Il porto era un dipinto spezzato, il lago ghiacciato che rifletteva un tramonto rosso come sangue rappreso. La neve cadeva lenta, fiocchi che si posavano sul mio cappotto, sul molo, sul mondo che sembrava trattenere il fiato. Le labbra di Elita erano ancora sulle mie, calde, vive, un vortice di ferro e vaniglia che mi trascinava giù. Il suo bacio era un’onda, lenta e inesorabile, le sue mani nei miei capelli, il suo corpo premuto contro il mio, morbido, famelico. Per un istante, ero stato suo, di nuovo, perso in quel calore che cancellava il gelo, il sospetto, la paura. Ma poi, come un lampo, ricordai.
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La neve. La baita. Marquette. Kayla, Josh, me. Il modo in cui morivo dentro, giorno dopo giorno, sotto il suo tocco. Ogni bacio un cappio, ogni carezza una catena. La mia mente che si spezzava, i pensieri che non erano più miei, il vuoto che cresceva nel petto come un buco nero. Ero stato felice, sì, ma a costo di tutto. E io stavo annegando, allora, proprio come ora..
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Mi staccai. Le mie mani la spinsero via, brusche, il palmo contro il suo petto, il suo calore che bruciava ancora. – No – ansimai, barcollando indietro, il respiro che si condensava in nuvole bianche. – Non torneremo mai insieme, Elita. Mai. Nemmeno nel più remoto futuro.
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Lei mi fissò, immobile, il cappotto nero che sbatteva nel vento come ali spezzate. I suoi occhi, di ghiaccio, catturavano il rosso del tramonto, trasformandolo in qualcosa di più freddo, più affilato. – Alex… – iniziò, la voce un sussurro che tagliava il silenzio.
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– Basta! – urlai, la voce che si spezzava sul ghiaccio. – Lasciami in pace. Lasciami vivere. Trovati qualcun altro. Qualcuno che non debba morire per te. – Le parole mi uscivano come coltelli, ogni sillaba un taglio per liberarmi. – Non voglio più essere tuo.
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Elita non parlò. Non subito. Rimase lì, a pochi passi, il viso pallido come la neve, i capelli mossi dal vento che ululava tra le gru. Il suo sguardo era un lago ghiacciato, più freddo di quel tramonto invernale, più freddo di qualsiasi cosa avessi mai visto. Mi trafisse, scavando dentro, come se potesse leggere ogni pensiero, ogni paura, ogni frammento di me che ancora la desiderava. Per un lungo istante, il mondo si fermò. Il lago, le navi incastrate nel ghiaccio, la neve: tutto trattenne il fiato. Solo i nostri respiri, il mio affannoso, il suo inesistente, riempivano lo spazio.
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– Le cose cambieranno – disse infine, la voce piatta, definitiva, come una porta che si chiude. Non era una minaccia. Non era una promessa. Era qualcosa di più antico, più profondo. Si voltò, lenta, il cappotto che frusciava contro la neve. Camminò via, la sua figura che si dissolveva nella luce rossa, verso il bordo del porto, dove il ghiaccio incontrava il buio. Non si girò. Non disse altro. Ma il suo odore, ferro e vaniglia, rimase nell’aria, un’eco che mi stringeva il petto.
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Crollai in ginocchio, la neve che mi bagnava i jeans, il freddo che mi mordeva le mani. Il cuore batteva troppo forte, troppo sbagliato. Chiusi gli occhi, e il sogno tornò, come un coltello. Neve infinita, abeti che si piegavano, un cielo verde che sanguinava. *Boom… boom…* Il doppio battito, non mio, che mi scuoteva, un ritmo che non capivo. La voce di Elita, lontana, tagliente: – Lo senti, Alex? – Mi svegliai di colpo, anche se non dormivo, il porto ancora intorno a me, il tramonto ormai morto, il cielo grigio come cenere.
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Ero solo. Il lago ghiacciato rifletteva il nulla. Le gru tacevano, ombre di ferro che custodivano segreti. Elita era andata via, ma il suo “Le cose cambieranno” pesava come una condanna. La polizia mi cercava, i colleghi mi odiavano, e lei… lei era là fuori, viva, eterna, pronta a tornare. Alexa era solo l’inizio. Lo sapevo. E io? Io ero intrappolato, tra il rischio di una cella e il suo amore che uccideva. La neve cadeva, lenta, coprendo ogni traccia, ogni speranza di fuga.
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