Alex camminava da ore.
Non sapeva più dove fosse, né quanto tempo fosse passato da quando aveva lasciato la baita. La neve cadeva fitta, muta, avvolgendo ogni cosa in un sudario di silenzio. I suoi passi affondavano nel manto bianco, lasciando solchi profondi che il vento cancellava quasi subito. Le mani, senza guanti, erano ormai insensibili, le dita violacee e rigide come rami secchi. Non sentiva più il freddo. Non sentiva più nulla, se non quel vuoto che gli divorava il petto, più vasto della distesa gelata che lo circondava.
Elita era morta.
L’aveva uccisa.
Eppure, ogni volta che chiudeva gli occhi, la vedeva ancora. Quegli occhi di ghiaccio che lo fissavano nell’oscurità, le labbra che sussurravano parole.
"Mi ami ancora."
Si fermò, ansimando. Il respiro gli usciva a fiotti bianchi, mescolandosi alla neve che gli si appiccicava alle ciglia. Davanti a lui, la strada si perdeva in una cortina bianca, senza fine. Non c’erano case. Non c’erano auto. Solo il gelo e il vento che ululava tra gli alberi scheletrici.
Forse è meglio così, pensò. Forse è qui che dovrei fermarmi.
Le ginocchia cedettero prima che potesse decidere di arrendersi.
Crollò nella neve, il viso contro il bianco immacolato. Non provò dolore. Solo un torpore lontano, come se il suo corpo stesse già diventando parte del paesaggio. Le palpebre gli si fecero pesanti.
Dormire. Solo un po’.
Chiuse gli occhi.
Il rombo del motore lo strappò all’oblio.
Alex riaprì gli occhi a fatica, le pupille che si contraevano contro la luce accecante dei fari. Una sagoma nera, enorme, si stagliava davanti a lui—un camion, fermo a pochi metri, il motore che ruggiva nel silenzio invernale.
La portiera si aprì con uno scatto metallico.
-Cristo santo!-
Una voce roca, un accento canadese spesso. Un uomo alto, con una barba incolta e un cappotto di pelle logoro, saltò giù dal mezzo e si avvicinò a lui a grandi passi, gli stivali che affondavano nella neve.
-Sei vivo? Parlami, ragazzo!-
Alex provò a muovere le labbra, ma non uscì alcun suono. L’uomo si chinò, gli posò una mano sul collo, poi imprecò di nuovo.
-La pulsazione è debole, ma c’è. Per poco non ti schiacciavo, cazzo.-
Lo afferrò sotto le ascelle e lo trascinò verso il camion con uno sforzo. Alex sentì il corpo sollevarsi, poi il calore improvviso dell’abitacolo avvolgerlo come una coperta. L’odore di tabacco e caffè gli riempì le narici.
-Non morirmi adesso, eh?- L’uomo gli diede una pacca sulla guancia, quasi per scuoterlo. -Ti porto in città. Resisti.-
Alex annuì, o almeno credette di farlo. Poi il buio lo inghiottì di nuovo.
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Si risvegliò in un letto d’ospedale.
La luce fioca delle lampade al neon gli pungeva gli occhi. Le coperte pesanti gli gravavano addosso, ma finalmente sentiva le dita dei piedi, le dita delle mani—dolore acuto, come se qualcuno gli avesse infilato aghi sotto la pelle.
Congelamento. Ma non abbastanza da perdere nulla.
Una figura in camice bianco entrò nella stanza, una donna sui quarant’anni con gli occhi stanchi e i capelli raccolti in una coda di cavallo.
-Ah, sei sveglio.-
Alex provò a sedersi, ma una fitta alla schiena lo costrinse a ricadere sul cuscino.
La costola rotta..-
-Piano,- disse l’infermiera. -Hai avuto un principio di assideramento. Se quel camionista non ti trovava, non saresti qui a parlare.-
Alex deglutì. La gola gli bruciava.
-Quanto… quanto sono stato fuori?-
-Non lo sappiamo. Ma il tuo corpo dice che almeno un giorno intero.-
Un giorno. Un giorno solo. Gli sembrava un’eternità.
L’infermiera gli mise una mano sulla fronte, controllò la flebo.
-Il camionista ha detto che non avevi documenti. Come ti chiami?-
Alex esitò. Per un attimo, pensò di mentire. Ma a che pro?
-Alex. Alex Anderson.-
-Bene, Alex. Sei fortunato. Un paio di giorni qui, poi potrai andartene.-
Andarsene. Sì. Ma dove?
Chiuse gli occhi, lasciando che il ronzio delle luci e il rumore lontano dei passi nel corridoio lo cullassero.
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