Il vento ululava, un lamento che sembrava nascere dalle viscere dell’inverno canadese. Ogni raffica mi colpiva come una lama, portando con sé un freddo che mordeva la pelle e si insinuava fino alle ossa. La neve cadeva lenta, fiocchi grossi e pesanti che si posavano sul terreno come piume cadute da un cielo ferito, avvolgendo Thunder Bay in un silenzio che pesava sul cuore.
Alzai il bavero del giubbotto, il tessuto ruvido che grattava contro la barba incolta. Le spalle si curvarono, non solo per proteggermi dal gelo, ma sotto il peso di qualcosa che non riuscivo a nominare. Uscii dal cancello della fabbrica con passi lenti, misurati, come se ogni movimento fosse un atto di volontà contro un corpo che implorava di fermarsi. Intorno a me, i colleghi correvano verso il parcheggio, le loro risate spezzate dal vento, i volti arrossati dal freddo. Io no. Io camminavo da solo, gli occhi fissi sul terreno, dove la neve copriva le mie orme appena le lasciavo.
Thunder Bay mi aveva accolto senza fare domande. Era una città di confine, abituata a vedere volti nuovi che comparivano e poi svanivano, come fantasmi in transito. Nessuno si era sorpreso quando mi ero presentato alla fabbrica di legname, un americano con le mani segnate da vecchie cicatrici di congelamento, a chiedere un lavoro. Nessuno aveva voluto sapere perché fossi finito lì, in quel nulla canadese, a spalare segatura per dodici ore al giorno. Thunder Bay non si affezionava a nessuno, e a me andava bene così.
-Anderson, finito il turno?- La voce di Gary, il caposquadra, mi raggiunse, rauca come il vento stesso. Mi fermai, voltandomi appena, il cappuccio del giubbotto incrostato di neve.
-Sì,- mormorai, la voce così bassa che quasi si perse nel crepitio dei fiocchi. -Domani alle sei.-
Gary annuì, il suo fiato che si trasformava in nuvole bianche nell’aria gelida.
Non risposi. Feci solo un cenno con il capo e ripresi a camminare, la neve che scricchiolava sotto i miei scarponi. Il freddo di Thunder Bay era diverso da quello del Michigan. Era più umido, più insidioso. Si infilava sotto la pelle, si annidava nelle ossa e non ti lasciava più. Ma io lo accoglievo. Il freddo, almeno, era reale. Qualcosa a cui aggrapparmi quando tutto il resto scivolava via.
Il mio appartamento era poco più di una stanza sopra un negozio di attrezzi da pesca, chiuso per l’inverno. Le scale di legno gemevano sotto i miei passi, ogni gradino incrostato di ghiaccio che scintillava alla luce fioca di un lampione lontano. Spinsi la porta, che si aprì con un cigolio, lasciando entrare una folata d’aria gelida. Dentro, l’aria era appena meno ostile, il freddo smorzato solo dal ronzio di una stufa elettrica nell’angolo, che emetteva un calore debole, quasi derisorio.
Mi lasciai cadere su una sedia accanto al tavolo, il legno che scricchiolava sotto il mio peso. Dalla borsa della spesa tirai fuori una scatola di zuppa istantanea, il metallo freddo contro le dita screpolate. Non mi preoccupai di scaldarla. La mangiai a cucchiaiate lente, il sapore insipido che mi riempiva la bocca senza darmi conforto. Era così che vivevo, ormai. A frammenti. A pezzi sparsi, come un mosaico rotto.
Ogni notte, lo stesso incubo mi aspettava. Elita, distesa sul pavimento della baita, il sangue che si allargava lento, un’ombra rossa contro il legno. I suoi occhi, ancora aperti, mi fissavano, lucidi di una comprensione che mi trafiggeva più di qualsiasi accusa.
Mi svegliavo di soprassalto, il cuore che martellava, il sudore freddo che mi incollava la maglietta alla schiena. Restavo fermo, il respiro corto, gli occhi spalancati nel buio, cercando di ricordare dove fossi. Thunder Bay. Canada. Lontano da tutto.
Mi alzai, i muscoli rigidi come il gelo fuori, e mi avvicinai alla finestra. La neve cadeva senza fretta, coprendo le strade in un manto candido che soffocava ogni suono. I lampioni erano aloni tremolanti, sfocati dalla nevicata, come fari di un mondo lontano. Mi passai una mano sul viso, la barba che graffiava il palmo.
Dalla tasca del giubbotto tirai fuori un foglietto stropicciato, il numero di un terapista scribacchiato in fretta. -Per il PTSD,- aveva detto l’infermiera dell’ospedale, con quel tono gentile ma fermo di chi aveva visto troppe anime spezzate. Fissai il numero, le cifre sbiadite che sembravano svanire sotto il mio sguardo. Lo rimisi in tasca, con un gesto lento, quasi sacro. Non ero pronto. Forse non lo sarei mai stato.
Mi spogliai, lasciando i vestiti in un mucchio disordinato sul pavimento, come neve sporca accumulata dal vento. Mi infilai sotto le coperte, il materasso sottile che lasciava sentire ogni molla, ogni imperfezione. Il freddo della stanza mi mordeva la pelle, ma lo accolsi, chiudendo gli occhi.
Fuori, la neve continuava a cadere, lenta, implacabile, seppellendo il mondo sotto il suo peso silenzioso.
Domani sarebbe stato un altro giorno. Uguale, vuoto, gelido.
E forse, per ora, era abbastanza.
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