La neve cadeva, lenta, come un conto alla rovescia. L’appartamento era un guscio gelido, le pareti che sembravano chiudersi su di me. Seduto sul letto, le mani nei capelli, il respiro corto, fissavo il pavimento. Le assi screpolate, macchiate, raccontavano una storia che non volevo leggere. Ero solo. Più solo che mai. E per la prima volta, capivo quanto fossi in pericolo.
Elita. Il suo volto mi bruciava la mente, gli occhi di ghiaccio che mi scavavano dentro, la cicatrice sul collo che rideva del mio tentativo di ucciderla. Era viva. Al porto, la sua voce, avevano riacceso il legame che mi strangolava. – Ci rivedremo, Alex. Presto. – Ogni parola era una catena, un nodo che non si scioglieva. E ora, Alexa. Spezzata in due, appesa alla gru, le viscere penzolanti come un avvertimento. Era lei. Doveva essere lei. Elita non lasciava spazio a chi si metteva tra noi.
Ripensai a tutto. Marquette. La baita. Il sangue sul vetro, il suo corpo che si accasciava. Credevo di averla uccisa. Josh e Kayla morti. E ora Thunder Bay, dove pensavo di poter cambiare vita. Ma non si scappa da lei. Non si scappa da noi.
Il mio volto pulsava ancora, la mascella ammaccata dalla scazzottata con Rick. – Assassino – aveva detto, e gli altri lo pensavano. La segheria era un campo di sguardi ostili, di sussurri che mi tagliavano. La polizia era peggio. – Troppe coincidenze, Anderson. Marquette. Alexa. Resta in città. – Il loro taccuino era una condanna, il mio DNA un cappio. Ero l’ultimo ad aver visto Alexa viva, l’americano senza radici, il sospetto perfetto. Un arresto era vicino. Lo sentivo, come il freddo che mi mordeva le ossa.
Ma andarmene? Scappare? Sarebbe stata la mia fine. Elita mi avrebbe trovato. Andarmene avrebbe confermato ulteriormente la mia presunta colpevolezza. La neve non poteva nasconderla, il confine non poteva fermarla. Alexa era solo la prima. Chiunque si avvicinasse a me, chiunque osasse toccarmi, sarebbe finito come lei: ucciso. Elita voleva me. Solo me. E il suo amore era una lama.
Mi alzai, barcollando verso la finestra. Il vetro era appannato, la neve che cadeva come un velo. Thunder Bay era un cimitero di luci fioche, ogni lampione un occhio che mi guardava. Dovevo fare qualcosa. Ma cosa? La polizia mi avrebbe preso. I colleghi mi odiavano. E lei… lei era là fuori, in attesa, un’ombra che respirava.
Chiusi gli occhi, e il sogno tornò. Il bianco infinito, gli abeti neri come ossa, l’aurora che si contorceva nel cielo. E quel suono. Boom… boom… Il doppio battito, non mio, che mi scuoteva il petto. La sua voce, un sussurro nel gelo: – Lo senti, Alex? – Mi svegliai di colpo, il sudore freddo sulla schiena, il cuore che martellava. Era solo un sogno. Ma i sogni di Elita non erano mai solo sogni.
Tornai a sedermi, le mani che tremavano. Restare significava affrontare la polizia, i sospetti, il rischio di una cella. Ero in trappola. La neve fuori cadeva, lenta, implacabile, come se sapesse. Come se fosse sua complice.
E nel silenzio, sentii di nuovo quel battito. Non era reale. Non poteva essere. Ma era lì, sotto la pelle, un’eco che mi chiamava. Elita. Sempre Elita.
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