Il rumore delle seghe a nastro era finalmente cessato, sostituito dal brusio dei colleghi che si preparavano a uscire. Stavo riponendo i guanti nel mio armadietto quando sentii una mano pesante posarsi sulla mia spalla.
- Ehi, Anderson! Un paio di noi vanno al Moose’s Tavern. Vieni con noi? -
Era Dean, un collega sulla quarantina con una barba rossiccia e l’eterna maglietta sporca di resina. Era uno dei pochi che ci provava ancora a parlare con me, nonostante le mie risposte monosillabiche.
Aprii la bocca per rifiutare, come al solito. Ma poi esitai. Forse era la stanchezza, forse la noia di un’altra serata passata a fissare il soffitto del mio appartamento.
- Solo una birra, - borbottai.
Dean sorrise, come se avesse vinto una piccola battaglia.
- Eccolo, finalmente! Non mordere, eh? -
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Il Moose’s Tavern era un locale basso e lungo, con tavoli di legno consumato e luci al neon che sfarfallavano sopra il bancone. L’aria sapeva di birra stantia e patatine fritte. Mi sedetti su uno sgabello, sentendomi fuori posto tra le risate degli altri.
- Cosa prendi? - chiese Dean.
- Lager. Fredda. -
Mentre aspettavo, osservai distrattamente il viavai del bar. E poi la vidi.
La barista.
Capelli biondi legati in una coda di cavallo disordinata, occhi azzurri che riflettevano la luce fioca come frammenti di ghiaccio. Stava versando una birra con movimenti sicuri, il sorriso facile di chi è abituato a conversazioni vuote.
- Alexa, - disse Dean, seguendo il mio sguardo. - La nuova ragazza. Svedese, credo. O forse norvegese. Qualcosa del nord, comunque. -
Annuii, senza interesse. Non era il tipo di donna che mi avrebbe fatto voltare, un tempo. Ma c’era qualcosa in quei lineamenti, in quel modo di inclinare la testa mentre ascoltava un cliente...
- Ehi, Alexa! - chiamò Dean. - Un’altra qui per il mio amico muto! -
La ragazza si avvicinò, posando davanti a me una nuova birra senza che l’avessi chiesto.
- Lager, giusto? - disse, con un accento che Dean aveva indovinato. Scandinavo, sì.
Annuii.
- Grazie. -
Lei mi studiò per un secondo in più del necessario, gli occhi che scendevano alle mie mani — alle cicatrici, forse, o semplicemente al modo in cui le stringevo attorno al bicchiere. Poi sorrise, un’espressione che non raggiungeva del tutto gli occhi, e se ne andò a servire un altro tavolo.
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Le ore passarono in un torpore alcolico. Non ero ubriaco, ma non ero nemmeno sobrio. La conversazione degli altri mi scorreva addosso, e rispondevo a monosillabi quando necessario. A un certo punto, Alexa tornò al suo posto al bancone, appoggiandosi con i gomiti sul legno lucido.
- Tu non parli molto, - osservò.
Scrollai le spalle.
- Non ho molto da dire. -
- Mmh. - Gli occhi di lei erano curiosi, ma non invadenti. - Americano, vero? Cosa ti porta a Thunder Bay? -
- Lavoro. -
- Solo quello? -
Bevvi un sorso, evitando il suo sguardo.
- Solo quello. -
Lei annuì, come se avesse capito che non avrei avuto altro da dire.
- Beh, se cambi idea, io sono qui tutte le sere. -
Poi si allontanò di nuovo, lasciandomi con il mio silenzio.
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Camminare fino a casa fu più difficile del previsto. Il vento mi mordeva la pelle riscaldata dall’alcol, e i pensieri mi si muovevano lenti, appiccicosi.
L’appartamento era gelido quando vi entrai. Mi spogliai meccanicamente, lasciando i vestiti dove capitava, e mi lasciai cadere sul letto.
Il sonno mi prese quasi subito.
E poi, il sogno.
Elita era lì, come sempre.
Mi agitai nel sonno, le dita che si stringevano sulle coperte.
- Alex.. -
Mi svegliai di colpo, il cuore che batteva a martello. La stanza era immersa nel buio, e per un attimo, giurai di sentire ancora quell’eco — quel sussurro che non era mio. Era come se fosse dentro la mia testa.
Fuori, il vento ululava.
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