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-Tra un paio d'ore probabilmente capiranno che il sicario ha fallito.- dissi, mentre il corpo del mercenario giaceva immobile in salotto con gli occhi aperti sul nulla -ne potrebbero mandare un altro. O peggio.-
Non ne ero così convinto. L'esercito europeo non sprecava risorse se avevano mandato uno, era perché uno bastava. E se uno non era bastato...
-Tanto vale muoversi.- rispose Anastasia cercando di rialzarsi dalla sedia della cucina ma ricadendo con un gemito soffocato, ancora indebolita e dolorante.
I suoi occhi mi incontrarono e vidi qualcosa che non mi aspettavo: non paura. Non disperazione. Determinazione.
-Non ti muovere. Riprendi le forze.- dissi.
-Dammi una mano. Portami sul divano.-
La sollevai di peso con entrambe le braccia, lei più leggera di quanto sembrasse, o forse ero solo carico di adrenalina, facendo in modo che appoggiasse la testa contro la mia spalla, quindi la portai in salotto facendo spazio tra i cuscini del divano blu che ora conoscevo troppo bene.
Quando la deposi sentii le sue mani che si aggrappavano al mio maglione per un istante, non per dolore, ma per qualcos'altro. Riconoscimento. Gratitudine. Qualcosa che non avevo parole per nominare.
-Dopo dovrai guidare tu.- mi informò, e la sua voce era ferma nonostante tutto.
-Mi indicherai la strada.-
-Nessun problema. Sono ammazzata, non stordita.- Fece un mezzo sorriso che le costò visibilmente -ci provo, almeno.-
-Ti preparo uno zaino.-
-Sai dov'è la mia roba?-
-Ormai credo di sì.- dissi. -Camera tua. Seconda cassettiera. Cassetto di sinistra per i vestiti, armadio per il resto.-
Non ci volle molto prima di aver fatto l'inventario completo della casa, una vita ridotta a ciò che potevi portare via in uno zaino, e aver preparato due borse con l'essenziale per il viaggio: documenti (i suoi, non i miei), denaro contante (tutto quello che aveva), qualche cambio di vestiti, la benda medica di scorta, barrette proteiche rubate dalla mia mentalità di sopravvivenza.
Nell'entrare nella camera di Anastasia provai una fitta strana, quasi fisica, nel constatare che il letto era ancora sfatto da quando eravamo partiti. Le lenzuola aggrovigliate. Il cuscino con l'impronta di due teste.
Due giorni fa, pensai. Sembrano passati anni.
Quando tornai in salotto vidi che Anastasia si era già messa a sedere sul bordo del divano, la spalla rigida, il viso pallido ma gli occhi lucidi.
-Come ti senti?-
-Un po' dolorante. Ma sto meglio.- disse lei -abbastanza da non essere un peso. E basta.-
-Bene. Dobbiamo muoverci.- Controllai l'orologio, le 02:47 -non credo che ci metteranno molto prima di mandarci qualche altra sorpresa. Se il primo ha fallito, il secondo non avrà scrupoli.-
-Cosa ne facciamo del nostro amico nel ripostiglio?- chiese Anastasia, indicando con un cenno del capo la direzione del salotto dove il corpo giaceva.
Lo avevo trascinato io prima di rimuovere il proiettile.
-La sua pistola ce l'ho io. Non aveva documenti, professionisti mai li hanno, quindi se lo verranno a prendere loro. Con i loro problemi.-
-La mia pistola è nel Pick Up.-
-Ce ne andremo con quello. Nel frattempo ti consiglio di liberarsi del cellulare, possono facilmente intercettarci. Geolocalizzarci. Ascoltare ogni parola.-
-Ce l'ho nella borsetta. Prendilo e lascialo qui, sulla sedia accanto al caminetto, così farà da diversivo.- Un sorriso triste -farà credere che siamo ancora qui quando arriveranno.-
-Bella idea.- Annuii -riesci a camminare?-
-Sì. Mi sono ripresa.-
Presi la sua borsetta e misi il suo cellulare sulla sedia accanto al caminetto, schermo acceso, silenzioso, traditore, quindi la aiutai a rimettersi la giacca con movimenti attenti. Ormai riusciva a camminare quasi normalmente, anche se vedevo come favoriva la spalla ferita.
-Perché non hanno mandato direttamente la polizia a prenderci?- fece Anastasia mentre mi controllavo per l'ennesima volta che le bende reggessero.
-Perché l'apparato dell'esercito non vuole ingerenze nelle sue questioni.- spiegai -preferiscono neutralizzare ogni diffusione, anche solo sospetta, di informazione alla radice. Silenziosamente. Pulitamente. Senza testimoni.-
-Una specie di codice di condotta.- osservò lei.
-Sì. Come ben sai questo è anche, non ufficialmente, un fronte di guerra.-
Mentre discutevamo controllai rapido sia il mio che il suo zaino. Come inventario non mancava niente di quello che ci serviva per sopravvivere. Per un po'.
-È ora.-
Anastasia si guardò attorno, il salotto, la cucina, la camera da letto che intravedeva dal corridoio, ed era chiaro che le dispiaceva abbandonare quella che per anni era stata la sua casa. La sua vita. Tutto ciò che conosceva.
-Markus...-
Ero sulla porta con entrambi gli zaini in mano, pronto a partire, quando mi voltai verso lei.
Anastasia si alzò, nonostante il dolore, nonostante tutto, e mi venne incontro con passi lenti ma decisi.
-Riguardo a prima...- Iniziò, e la sua voce era bassa, seria -non voglio che tu ti senta in colpa per me. Qui si vive una status continua di paura, che la guerra inizi da un momento all'altro, da quando ci si sveglia la mattina a quando si va a dormire la sera. È un'esistenza sospesa.-
-Cosa stai cercando di dirmi?-
-Ti sto dicendo che da quando sei comparso in casa mia in quella fredda mattinata, con la pistola in mano e lo sguardo di un animale in trappola, per me sei la cosa più imprevista ma bella che mi sia successa in anni. In mezzo a tutto questo.-
Detto questo avvicinò il suo volto al mio.
E mi baciò.
Non un bacio di passione. Non un bacio di disperazione. Un bacio di scelta. Di qualcuno che decideva consapevolmente di restare nonostante tutto.
Quando ci separammo, labbra umide, respiro condiviso, nessuno dei due disse nulla. Non c'era bisogno.
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Quando partimmo per prima cosa scesi dal Pick Up poco più avanti, ricordandomelo solo all'ultimo momento, istinto che mi salvò la vita, e controllai sotto il paraurti posteriore.
Lì.
Dispositivo di geolocalizzazione di fabbrica. Piccolo, nero, perfettamente nascosto. Lo staccai con un movimento secco e lo gettai lontano tra la neve oltre il ciglio della strada.
-Una volta disinserito il tracciamento satellitare non potranno più rintracciarci tramite l'auto.- dissi tornando a bordo.
-Te ne intendi.-
-Sai che prima o poi dovremmo cambiare l'auto.-
-Purtroppo sì.-
Lasciammo il paese per la seconda volta quella notte, le stesse strade, lo stesso paesaggio, ma tutto diverso perché lei c'era e io c'ero e insieme stavamo scappando da qualcosa che voleva ucciderci.
Ormai quel paesaggio innevato mi era diventato familiare in modi che non avrei mai immaginato. I boschi dove avevo dormito sotto la neve. Le strade che avevo percorso a piedi. La stazione da cui eravamo fuggiti.
In quel momento, con la coda dell'occhio, mentre il Pick Up percorreva l'ultima curva prima che il paese scomparisse dietro di noi, dalla direzione in cui ero arrivato fuggendo attraverso i boschi e le campagne, una luce attirò la mia attenzione.
Nel cielo. Alta. Troppo alta.
Un flash improvviso, bianco-blu, elettrico, innaturale, che si accese nel buio riflettendosi immediatamente sul paesaggio innevato sottostante come un lampo gigantesco.
-Che ca...-
Seguì un'istantanea scia luminosa che tagliò il cielo orizzontalmente, una linea di luce pura che sembrava incidere l'atmosfera stessa, e poi...
BOOM.
Un'esplosione.
Proprio dal paese che ci eravamo lasciati alle spalle. Proprio da quella direzione. Proprio da dove...
Una palla di fuoco arancione, rossa, enorme e fumo denso e nero salirono al cielo illuminando le nuvole basse dal basso in una riflessione arancione che dipingeva il mondo di colori che non appartenevano alla natura.
-CHE DIAVOLO...- Anastasia si girò verso il finestrino non credendo a ciò che aveva visto -quella era... quella era...-
-Questo era dopo il sicario.- intuii, e la mia voce era piatta, morta, vuota. -La punizione. Il messaggio.-
La casa di Anastasia era stata distrutta da un missile ipersonico lanciato da un drone, un drone, non un aereo, non un carro armato, un drone che poteva essere ovunque e non lasciare tracce, alzatosi in volo da una base vicina.
Il boato arrivò alcuni secondi dopo, assordante anche a quella distanza, un tuono che sembrava venire dal centro della terra, e fece tremare il Pick Up nonostante i chilometri che ci separavano dall'impatto.
-QUELLA ERA CASA MIA!-
La voce di Anastasia si spezzò. Non era un urlo. Era qualcosa di peggiore, un lamento strozzato, il suono di qualcuno che guardava il proprio passato venir cancellato in tempo reale.
-Sì.- Non sapevo cosa dire. Non c'era nulla da dire.
Ora nonostante la distanza si vedeva chiaramente la colonna di fumo illuminata dalle fiamme alla base che bruciavano furiosamente su quanto rimaneva della casa di Anastasia.
Di tutto ciò che era stato suo.
-Questo dovrebbe darci tempo di vantaggio prima che si rendano conto che siamo spariti.- osservai, e la mia voce suonava persino alle mie orecchie come quella di uno straniero.
-ERA PUR SEMPRE CASA MIA!- protestò lei, e questa volta c'erano lacrime nella voce.
-Scusami. Lo so.- Non sapevo trovare le parole adatte, il mondo civile era sempre molto differente da quello militare, e io appartenevo a quest'ultimo da troppo tempo -ma sono stato abituato a pensare in modo... pragmatico. Troppo pragmatico, forse.-
Silenzio.
Il rumore del motore. Il calore del riscaldamento. La colonna di fumo che si rifletteva sul parabrezza come un fantasma.
-Ho capito cosa intendi.- disse infine lei, e la sua voce era nuova, più dura, più fredda, più simile alla mia.
Forse era quello che mi spaventava di più.
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Il viaggio proseguì tranquillo, o quantomeno apparentemente tale, con entrambi immersi nei nostri pensieri. Ciò che sarebbe stato e quello che sarebbe successo. Chi eravamo prima e chi diventavamo adesso.
Ora Anastasia aveva scelto. Venire con me. Abbandonare tutto. E i miei piani originali, andare verso l'Europa centrale, sparire in qualche fabbrica tedesca, erano cambiati: al momento la priorità era arrivare a Tallinn, la capitale dell'Estonia, e da lì organizzare qualcosa di meglio.
Insieme.
Lanciai uno sguardo ad Anastasia. Si era addormentata sul sedile passeggero, la testa reclinata contro il finestrino, il respiro regolare nonostante la posizione scomoda, la spalla ferita protettivamente vicina allo schienale, e decisi di non disturbarla.
Aveva bisogno di riposo. Entrambi ne avevamo bisogno.
Mi ero elaborato una mappa mentale della direzione in cui stavo andando, grazie all'addestramento, grazie alle ore passate a studiare carte topografiche e schemi stradali, e ricordavo piuttosto bene, soprattutto, la mappa dell'Estonia intera.
Guidai per il resto della notte orientandomi con i cartelli stradali e facendo il punto della situazione con la mappa mentale che avevo in testa. Ogni incrocio. Ogni curva. Ogni possibile posto di blocco evitato.
Stavo indubbiamente attraversando una regione disabitata dell'Estonia, foresta e praterie, nulla altrove, e cominciai gradualmente a tranquillizzarmi. Il ritmo del motore. La strada che si snodava. Il buio che lentamente cedeva a un grigio pre-alba.
Il paesaggio fuori appariva completamente innevato con alti cumuli di neve ai lati della strada, muri bianchi che ci tenevano in un corridoio stretto, e l'inverno in questo Paese era ben lungi dall'essere finito.
Guardai un istante Anastasia, appena visibile nel buio grazie ai riflessi dei fari sulle altre auto che incontravamo.
Dovevo ammettere che quando dormiva, il viso rilassato, le difese abbassate, umana in un modo che da sveglia non permetteva mai di essere, era davvero carina.
Ultimamente ne aveva passate diverse. Troppe. Mi dispiaceva davvero averla coinvolta in tutto questo, un pensiero che mi accompagnava come una pietra nello stomaco, ma ormai non potevo più tornare indietro. Nessuno dei due poteva.
Nelle successive due ore la guida fu piuttosto costante. Lo scopo non era quello di evitare direttamente le grandi aree urbane che stavamo attraversando, ma piuttosto di muoverci attraverso la periferia, aree poco sorvegliate dai controlli di routine della polizia, oppure dalle telecamere che mediante la lettura automatica della targa avrebbero potuto, con una certa approssimazione, far intercettare la nostra posizione alle autorità locali.
E a qualcun altro.
Nelle ore che passai alla guida attraversai le città di Jõhvi e Rakvere, ombre nella notte, luci sparse, nessuno che ci notasse, percorrendo almeno sessanta chilometri da quando eravamo partiti.
Il viaggio sarebbe durato molto meno se non fosse dipeso dal fatto che avevo percorso una sequenza di strade secondarie, evitando le strade principali come la peste. Ogni deviazione era un rischio calcolato. Ogni strada secondaria era una possibilità in meno di essere fermati.
Decisi di fare una sosta, le mie palpebre che iniziavano a pesare, i riflessi che rallentavano, quindi mi fermai in un parcheggio improvvisato in una strada che si perdeva tra i prati innevati, poco trafficata, sicura.
-Dove siamo?- biascicò Anastasia svegliandosi con un sobbalzo quando l'auto si arrestò.
-Poco oltre Rakvere. Come ti senti?-
-Piuttosto bene. Nonostante quello che è successo.- Si tastò la spalla con cautela -il dolore c'è, ma è gestibile.-
-Fammi vedere la ferita.-
Mi sporsi verso di lei, finalmente potevo guardarla senza dovermi concentrare sulla strada, e sollevai delicatamente il maglione per controllare le bende e il foro del proiettile. Non c'era rischio di infezione. Il sangue si era coagulato correttamente. Stava guarendo.
-Stai guarendo.-
-Come hai fatto ad arrivare a Rakvere senza che ti dessi indicazioni?- Chiese, e c'era qualcosa di nuovo nel suo sguardo, curiosità mescolata a qualcosa che somigliava a... rispetto?
-Ho una memoria fotografica quando si tratta di ricordare le mappe.- spiegai -specialmente quelle di Paesi piccoli, specialmente quelle stradali. Una volta vista, non dimentico.-
-Ti hanno addestrato piuttosto bene.-
-In situazioni di emergenza è sempre giusto avere a mente gli schemi delle piante degli edifici, punti di uscita, posizioni di copertura, e in un Paese straniero invece le strade principali per non muoversi alla cieca. Può fare la differenza tra vivere e morire.-
-Cosa facciamo adesso?-
-Una breve pausa. Poi Tallinn. Poi...- Lasciai la frase incompiuta perché non sapevo cosa venisse dopo.
Dormimmo a turno, due ore ciascuno, il sedile reclinato alla meno peggio, il riscaldamento acceso al minimo per non consumare troppo carburante, e quando ripartimmo era la prima luce dell'alba a illuminare un paesaggio che non finiva mai di essere bianco.
Fu circa un'ora dopo, mentre attraversavamo la periferia di una cittadina di cui non lessi il nome, che vidi quello che cercavo.
Un'auto elettrica parcheggiata sul marciapiede davanti a una casa, non un veicolo militare, non un modello ultimo, una semplice berlina elettrica di media cilindrata, il tipo di auto che usano le famiglie per andare a fare la spesa. Parcheggiata. Chiusa. Silenziosa. Con un cavo di ricarica collegato alla colonnina sul marciapiede.
Perfetta.
-Ferma qui un attimo.- dissi ad Anastasia che guidava.
-Perché?-
-Cambiamo auto.-
-Cosa?-
-Il Pick Up è bruciato. Letteralmente. Ci serve qualcosa di pulito. Qualcosa che non sia collegato a te, a me, o a qualsiasi database.-
Anastasia accostò senza fare altre domande. Ormai aveva imparato che quando dicevo qualcosa con quel tono non era il momento di discutere.
Scesi con movimenti rapidi, lo zaino già in spalla, e mi avvicinai all'auto elettrica con la naturalezza di chi torna alla propria macchina dopo una notte di sonno. Le strade erano deserte a quell'ora, le case buie, le tende chiuse, e l'unico suono era il ronzio lontano di uno spazzaneve da qualche parte nella cittadina.
Il cavo di ricarica si sganciò con un click morbido. Lo arrotolai e lo appoggiai ordinatamente sulla colonnina, perché un cavo staccato e buttato a terra avrebbe attirato l'attenzione di un eventuale passante molto prima di un cavo riposto con cura.
L'apertura fu la parte più semplice.
Le auto elettriche di quel periodo avevano sistemi di sblocco di emergenza pensati per i soccorritori in caso di incidente, punti di accesso fisici nascosti sotto le maniglie che bypassavano completamente l'elettronica. L'addestramento militare comprendeva anche questo: come entrare in qualsiasi veicolo civile prodotto negli ultimi vent'anni in meno di trenta secondi senza far scattare l'allarme.
Venti secondi.
La portiera del conducente si aprì con un click sordo che venne inghiottito dal silenzio del mattino. Nessun allarme. Nessuna luce. Solo il freddo che entrava nell'abitacolo tiepido.
Mi sedetti al posto di guida, chiusi la portiera, e per un istante restai immobile ad ascoltare. Niente. Nessuna voce. Nessuna tenda che si scostava. Nessun cane che abbaiava.
Il cruscotto si illuminò quando premetti il pulsante di accensione, un display azzurro che mostrava il livello di carica: 78%. Abbastanza per arrivare a Tallinn con un margine.
Aprii il bagagliaio, tornai al Pick Up, e trasferii i nostri zaini con movimenti rapidi ed efficienti. Poi presi Anastasia per il gomito buono e la accompagnai alla nuova auto facendo attenzione che non scivolasse sul marciapiede ghiacciato.
-Sali.-
-Così, senza...-
-Sali, Anastasia.-
Obbedì. Si sedette sul sedile del passeggero con una smorfia che cercò di nascondere, la spalla che protestava per il cambio di posizione, e quando chiuse la portiera l'abitacolo divenne silenzioso in un modo diverso dal Pick Up. Niente motore termico. Niente vibrazioni. Solo un ronzio elettrico, basso, quasi impercettibile, che faceva sembrare l'auto un animale addormentato.
Partii senza fretta, inserendomi nella strada con la stessa naturalezza di qualsiasi residente che esce di casa per andare al lavoro alle sei del mattino, e mentre lasciavamo la cittadina alle spalle vidi nello specchietto retrovisore il Pick Up parcheggiato sul ciglio della strada, abbandonato, solo, già dimenticato.
Lasciammo il Pick Up in quella strada secondaria come un relitto di un'altra vita. Chi lo avesse trovato avrebbe avuto un bel problema, ma non sarebbe stato il nostro.
-Tutto liscio?- chiese Anastasia.
-Tutto liscio.-
-Senza chiavi, senza allarmi, senza niente.-
-L'addestramento militare serve a qualcosa.-
-E se hanno una telecamera?-
-Non ce l'avevano. Ho controllato. Ma anche se l'avessero avuta, a quest'ora saremo già a Tallinn prima che qualcuno si accorga che l'auto non è più davanti a casa.-
Anastasia non rispose, ma la vidi annuire lentamente nel buio dell'abitacolo, e qualcosa nel suo atteggiamento cambiò impercettibilmente, un rilassarsi delle spalle, un'espirazione più profonda, come se il cambio d'auto avesse segnato un confine invisibile tra il prima e il dopo.
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Arrivammo a Tallinn nel primo pomeriggio.
L'auto elettrica ci aveva portati fin qui senza problemi, silenziosa e invisibile, e la parcheggiai in una zona industriale a est del porto, in una strada dove nessuno avrebbe fatto caso a una berlina civile parcheggiata tra furgoni da lavoro e camion fermi.
Ripulimmo ogni superficie toccata con le maniche dei maglioni, maniglie, volante, pulsanti, e ci allontanammo a piedi con i nostri zaini in spalla, due figure qualsiasi che camminavano lungo una strada qualsiasi in una città qualsiasi.
Il porto di Tallinn era un mostro di cemento e acciaio che si stagliava contro il cielo grigio del pomeriggio come una fortezza industriale. Gru immobili. Container impilati come blocchi colorati. Navi da carico ormeggiate ai moli con le chiglie arrugginite che emergevano dall'acqua scura come balene addormentate. L'odore di sale, diesel e pesce marcio riempiva l'aria gelida.
Anastasia mi camminava accanto con passo deciso nonostante il dolore alla spalla, e quando entrammo nell'area portuale attraverso un varco secondario aperto, senza cancelli, senza guardie, senza controlli, mi resi conto che la sicurezza non era semplicemente lasca: era inesistente.
C'erano uomini ovunque, operai portuali, marinai, autisti di camion, che si muovevano tra le banchine con la fretta di chi ha un lavoro da finire e il clima glielo sta impedendo, e nessuno di loro ci rivolse lo sguardo per più di un secondo.
Perché avrebbero dovuto? Due persone con uno zaino in spalla che camminano tra le navi mercantili non sono niente di strano in un porto commerciale. Non con la guerra che si avvicina, non con i confini che si chiudono, non con mezzo continente che cerca di andare da qualche altra parte.
Trovammo la nave senza dover cercare.
Un mercantile registrato sotto bandiera panamense, un relitto galleggiante di almeno trent'anni con lo scafo così arrugginito che mi chiesi come facesse a non affondare al primo mare grosso, che stava caricando container diretti a Copenaghen. L'equipaggio era composto da una dozzina di uomini che parlavano una miscela di russo, estone e inglese rotto, e lavoravano con la concentrazione di chi non ha tempo per pensare a nient'altro che il proprio turno.
Un marinaio sul ponte ci vide avvicinare, ci guardò per un istante, valutò i nostri zaini, i nostri vestiti, il nostro aspetto di gente che ha bisogno di andarsene, e si limitò a fare un cenno con la mano verso una scaletta di metallo che portava sotto coperta.
Nessuna domanda. Nessun documento. Nessun pagamento.
Sapevo che non era gentilezza. Era indifferenza. Avevano cose peggiori a cui pensare, merci da caricare, scadenze da rispettare, un mare gelido da attraversare, e due passeggeri in più non cambiavano nulla nella loro routine.
La cabina che trovammo sotto coperta era un buco di quattro metri per tre con due brande, un lavandino che perdeva, una luce giallastra che tremolava, e un oblò grande quanto un piatto da cui si vedeva solo il grigio del cielo e il grigio del mare.
Ma era calda. E era nostra. E per il momento era tutto ciò che contava.
-Due giorni a Copenaghen.- dissi posando lo zaino sulla branda.
-Due giorni.- ripeté Anastasia sedendosi di fronte a me con un sospiro che le uscì dal profondo.
Poi mi guardò con quegli occhi scuri che avevano visto troppo per una ragazza di diciotto anni, e per la prima volta da quando eravamo fuggiti da casa sua vidi qualcosa che non era paura, non era determinazione, non era dolore.
Rassegnazione.
Non la rassegnazione di chi si arrende, ma quella di chi ha accettato che la vita precedente non esiste più e che da ora in poi ogni giorno è territorio sconosciuto.
-Bene.- disse, e la sua voce era piatta, pratica, priva di emozione -allora dormiamo.-
E ci addormentammo cullati dal rombo dei motori che ci portavano via da tutto ciò che avevamo conosciuto.
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Il primo giorno di navigazione lo passai quasi interamente nella cabina.
Il mare era agitato, onde che facevano rollare la nave con un movimento lento e nauseante che mi ricordava troppo da vicino la sensazione di essere svegliato di soprassalto da un incubo, quel disorientamento tra il reale e l'irreale che ti fa dubitare di dove sei.
Anastasia stava peggio di me.
La ferita alla spalla, che aveva retto durante la fuga e l'inseguimento e il viaggio in auto, aveva deciso che il rollio della nave era il momento giusto per farsi sentire. La trovai seduta sulla branda con la schiena contro la parete metallica, il viso pallido, le labbra strette, le dita che stringevano il bordo del materasso con una forza che sbiancava le nocche.
-Fammi vedere.- dissi inginocchiandomi davanti a lei.
-Non è niente.-
-Anastasia.-
-È solo il movimento della nave. Mi viene il mal di mare.-
-Fammi vedere la spalla.-
Sbuffò, ma sollevò il braccio sinistro permettendomi di scostare il tessuto del maglione. Le bende erano macchiate di un rosso scuro che si era allargato durante la notte, non fresco ma non completamente asciutto, e quando premetti leggermente intorno alla ferita lei sussultò con un sibilo tra i denti.
-Devo cambiare la medicazione.-
-Non abbiamo garze.-
-Usiamo la camicia di riserva. La taglio a strisce.-
-Quella è l'unica camicia pulita che ho.-
-Ne compreremo una nuova.-
Lei mi guardò per un istante con quegli occhi scuri che dicevano mille cose che la sua bocca non avrebbe mai detto, poi annuì con un cenno quasi impercettibile del capo.
Tagliai la camicia a strisce con il coltello militare, disinfettai la ferita con l'alcool che avevo rubato dal bagno dell'ostello, e la fasciai di nuovo con movimenti che volevano essere delicati ma che sapevo farle male perché sentivo i suoi muscoli contrarsi sotto le mie dita a ogni tocco.
-Tieni duro.- le dissi quando finii.
-Sempre.-
Fu in quel momento, con lei seduta sulla branda con la spalla appena fasciata e il viso pallido per il dolore e il mal di mare, che capii qualcosa che non avevo ancora ammesso con me stesso.
Ero responsabile per lei.
Non in senso generico, non come si è responsabile per un compagno di sventura o un alleato temporaneo. Ero responsabile nel senso più profondo, più personale, più terrificante della parola. Se non fossi entrato dalla sua finestra, se non avessi disertato, se non l'avessi trascinata nella mia fuga, lei ora sarebbe stata a casa sua, al sicuro, a studiare per gli esami, a lavorare al bar nel weekend, a vivere la sua vita di ragazza di diciotto anni senza una ferita di proiettile e senza due nazioni intere che la cercavano.
E questa consapevolezza, questo peso che mi si posò sulle spalle come un macigno, era più pesante di qualsiasi zaino avessi mai portato.
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La seconda notte in mare fu diversa.
Avevamo trovato un ritmo, un equilibrio precario fatto di piccoli gesti quotidiani che riempivano le ore vuote. Lei dormiva. Io facevo la guardia, seduto sulla branda con la pistola in grembo, ascoltando i rumori della nave, lo scricchiolio dello scafo, il rombo lontano dei motori, il suono delle onde contro la chiglia.
Poi ci scambiavamo.
Lei faceva la guardia. Io dormivo. O cercavo di dormire, perché il sonno su una nave in movimento era un animale sfuggente che ti sfuggiva tra le dita proprio quando credevi di averlo preso.
Quella notte mi svegliai sentendo la sua mano sulla mia spalla, leggera, esitante, come se non fosse sicura di avere il permesso di toccarmi.
-Markus.-
-Mmh.-
-Guardami.-
Aprii gli occhi. La luce giallastra della cabina le illuminava il viso dall'alto, e nei suoi occhi c'era qualcosa che non le avevo mai visto prima. Non paura. Non durezza. Non la freddezza analitica di chi valuta ogni situazione.
Vulnerabilità.
-Che c'è?- chiesi mettendomi a sedere, ancora intontito dal sonno interrotto.
-Non riesco a dormire.-
-La spalla?-
-No.-
-Cosa allora?-
Esitò. Lei, la ragazza che non esitava mai, che teneva pistole con mano ferma, che decideva la rotta di fuga in frazioni di secondo, esitava.
-Ho paura.-
Le parole uscirono come un'ammissione di colpa, come se confessare di avere paura fosse un crimine per cui doveva essere punita.
-Paura di cosa?- chiesi, e la mia voce era più morbida del previsto, più gentile di quanto il mio addestramento mi permettesse di essere.
-Di tutto.- Fece una pausa, si morse il labbro inferiore -di quello che abbiamo lasciato. Di quello che ci aspetta. Di quello che abbiamo fatto.-
-Quello che abbiamo fatto?-
-Nella stanza dell'ostello.-
Silenzio.
Il rumore della nave. Il suono delle onde. Il ronzio dei motori.
-Se ti ho costretta a qualcosa che non...- iniziai, ma lei mi interruppe con un gesto della mano.
-Non dire idiozie.- La sua voce era tornata tagliente per un istante, poi si ammorbidì di nuovo -non parlo di quello. Quello è stato... voluto. Da entrambi. Parlo del fatto che ora siamo legati. Tu e io. In un modo da cui non si torna indietro. E se domani le cose vanno male, se ci prendono, se ci separano...-
-Non ci prenderanno.-
-Non puoi saperlo.-
-No. Non posso. Ma so che finché sono vivo, non permetterò a nessuno di toccarti.-
Le parole uscirono con una sicurezza che non sapevo di avere, e che forse non avevo, ma in quel momento, in quella cabina di metallo sotto la linea di galleggiamento di una nave arrugginita nel mezzo del Baltico gelato, erano la verità.
Lei mi guardò a lungo, così a lungo che iniziai a sentirmi a disagio sotto quello sguardo che sembrava volermi leggere dentro come un libro aperto.
Poi, senza dire niente, si sdraiò accanto a me sulla branda che era stata pensata per una sola persona ma che in qualche modo ci conteneva entrambi se ci stringevamo, e appoggiò la fronte contro il mio petto.
Le circondai le spalle con un braccio, facendo attenzione a non toccare la ferita, e restammo così, in silenzio, ascoltando il mare che ci portava verso un futuro che nessuno dei due poteva prevedere.
-Markus?-
-Mmh.-
-Grazie.-
-Per cosa?-
-Per essere qui.-
Non risposi. Non c'era bisogno.
Le accarezzai i capelli nel buio, sentendo sotto le dita la consistenza morbida che stavo iniziando a conoscere, e rimasi sveglio mentre lei si addormentava contro di me con un respiro che divenne gradualmente profondo e regolare.
Fuori dall'oblò il Baltico si estendeva infinito e scuro, cosparso di lastre di ghiaccio che urtavano contro lo scafo con suoni che sembravano lamenti di animali preistorici.
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Copenaghen ci accolse con un freddo meno estremo ma più umido, quel freddo nordico che ti entra nelle ossa non attraverso la temperatura ma attraverso l'aria satura di acqua salata che ti si posa sulla pelle come una membrana invisibile.
Il porto era più grande di quello di Tallinn, più moderno, più sorvegliato, e dovemmo muoverci con maggiore attenzione attraverso le banchine secondarie evitando le aree controllate.
Ma anche qui, come a Tallinn, l'indifferenza fu la nostra migliore alleata. Un marinaio di una nave diretta a Tilbury ci vide seduti su una banchina con i nostri zaini, ci guardò per tre secondi, e ci fece un cenno verso la scaletta di imbarco come se stesse indicando la strada a due turisti smarriti.
Nessuna domanda. Nessun documento. Nessun pagamento.
La nave era leggermente meno malmessa della precedente, un mercantile con bandiera liberiana che trasportava legname e componenti industriali, e la cabina che trovammo era leggermente più grande, con due brande separate e un oblò che effettivamente si apriva.
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Tre giorni sull'Atlantico, o meglio su quel tratto di mare tra il Nord Europa e l'Inghilterra che con l'Atlantico aveva ben poco a che fare se non il nome, perché quello che attraversammo era più simile a un mare polare che a un oceano temperato.
Onde alte come palazzi. Vento che urlava ininterrottamente. Temperature che scendevano ogni giorno che passavamo più a ovest, finché l'acqua che scorreva dall'oblò non divenne una poltiglia gelata che si accumulate sui bordi del vetro.
Un membro dell'equipaggio, un norvegese con la barba lunga e gli occhi di chi ha visto troppe cose, ci raccontò che freddi venti da nord avevano iniziato a soffiare per tutto l'anno sull'oceano, tanto che spessi banchi di ghiaccio avevano iniziato a essere visti fino a latitudini di Londra e New York fino ad aprile, minacciando le rotte e costringendo i mercantili a rafforzare le chiglie delle navi.
-Il mondo sta cambiando,- disse l'uomo mentre riempiva le nostre tazze di caffè nero che sapeva di catrame.
Non commentai. Sapevamo entrambi che aveva ragione.
In quei tre giorni accaddero diverse cose.
La ferita di Anastasia iniziò a guarire sul serio. Il tessuto si richiuse, il rossore diminuì, e lei smise di sussultare quando le cambiavo la medicazione due volte al giorno con le strisce di tessuto che restavano della camicia sacrificata.
Ma c'era qualcos'altro che guarì in quei giorni, qualcosa di meno visibile di una ferita di proiettile ma altrettanto reale.
Le distanze tra noi si accorciarono.
Non fisicamente, perché la cabina era così piccola che eravamo costantemente vicini, ma emotivamente. Le ore vuote, i silenzi condivisi, i pasti consumati seduti sulle brande guardandosi in faccia senza avere niente da dire ma senza bisogno di dire niente: tutto questo creò un'intimità che il sesso da solo non avrebbe potuto costruire.
Lei mi raccontò di suo padre. Non a parole, non con discorsi coerenti, ma a frammenti. Pezzi di memoria che le cadevano dalle labbra tra un sorso di caffè e l'altro, come detriti che si staccavano da un ghiacciaio.
Mio padre parlava sempre di lealtà. Non quella militare, quella vera. Quella che non ha uniformi né gradi né ordini.
Mio padre diceva che il mondo si divide in due tipi di persone: quelle che scappano quando le cose si mettono male e quelle che restano. Lui era uno che restava.
Mio padre mi ha insegnato a sparare quando avevo quattordici anni. Diceva che una donna deve sapere difendersi da sola perché il mondo non la difenderà mai.
Io le restavo ad ascoltare senza interrompere, perché avevo imparato che il silenzio era il regalo più grande che potevo farle, e che i frammenti che mi dava non erano informazioni ma fiducia, pezzetti di sé che stava scegliendo di consegnarmi perché aveva deciso che ne valeva la pena.
E io le davo i miei.
Non a comando, non con discorsi preparati, ma quando venivano. Di notte, quando non riuscivo a dormire e lei mi chiedeva cosa stessi pensando, le raccontavo della casa al mare in Norvegia, di come la luce del mattino entrava dalla finestra e colpiva le pareti di legno in modo diverso ogni giorno, e di come mi mancava quella semplicità, quella certezza che il mondo fosse un posto comprensibile.
Le raccontai della pesca. Del vento sul viso. Del rumore delle onde contro la barca. Dell'odore del sale che ti rimaneva addosso per giorni.
Le raccontai di Jasmine, ma non dell'incubo, non dell'ospedale, non del sangue. Le raccontai di come rideva, di come i suoi capelli biondi catturavano la luce, di come mi aveva tenuto la mano sul ghiaccio del Tamigi quando ero caduto di culo davanti a tutti.
Le raccontai della persona che era stata prima di morire, non di come era morta.
E Anastasia capì, perché non mi chiese altro, e quando finii di parlare si limitò a prendermi la mano e a stringerla nel buio della cabina mentre la nave rollava e il mare urlava fuori dall'oblò.
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Una notte, la seconda prima di arrivare a Tilbury, la trovai sveglia.
Era seduta sulla branda con le ginocchia al petto, le braccia attorno alle gambe, lo sguardo fisso sull'oblò dove il buio del mare si confondeva con il buio del cielo in un'unica, indistinta massa di nulla.
-Cosa guardi?- chiesi sedendomi accanto a lei.
-Il nulla.-
-Piacevole.-
-In un certo senso lo è.- disse lei senza staccare lo sguardo -quando guardi il nulla non devi pensare a niente. Non devi pianificare. Non devi avere paura. Il nulla è... neutro.-
-Cosa ti spaventa?-
Lei non rispose subito. Restò a guardare il buio oltre il vetro con un'espressione che non riuscivo a decifrare, poi:
-E se arriviamo in Inghilterra e non riusciamo a trovare lavoro? Se i documenti non reggono? Se qualcuno ci riconosce? Se la guerra esplode davvero e i confini si chiudono e rimaniamo bloccati in un paese che non è nostro senza poter tornare indietro né andare avanti?-
-Le paure della tua lista sono piuttosto lunghe.-
-Lo so. Ci lavoro da anni.-
Sorrisi mio malgrado. Lei mi guardò e vide il sorriso, e qualcosa nel suo viso si ammorbidì.
-E tu?- mi chiese -di cosa hai paura?-
La domanda mi colse alla sprovvista. Non perché fosse inaspettata, ma perché non me l'aveva mai chiesta prima, e nessuno me lo chiedeva da così tanto tempo che avevo dimenticato come rispondere.
-Di non essere abbastanza.- dissi, e le parole uscirono prima che potessi fermarle -di non essere abbastanza per... per questa situazione. Per te. Per quello che ci aspetta. Ho disertato, Anastasia. Ho voltato le spalle a tutto ciò che conoscevo. Non ho un piano. Non ho risorse. Ho una pistola, un coltello, e una ragazza di diciotto anni che si è presa un proiettile per causa mia.-
-Non per causa tua. Per mia scelta.-
-Non cambiare le carte in tavola.-
-Non le cambio. Le metto in chiaro.- La sua voce era ferma adesso, quella voce da comandante che assumeva quando diceva qualcosa di non negoziabile -io ho scelto di aiutarti. Io ho scelto di tornare a cercarti. Io ho scelto di salire su questa nave. Tu non mi hai trascinato da nessuna parte, Markus. Ti ho seguito. C'è una differenza.-
-La differenza è sottile.-
-La differenza è tutto.-
Ci guardammo in silenzio per un istante che durò un'eternità, poi lei si appoggiò alla mia spalla, la testa che trovava il suo posto tra il mio collo e la mia clavicola come se fosse stata modellata per starci, e restammo così a guardare il nulla oltre l'oblò.
-Ce la faremo.- dissi, e non sapevo se fosse una promessa o una preghiera.
-Lo so.- rispose lei, e nella sua voce c'era una sicurezza che non meritavo ma che accettai come un dono.
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I freddi venti dell'inverno continuavano a soffiare anche sul mare dove le onde del mare mosso trasportavano spessi banchi di ghiaccio e lastre che sbattevano contro la spessa chiglia d'acciaio del mercantile, appositamente rinforzato per navigare in acque che un tempo sarebbero state considerate impraticabili.
Appoggiati lungo il bordo, la ringhiera gelida sotto le mani, il mare che si stendeva infinito davanti a noi, sia io che Anastasia indossavano sciarpa e berretto di lana contro la fredda aria salmastra che soffiava dal nord con la costanza di un respiro eterno.
La sua ferita stava guarendo bene, davvero bene, considerando le circostanze, ma quando si girava nel sonno il dolore era ancora lì, e più di una volta la trovai sveglia a fissare il buio con gli occhi lucidi di lacrime che non versava mai.
Non che potessi biasimarla. Io stesso svegliandomi mi aspettavo di vedere rovine dove c'era stata la mia vita.
Fissando perso il mare mosso ricoperto da spesse lastre di ghiaccio, lastre che si urtavano l'una contro l'altra producendo suoni che sembravano lamenti, stavamo valutando la situazione. O meglio: io stavo valutando. Lei semplicemente era, presente, viva, accanto a me.
-Dovremmo farci dei documenti falsi quando arriveremo a Tilbury.- osservò Anastasia rompendo il silenzio che durava da troppo -e soprattutto cambiare gli euro in sterline.
-So che ci sono delle aree dove li cambiano, anche delle macchinette automatiche alla stazione ferroviaria da quanto ricordo.- dissi.
-Quanto accettano al massimo?-
-Non me lo ricordo. Dipende dal posto.-
-Intanto meglio che facciamo un passo alla volta.- Fece una pausa, guardando l'orizzonte grigio dove cielo e mare si confondevano in un'unica tonalità di nulla -tra un paio di giorni saremo a Copenaghen. Poi l'Atlantico. Poi Londra.-
-Vero. Spero che non faccia così freddo laggiù.-
-Non sarò esperta di clima a queste latitudini, ma...- Esitò -non è un po' troppo avanzato questo inverno? Più del solito, intendo?-
-Normalmente in questo periodo non è così rigido.- Annuii -ma finisce a maggio in questi Paesi. A volte giugno, negli anni peggiori.-
-Anche in Inghilterra è diventato più freddo negli ultimi anni, se non ricordo male.-
-Se non mi sbaglio, in Scozia hanno iniziato a formarsi alcuni ghiacciai sulle cime più settentrionali.- osservò Anastasia, e c'era qualcosa nella sua voce che sembrava ammirazione.
-È da ormai diversi anni che il Tamigi gela durante l'inverno.- Aggiunsi -ci tengono anche delle fiere chiamate Fair Frost. Sul ghiaccio.-
Anastasia parve sorpresa.
-Se restiamo in Inghilterra mi ci porterai.- Non era una domanda.
-Devo ancora abituarmi all'idea che stiamo insieme.- ammisi -comunque sì. Ti porterò.-
La vidi sorridere, un vero sorriso, piccolo ma reale, nonostante il viso fosse per metà celato dalla sciarpa e dagli occhi stanchi.
-Lo stesso è per me.- disse -però stai migliorando.-
-In che cosa?-
-A vedere dalla prospettiva di un 'noi'.-
I suoi occhi scuri parvero sorridere nonostante tutto, nonostante il freddo, nonostante il dolore, nonostante la casa che non esisteva più, nonostante il fatto che fossimo due fantasmi in fuga su una nave diretta al nulla.
Mi avvicinai a lei abbassandomi la sciarpa, il mio viso che si avvicinava al suo, quindi feci lo stesso con la sua, scoprendo le labbra che erano gelide ma vive.
E ci baciammo.
Ci baciammo a lungo quasi fossimo due amanti verso l'avventura, o due sopravvissuti che celebravano il semplice fatto di essere ancora vivi.
Sul ponte di quella nave che odorava di sale marino e morte lenta, con il ghiaccio che danzava sulle onde e il futuro che era solo un'astrazione lontana, ci baciammo come se il mondo dovesse finire domani.
E forse lo avrebbe fatto.
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Arrivammo a Tilbury in una fredda notte in cui soffiava un po' di nevischio, neve, in Inghilterra, a Tilbury, e quando mettemmo piede sul molo per la prima volta ci guardammo attorno.
Muri di cemento. Gru immobili. Navi che dormivano nelle acque scure del Tamigi.
Poi ci guardammo.
Noi.
Eravamo arrivati in Inghilterra.
Anastasia mi prese il viso tra le mani, guanti di lana ruvida contro le mie guance, e accostando il viso al mio schiuse le labbra sulla mia bocca.
Mi persi nel sapore liquido di quel bacio, sale, freddo, lei, e per un istante dimenticai tutto il resto.
Eravamo arrivati a destinazione.
Qualunque cosa significasse.
Tempo di pensare al futuro.
Tempo di capire cosa fosse il futuro, ormai che il passato era stato cancellato.192Please respect copyright.PENANA0BdegHgLka


