Il giorno dopo il confronto con Rick, la segheria era stata un inferno di silenzi taglienti. I suoi occhi, ancora gonfi dalla scazzottata, mi avevano seguito mentre lavoravo, il suo – Sei pazzo. O colpevole – che mi ronzava nella testa come una sega inceppata. Non avevo ucciso Alexa. Non avevo motivo di farle quello che le avevano fatto, di lasciarla appesa alla gru, le viscere che colavano sulla neve. Ma nessuno mi credeva. La polizia stringeva, i colleghi sussurravano, e io ero solo. Più solo che mai. Eppure, una parte di me non pensava a loro. Pensava a lei. Elita. Dovevo trovarla. Dovevo capire.
Non dormii quella notte. Il sonno mi tradì, lasciandomi in un limbo di ombre. Un sogno mi prese, come sempre. Quel suono. Boom… boom… Il doppio battito, non mio, che mi scuoteva il petto, un’eco che non spiegavo.
Al tramonto, guidai verso il porto. Il cielo era una ferita, un rosso cupo che si spandeva come sangue su un lago ghiacciato. Il Superior era una lastra, immobile, spezzata solo da crepe che sembravano vene nere. Le gru si stagliavano come scheletri di ferro, le stesse che avevano tenuto Alexa, il suo corpo spezzato, un messaggio che non volevo leggere. L’aria era surreale, il vento un lamento basso che portava l’odore di ghiaccio e salsedine. La neve cadeva leggera, fiocchi che danzavano nel crepuscolo, catturando la luce rossa come scintille di fuoco. Ogni passo scricchiolava. Ero solo. Il porto era deserto, un cimitero di navi incastrate nel ghiaccio, le cime che sbattevano contro i pali.
Camminai lungo il molo, gli stivali che affondavano nella neve fresca. Cercavo Elita. Non sapevo perché. Forse per affrontarla, per chiederle di Alexa, per spezzare il legame che mi strangolava. Forse perché, nonostante tutto, la volevo ancora. La sua voce, il suo tocco, il suo odore di ferro e vaniglia. Mi fermai vicino a una gru, la stessa dove avevano trovato Alexa. La neve sotto era pulita, come se il sangue fosse stato inghiottito dalla terra. Niente. Nessun segno di lei. Solo il lago ghiacciato, il tramonto che bruciava, il silenzio che pesava come una condanna.
Cosa diavolo pensavo di trovare davvero?
Stavo per andarmene. Il freddo mi mordeva le dita, la luce rossa si spegneva lenta, lasciando spazio a un grigio che prometteva notte. Mi voltai, il cuore pesante, quando la vidi. In lontananza, una figura scura contro il ghiaccio. Elita. Camminava verso di me, i capelli mossi dal vento, il cappotto nero che sbatteva come ali. Ogni passo era lento, deliberato, come se il tempo si piegasse intorno a lei. Il suo viso era pallido, gli occhi di ghiaccio che riflettevano il tramonto, trasformandolo in fuoco. Si fermò a pochi passi.
– Alex – disse, la voce un sussurro che tagliava il vento. – Sei venuto a cercarmi.-
– Dovevo – risposi, la gola secca. – Dopo quello che hai fatto… Alexa…
Lei inclinò la testa, un gesto che conoscevo troppo bene. – Non l’ho toccata – disse, ma il suo sorriso era un coltello. – Non come pensi tu.
– Non mentire – sibilai, le mani che si chiudevano a pugno. – L’hanno trovata appesa, Elita. Sventrata. Come… – Mi fermai, la rabbia che mi bruciava il petto. – Tu sei viva. E chiunque mi si avvicina muore.
Elita si avvicinò, il suo profumo che mi avvolgeva, ferro e vaniglia, un veleno che respiravo ancora. – Ricordi come stavamo, Alex? – mormorò. – Non tanto tempo fa. Tu eri felice. Io ero il tuo mondo. Le notti nel tuo letto, i tuoi baci sulla mia pelle, il modo in cui mi guardavi, come se fossi l’unica cosa reale. – I suoi occhi brillavano. – Eravamo tutto. Prima che tutto questo… – fece un gesto vago verso il porto – prendesse questa piega.
– Eri un sogno – dissi, la voce che tremava. – Ma ora sei un incubo. Tu uccidi, Elita. E non ti fermerai.
Lei si avvicinò ancora, così vicina che sentivo il suo calore, un contrasto assurdo con il gelo intorno. – Non voglio farti del male – disse, la voce bassa, quasi implorante. – Sono legata a te, Alex. Sempre. Anche ora, anche dopo tutto. – La sua mano si alzò, lenta, le dita fredde che sfioravano la mia guancia, tracciando linee che bruciavano. – Ricongiungiti a me. Torna da me. Possiamo essere di nuovo noi.
Il suo tocco era un’onda, un richiamo che mi tirava giù, in un luogo dove non c’era più paura, solo lei. I miei occhi si chiusero per un istante, il cuore che batteva troppo forte, troppo sbagliato. Sentii il suo respiro, vicino, caldo, e poi le sue labbra. Il bacio iniziò lento, un contatto appena accennato, le sue labbra fredde che si scaldavano contro le mie, morbide, umide, come neve che si scioglie al sole. La sua lingua sfiorò il mio labbro inferiore, un tocco esitante che si trasformò in qualcosa di più. Mi prese il viso tra le mani, le dita che scivolavano tra i miei capelli, stringendo appena, un misto di dolcezza e possesso. Risposi, incapace di resistere, la mia lingua che incontrava la sua, calda, viva, un vortice che mi risucchiava. Il suo sapore era ferro, vaniglia, un ricordo che mi trafiggeva. Le sue labbra si muovevano lente, deliberate, ogni movimento un’onda che mi scioglieva, mi disfaceva. Il mondo svanì: il porto, il ghiaccio, il tramonto rosso come sangue. C’era solo lei, il suo calore che mi avvolgeva, il suo respiro che si mescolava al mio, il suo corpo che premeva contro il mio, morbido, inesorabile.
Mi persi. Per un istante, fui suo. Ancora.
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