La notte mi inghiottì come il lago ghiacciato, nero e senza fondo. Tornai a casa dopo il porto, il sapore di Elita ancora sulle labbra, il suo “Le cose cambieranno” che mi scavava dentro come un chiodo. Il tramonto rosso era morto, sostituito da un buio che pesava, schiacciava. Thunder Bay era un sepolcro di neve, ogni fiocco un ricordo di lei: il suo tocco, il suo bacio, il suo sguardo più freddo del ghiaccio. Avevo detto no. L’avevo respinta. Ma il suo odore – ferro e vaniglia – mi seguiva, impregnato nella pelle, nei vestiti, nell’aria. La polizia mi cercava, il cappio si stringeva. Alexa, appesa alla gru, le viscere che colavano, era un avvertimento. Elita non si fermava. E io? Io ero un uomo che scivolava verso il bordo, con nient’altro che il suo nome a tenermi in piedi.
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Non volevo dormire. Il sonno era una porta che non controllavo, un luogo dove lei entrava senza permesso. Ma il corpo tradì, il peso del giorno mi schiacciò. Crollai sul letto, ancora vestito, gli stivali incrostati di neve, il giubbotto che odorava di porto. Il buio mi prese, e il sogno tornò, più affilato, più vivo.
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Ero in piedi, su una distesa di neve che si estendeva oltre l’orizzonte, infinita, intatta. Gli abeti neri si piegavano intorno a me, rami come dita spezzate che graffiavano un cielo stellato, freddo, tagliente. Ogni stella era una scintilla, che mi guardava, mi giudicava. Il vento non c’era, ma l’aria era densa, pesante, come se respirassi acqua gelata. Poi lo sentii. "Boom… boom…". Il doppio battito, non mio, più vicino, più forte, come se il cuore di un altro vivesse nel mio petto. Ogni battito era un colpo, un martello contro le costole, un ritmo che mi scuoteva le ossa. – Lo senti, Alex? – La voce di Elita, un sussurro che veniva da dentro, da fuori, da ovunque. Non la vedevo, ma era lì, un’ombra che si muoveva tra gli alberi, un respiro che non formava nuvole.
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Alzai gli occhi. Il cielo stellato si spezzò, le stelle caddero come schegge di vetro, lasciando solo un vuoto nero. Poi, per un istante, tutto si tinse di rosso..
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Mi svegliai urlando, il cuore che batteva troppo forte, il sudore che mi gelava sulla schiena. La stanza era buia, il soffitto un’ombra che pesava. La neve tamburellava contro la finestra, un ritmo lento, inesorabile. "Boom… boom…"
Il doppio battito era svanito, ma la sua eco rimase, un dolore sordo sotto la pelle. Mi alzai, barcollando, le mani che tremavano mentre cercavo l’interruttore. La luce fredda illuminò la stanza, vuota, ma l’odore di ferro e vaniglia era lì, come se Elita fosse appena passata.
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Fuori, la neve copriva ogni cosa, ogni traccia, ogni speranza. Elita era là fuori, viva, eterna, e il suo “Le cose cambieranno” era una promessa che non potevo ignorare. La polizia mi avrebbe preso, o lei mi avrebbe finito. Non c’era via d’uscita. Solo il freddo, il sangue, e il battito che non smetteva di chiamarmi.
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