva morire.
Mi fermai in una strada deserta, il motore che ticchettava nel silenzio. Sotto il sedile del passeggero, le dita trovarono la cucitura, una ferita nel tessuto che nascondeva il mio ultimo segreto. Una busta, spessa, contanti accumulati in mesi di paranoia. La aprii: banconote stropicciate, forse duemila dollari, forse più. Sufficienti. Armi, un piano. Elita non si aspettava questo. Non si aspettava me.
Guidai verso la periferia, dove Thunder Bay si dissolveva in capannoni e luci al neon tremolanti. Un negozio di articoli sportivi, un cubo di cemento con un’insegna sbiadita: Northwood Outfitters. Parcheggiai lontano, il cappuccio alzato, gli occhi che scandagliavano ogni ombra per sirene o sguardi curiosi. Dentro, l’aria odorava di cuoio e metallo. Il commesso, un uomo con la barba ispida, alzò appena gli occhi. Non fece domande. Meglio così.
Scelsi in fretta. Un coltello da caccia, lama da quindici centimetri, acciaio che scintillava come il lago ghiacciato. Uno zaino tattico, nero, con tasche per nascondere il peso della mia rabbia. Una torcia, piccola ma potente, per tagliare il buio della foresta. Una coperta termica. Guanti termici, per mani che non dovevano tremare. Una trappola a molla, semplice, letale, per prede che non si aspettano. E poi, al banco, un rischio: munizioni per la Beretta, 9mm, due scatole da venti colpi. Il commesso esitò, chiese un documento. Mostrai una banconota in più, gli occhi fissi nei suoi. Non disse nulla. I contanti sparirono, il sacchetto di carta pesava tra le mie mani. Uscii, il cuore che batteva troppo forte, un’eco del sogno: "boom… boom…", il doppio battito che mi aveva scosso notti prima.
Guidai verso nord, lontano dalla città, dove il Lago Superiore si stendeva come una lastra di vetro nero. La foresta si aprì, abeti scuri che si piegavano sotto il peso del gelo, il sole che calava lento, una ferita arancione che macchiava l’orizzonte. Parcheggiai la Subaru dietro una cortina di alberi, il motore che si spegneva con un sospiro. Il lago ghiacciato scintillava, un riflesso del cielo morente, il silenzio rotto solo dal mio respiro, nuvole bianche che svanivano nel freddo.
Scesi, lo zaino sulle spalle, il coltello alla cintura, la Beretta carica infilata nei jeans. La foresta era viva, un labirinto di rami e ombre. Trovai un punto vicino alla riva, dove il terreno era morbido sotto la neve, perfetto per una trappola. La lancia a tensione. Un ramo flessibile, un giovane abete che si piegava come un arco. Lo curvai con cura, la corda tesa, un cappio nascosto tra le foglie morte. La lancia, un ramo affilato con la punta temprata dal coltello, fissata al meccanismo. Un passo falso, un tocco, e sarebbe scattata, veloce, letale, un colpo che poteva trafiggere carne e ossa.
Lavorai in silenzio, il sole che svaniva, il cielo che si chiudeva come una porta. Ogni movimento era preciso, ogni nodo un giuramento. Non ero più l’uomo che aveva baciato Elita al porto, che si era perso nel suo tocco. Ero un cacciatore, ora. La torcia illuminava il mio lavoro, il fascio che tagliava il buio come un coltello. La coperta termica mi avvolgeva, i guanti che stringevano la corda senza tremare. La foresta mi guardava, il lago taceva. Elita era vicina. Lo sentivo. E quando sarebbe arrivata, avrei colpito per primo.
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