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-Tra un paio d'ore probabilmente capiranno che il sicario ha fallito.- dissi, mentre il corpo del mercenario giaceva immobile in salotto con gli occhi aperti sul nulla -ne potrebbero mandare un altro. O peggio.-
Non ne ero così convinto. L'esercito europeo non sprecava risorse se avevano mandato uno, era perché uno bastava. E se uno non era bastato...
-Tanto vale muoversi.- rispose Anastasia cercando di rialzarsi dalla sedia della cucina ma ricadendo con un gemito soffocato, ancora indebolita e dolorante.
I suoi occhi mi incontrarono e vidi qualcosa che non mi aspettavo: non paura. Non disperazione. Determinazione.
-Non ti muovere. Riprendi le forze.- dissi.
-Dammi una mano. Portami sul divano.-
La sollevai di peso con entrambe le braccia, lei più leggera di quanto sembrasse, o forse ero solo carico di adrenalina, facendo in modo che appoggiasse la testa contro la mia spalla, quindi la portai in salotto facendo spazio tra i cuscini del divano blu che ora conoscevo troppo bene.
Quando la deposi sentii le sue mani che si aggrappavano al mio maglione per un istante, non per dolore, ma per qualcos'altro. Riconoscimento. Gratitudine. Qualcosa che non avevo parole per nominare.
-Dopo dovrai guidare tu.- mi informò, e la sua voce era ferma nonostante tutto.
-Mi indicherai la strada.-
-Nessun problema. Sono ammazzata, non stordita.- Fece un mezzo sorriso che le costò visibilmente -ci provo, almeno.-
-Ti preparo uno zaino.-
-Sai dov'è la mia roba?-
-Ormai credo di sì.- dissi. -Camera tua. Seconda cassettiera. Cassetto di sinistra per i vestiti, armadio per il resto.-
Non ci volle molto prima di aver fatto l'inventario completo della casa, una vita ridotta a ciò che potevi portare via in uno zaino,e aver preparato due borse con l'essenziale per il viaggio: documenti (i suoi, non i miei), denaro contante (tutto quello che aveva), qualche cambio di vestiti, la benda medica di scorta, barrette proteiche rubate dalla mia mente di sopravvivenza.
Nell'entrare nella camera di Anastasia provai una fitta strana, quasi fisica, nel constatare che il letto era ancora sfatto da quando eravamo partiti. Le lenzuola aggrovigliate. Il cuscino con l'impronta di due teste.
Due giorni fa, pensai. Sembrano passati anni.
Quando tornai in salotto vidi che Anastasia si era già messa a sedere sul bordo del divano, la spalla rigida, il viso pallido ma gli occhi lucidi.
-Come ti senti?-
-Un po' dolorante. Ma sto meglio.- disse lei -abbastanza da non essere un peso. E basta.-
-Bene. Dobbiamo muoverci.- Controllai l'orologio, le 02:47, -non credo che ci metteranno molto prima di mandarci qualche altra sorpresa. Se il primo ha fallito, il secondo non avrà scrupoli.-
-Cosa ne facciamo del nostro amico nel ripostiglio?- chiese Anastasia, indicando con un cenno del capo la direzione del salotto dove il corpo giaceva.
Lo avevo trascinato io prima di rimuovere il proiettile.
-La sua pistola ce l'ho io. Non aveva documenti,professionisti mai li hanno, quindi se lo verranno a prendere loro. Con i loro problemi.-
-La mia pistola è nel Pick Up.-
-Ce ne andremo con quello. Nel frattempo ti consiglio di liberarti del cellulare, possono facilmente intercettarci. Geolocalizzarci. Ascoltare ogni parola.-
-Ce l'ho nella borsetta. Prendilo e lascialo qui, sulla sedia accanto al caminetto, così farà da diversivo,- Un sorriso triste -farà credere che siamo ancora qui quando arriveranno.-
-Bella idea.- Annuii – -riesci a camminare?-
-Sì. Mi sono ripresa.-
Presi la sua borsetta e misi il suo cellulare sulla sedia accanto al caminetto, schermo acceso, silenzioso, traditore, quindi la aiutai a rimettersi la giacca con movimenti attenti. Ormai riusciva a camminare quasi normalmente, anche se vedevo come favoriva la spalla ferita.
-Perché non hanno mandato direttamente la polizia a prenderci?- fece Anastasia mentre mi controllavo per l'ennesima volta che le bende reggessero.
-Perché l'apparato dell'esercito non vuole ingerenze nelle sue questioni.- spiegai -preferiscono neutralizzare ogni diffusione, anche solo sospetta, di informazione alla radice. Silenziosamente. Pulitamente. Senza testimoni.-
-Una specie di codice di condotta.- osservò lei.
-Sì. Come ben sai questo è anche,non ufficialmente, un fronte di guerra.-
Mentre discutevamo controllai rapido sia il mio che il suo zaino. Come inventario non mancava niente di quello che ci serviva per sopravvivere. Per un po'.
-È ora.-
Anastasia si guardò attorno, il salotto, la cucina, la camera da letto che intravedeva dal corridoio, ed era chiaro che le dispiaceva abbandonare quella che per anni era stata la sua casa. La sua vita. Tutto ciò che conosceva.
-Markus...-
Ero sulla porta con entrambi gli zaini in mano, pronto a partire, quando mi voltai verso di lei.
Anastasia si alzò, nonostante il dolore, nonostante tutto, e mi venne incontro con passi lenti ma decisi.
-Riguardo a prima...- Iniziò, e la sua voce era bassa, seria -non voglio che tu ti senta in colpa per me. Qui si vive una status continua di paura , che la guerra inizi da un momento all'altro, da quando ci si sveglia la mattina a quando si va a dormire la sera. È un'esistenza sospesa.-
-Cosa stai cercando di dirmi?-
-Ti sto dicendo che da quando sei comparso in casa mia in quella fredda mattinata, con la pistola in mano e lo sguardo di un animale in trappola per me sei la cosa più imprevista ma bella che mi sia successa in anni. In mezzo a tutto questo.-
Detto questo avvicinò il suo volto al mio.
E mi baciò.
Non un bacio di passione. Non un bacio di disperazione. Un bacio di scelta. Di qualcuno che decideva consapevolmente di restare nonostante tutto.
Quando ci separammo, labbra umide, respiro condiviso, nessuno dei due disse nulla. Non c'era bisogno.
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Quando partimmo per prima cosa scesi dal Pick Up poco più avanti, ricordandomelo solo all'ultimo momento, istinto che mi salvò la vitaz e controllai sotto il paraurti posteriore.
Lì.
Dispositivo di geolocalizzazione di fabbrica. Piccolo, nero, perfettamente nascosto. Lo staccai con un movimento secco e lo gettai lontano tra la neve oltre il ciglio della strada.
-Una volta disinserito il tracciamento satellitare non potranno più rintracciarci tramite l'auto.- dissi tornando a bordo.
-Te ne intendi.-
-Sai che prima o poi dovremmo anche cambiare l'auto.-
-Purtroppo sì.-
Lasciammo il paese per la seconda volta quella nottez le stesse strade, lo stesso paesaggio, ma tutto diverso perché lei c'era e io c'ero e insieme stavamo scappando da qualcosa che voleva ucciderci.
Ormai quel paesaggio innevato mi era diventato familiare in modi che non avrei mai immaginato. I boschi dove avevo dormito sotto la neve. Le strade che avevo percorso a piedi. La stazione da cui eravamo fuggiti.
In quel momentoz con la coda dell'occhio, mentre il Pick Up percorreva l'ultima curva prima che il paese scomparisse dietro di noi dalla direzione in cui ero arrivato fuggendo attraverso i boschi e le campagne, una luce attirò la mia attenzione.
Nel cielo. Alta. Troppo alta.
Un flash improvviso, bianco-blu, elettrico, innaturale, che si accese nel buio riflettendosi immediatamente sul paesaggio innevato sottostante come un lampo gigantesco.
-Che ca...-
Seguì un'istantanea scia luminosa che tagliò il cielo orizzontalmente, una linea di luce pura che sembrava incidere l'atmosfera stessa, e poi...
BOOM.
Un'esplosione.
Proprio dal paese che ci eravamo lasciati alle spalle. Proprio da quella direzione. Proprio da dove...
Una palla di fuoco arancione, rossa, enorme e fumo denso e nero salirono al cielo illuminando le nuvole basse dal basso in una riflessione arancione che dipingeva il mondo di colori che non appartenevano alla natura.
-CHE DIAVOLO...- Anastasia si girò verso il finestrino non credendo a ciò che aveva visto – -quella era... quella era...-
-Questo era dopo il sicario.- intuii, e la mia voce era piatta, morta, vuota. -La punizione. Il messaggio.-
La casa di Anastasia era stata distrutta da un missile ipersonico lanciato da un drone un drone, non un aereo, non un carro armato, un drone che poteva essere ovunque e non lasciare tracce, alzatosi in volo da una base vicinam
Il boato arrivò alcuni secondi dopo, assordante anche a quella distanza, un tuono che sembrava venire dal centro della terra, e fece tremare il Pick Up nonostante i chilometri che ci separavano dall'impatto.
-QUELLA ERA CASA MIA!-
La voce di Anastasia si spezzò. Non era un urlo. Era qualcosa di peggiore, un lamento strozzato, il suono di qualcuno che guardava il proprio passato venir cancellato in tempo reale.
-Sì.- Non sapevo cosa dire. Non c'era nulla da dire.
Ora nonostante la distanza, si vedeva chiaramente la colonna di fumo illuminata dalle fiamme alla base che bruciavano furiosamente su quanto rimaneva della casa di Anastasia.
Di tutto ciò che era stato suo.
-Questo dovrebbe darci tempo di vantaggio prima che si rendano conto che siamo spariti.- osservai, e la mia voce suonava persino alle mie orecchie come quella di uno straniero.
-ERA PUR SEMPRE CASA MIA!- protestò lei, e questa volta c'erano lacrime nella voce.
-Scusami. Lo so.- Non sapevo trovare le parole adatte, il mondo civile era sempre molto differente da quello militare, e io appartenevo a quest'ultimo da troppo tempo, -ma sono stato abituato a pensare in modo... pragmatico. Troppo pragmatico, forse.-
Silenzio.
Il rumore del motore. Il calore del riscaldamento. La colonna di fumo che si rifletteva sul parabrezza come un fantasma.
-Ho capito cosa intendi.- disse infine lei, e la sua voce era nuova, più dura, più fredda, più simile alla mia.
Forse era quello che mi spaventava di più.
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Il viaggio proseguì tranquillo, o quantomeno apparentemente tale, con entrambi immersi nei nostri pensieri. Ciò che sarebbe stato e quello che sarebbe successo. Chi eravamo prima e chi diventavamo adesso.
Ora Anastasia aveva scelto. Venire con me. Abbandonare tutto. E i miei piani originali, andare verso l'Europa centrale, sparire in qualche fabbrica tedesca, erano cambiati dove al momento la priorità era arrivare a Tallinn, la capitale dell'Estonia, e da lì organizzare qualcosa di meglio.
Insieme.
Lanciai uno sguardo ad Anastasia. Si era addormentata sul sedile passeggero, la testa reclinata contro il finestrino, il respiro regolare nonostante la posizione scomoda, la spalla ferita protettivamente vicina allo schienale e decisi di non disturbarla.
Aveva bisogno di riposo. Entrambi ne avevamo bisogno.
Mi ero elaborato una mappa mentale della direzione in cui stavo andando, grazie all'addestramento, grazie alle ore passate a studiare carte topografiche e schemi stradali, e ricordavo piuttosto bene, soprattutto, la mappa dell'Estonia intera.
Guidai per il resto della notte orientandomi con i cartelli stradali e facendo il punto della situazione con la mappa mentale che avevo in testa. Ogni incrocio. Ogni curva. Ogni possibile posto di blocco evitato.
Stavo indubbiamente attraversando una regione disabitata dell'Estonia, foresta e praterie, nulla altrozl, e cominciai gradualmente a tranquillizzarmi. Il ritmo del motore. La strada che si snodava. Il buio che lentamente cedeva a un grigio pre-alba.
Il paesaggio fuori appariva completamente innevato con alti cumuli di neve ai lati della strada, muri bianchi che ci tenevano in un corridoio stretto, e l'inverno in questo Paese era ben lungi dall'essere finito.
Guardai un istante Anastasia, appena visibile nel buio grazie ai riflessi dei fari sulle altre auto che incontravamo.
Dovevo ammettere che quando dormiva, il viso rilassato, le difese abbassate, umana in un modo che da sveglia non permetteva mai di essere, era davvero carina.
Ultimamente ne aveva passate diverse. Troppe. Mi dispiaceva davvero averla coinvolta in tutto questo un pensiero che mi accompagnava come una pietra nello stomaco ma ormai non potevo più tornare indietro. Nessuno dei due poteva.
Nelle successive due ore la guida fu piuttosto costante. Lo scopo non era quello di evitare direttamente le grandi aree urbane che stavamo attraversando, ma piuttosto di muoverci attraverso la periferia, aree poco sorvegliate dai controlli di routine della polizia, oppure dalle telecamere che mediante la lettura automatica della targa avrebbero potuto, con una certa approssimazione, far intercettare la nostra posizione alle autorità locali.
E a qualcun altro.
Nelle ore che passai alla guida attraversammo le città di Jõhvi e Rakvere, ombre nella notte, luci sparse, nessuno che ci notasse, percorrendo almeno sessanta chilometri da quando eravamo partiti.
Il viaggio sarebbe durato molto meno se non fosse dipeso dal fatto che avevo percorso una sequenza di strade secondarie, evitando le strade principali come la peste. Ogni deviazione era un rischio calcolato. Ogni strada secondaria era una possibilità in meno di essere fermati.
Decisi di fare una sosta, le mie palpebre che iniziavano a pesare, i riflessi che rallentavano, quindi mi fermai in un parcheggio improvvisato in una strada che si perdeva tra i prati innevati, poco trafficata, sicura.
-Dove siamo?- biascicò Anastasia svegliandosi con un sobbalzo quando l'auto si arrestò.
-Poco oltre Rakvere. Come ti senti?-
-Piuttosto bene. Nonostante quello che è successo.- Si tastò la spalla con cautela -il dolore c'è, ma è gestibile.-
-Fammi vedere la ferita.-
Mi sporsi verso di lei, finalmente potevo guardarla senza dovermi concentrare sulla strada, e sollevai delicatamente il maglione per controllare le bende e il foro del proiettile. Non c'era rischio di infezione. Il sangue si era coagulato correttamente. Stava guarendo.
-Stai guarendo.-
-Come hai fatto ad arrivare a Rakvere senza che ti dessi indicazioni?- Chiese, e c'era qualcosa di nuovo nel suo sguardo – curiosità mescolata a qualcosa che somigliava a... rispetto?
-Ho una memoria fotografica quando si tratta di ricordare le mappe.- spiegai -specialmente quelle di Paesi piccoli, specialmente quelle stradali. Una volta vista, non dimentico.-
-Ti hanno addestrato piuttosto bene.-
-In situazioni di emergenza è sempre giusto avere a mente gli schemi delle piante degli edifici, punti di uscita, posizioni di copertura, e in un Paese straniero invece le strade principali per non muoversi alla cieca. Può fare la differenza tra vivere e morire.-
-Cosa facciamo adesso?-
-Una breve pausa. Poi Tallinn. Poi...- Lasciai la frase incompiuta perché non sapevo cosa venisse dopo.
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Nell'arco di quarantotto ore, quarantotto ore che sembrarono sia un istante che un'eternità, riuscimmo ad arrivare a Tallinn.
Parcheggiare il Pick Up in un parcheggio lontano dai porti, lontano dai principali nodi di trasporto, in quell'area grigia dove nessuno faceva domande.
Ripulire l'auto dalle impronte digitali, ogni superficie toccata, ogni maniglia, ogni pulsante, e qualsiasi traccia avessimo lasciato.
E poi, con un po' di fortuna imbarcarci su una delle navi mercantili, mercantile era una parola generosa per quel relitto arrugginito che puzzava di diesel e pesce marcio, senza che qualcuno ci facesse troppe domande.
Ci avrebbe portati fino a Copenaghen nell'arco di pochi giorni.
E con lo stesso sistema, nave dopo nave, scambio dopo scambio, pagamenti in contanti e documenti che non venivano mai controllati troppo a fondo, saremmo arrivati mediante la successiva rotta marittima fino al porto marittimo di Tilbury.
Londra.
Sarebbe stato un viaggio lungo diversi giorni , forse una settimana, forse di più, ma almeno il primo passo era stato fatto. Eravamo vivi. Eravamo insieme. E questo era già più di quanto avessi sperato ventiquattro ore prima.
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I freddi venti dell'inverno continuavano a soffiare anche sul Mar Baltico dove le onde del mare mosso trasportavano spessi banchi di ghiaccio e lastre che sbattevano contro la spessa chiglia d'acciaio del mercantile, appositamente rinforzato per navigare in acque che un tempo sarebbero state considerate impraticabili.
Appoggiati lungo il bordo, la ringhiera gelida sotto le mani, il mare che si stendeva infinito davanti a noi, sia io che Anastasia indossavamo sciarpa e berretto di lana contro la fredda aria salmastra che soffiava dal nord con la costanza di un respiro eterno.
La sua ferita stava guarendo bene, davvero bene, considerando le circostanze, ma quando si girava nel sonno il dolore era insopportabile, e più di una volta la trovai sveglia a fissare il buio con gli occhi lucidi di lacrime che non versava mai.
Non che potessi biasimarla. Io stesso svegliandomi mi aspettavo di vedere rovine dove c'era stata la mia vita.
Fissando perso il mare mosso ricoperto da spesse lastre di ghiaccio, lastre che si urtavano l'una contro l'altra producendo suoni che sembravano lamenti, stavamo valutando la situazione. O meglio: io stavo valutando. Lei semplicemente era, presente, viva, accanto a me.
-Dovremmo farci dei documenti falsi quando arriveremo a Tilbury.- osservò Anastasia rompendo il silenzio che durava da troppo -e soprattutto cambiare gli euro in sterline.
-So che ci sono delle aree dove li cambiano, anche delle macchinette automatiche alla stazione ferroviaria da quanto ricordo.- dissi.
-Quanto accettano al massimo?-
-Non me lo ricordo. Dipende dal posto.-
-Intanto meglio che facciamo un passo alla volta.- Fece una pausa, guardando l'orizzonte grigio dove cielo e mare si confondevano in un'unica tonalità di nulla -tra un paio di giorni saremo a Copenaghen. Poi l'Atlantico. Poi Londra.-
-Vero. Spero che non faccia così freddo laggiù.-
-Non sarò esperta di clima a queste latitudini, ma...- Esitò – -non è un po' troppo avanzato questo inverno? Più del solito, intendo?-
-Normalmente in questo periodo non è così rigido.- Annuii – -ma finisce a maggio in questi Paesi. A volte giugno, negli anni peggiori.-
-Anche in Inghilterra è diventato più freddo negli ultimi anni, se non ricordo male.-
-Se non mi sbaglio, in Scozia hanno iniziato a formarsi alcuni ghiacciai sulle cime più settentrionali.- osservò Anastasia, e c'era qualcosa nella sua voce che sembrava ammirazione.
-È da ormai diversi anni che il Tamigi gela durante l'inverno.- Aggiunsi – -ci tengono anche delle fiere chiamate Fair Frost. Sul ghiaccio.-
Anastasia parve sorpresa.
-Se restiamo in Inghilterra mi ci porterai.- Non era una domanda.
-Devo ancora abituarmi all'idea che stiamo insieme.- ammisi – -comunque sì. Ti porterò.-
La vidi sorridere, un vero sorriso, piccolo ma reale, nonostante il viso fosse per metà celato dalla sciarpa e dagli occhi stanchi.
-Lo stesso è per me.- disse – -però stai migliorando.-
-In che cosa?-
-A vedere dalla prospettiva di un 'noi'.-
I suoi occhi scuri parvero sorridere nonostante tutto, nonostante il freddo, nonostante il dolore, nonostante la casa che non esisteva più, nonostante il fatto che fossimo due fantasmi in fuga su una nave diretta al nowhere.
Mi avvicinai a lei abbassandomi la sciarpa, il mio viso che si avvicinava al suo, quindi feci lo stesso con la sua, scoprendo le labbra che erano gelide ma vive.
E ci baciammo.
Ci baciammo a lungo quasi fossimo due amanti verso l'avventura, o due sopravvissuti che celebravano il semplice fatto di essere ancora vivi.
Sul ponte di quella nave che odorava di sale marino e morte lenta, con il ghiaccio che danzava sulle onde e il futuro che era solo un'astrazione lontana, ci baciammo come se il mondo dovesse finire domani.
E forse lo avrebbe fatto.
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I mesi trascorsero quasi con la medesima velocità dei giorni in cui attraversammo l'Atlantico, dopo aver cambiato nave a Copenhagen su un altro mercantile che imboccò la rotta commerciale per Tilbury, un relitto galleggiante con un equipaggio di uomini che non facevano domande e occhi che non volevano vedere.
Ricordo ancora come l'Oceano Atlantico sembrava un mare polare piuttosto che un oceano temperato zonde alte come palazzi, vento che urlava continuamente, temperature che scendevano ogni giorno che passavamo più a ovest.
Come io e Anastasia apprendemmo chiacchierando con un tizio che lavorava sul mercantile da ormai diversi anni, un norvegese con la barba lunga e gli occhi di chi ha visto troppe cose, freddi venti da nord avevano iniziato a soffiare per tutto l'anno sull'oceano, tanto che spessi banchi di ghiaccio avevano iniziato a essere visti fino a latitudini di Londra e New York fino ad aprile, minacciando le rotte e costringendo i mercantili a rafforzare le chiglie delle navi.
-Il mondo sta cambiando,- aveva detto l'uomo mentre riempiva le nostre tazze di caffè nero che sapeva di catrame.
Arrivammo a Tilbury in una fredda notte in cui soffiava un po' di nevischio, neve, in Inghilterra, a Tilbury, e quando mettemmo piede sul molo per la prima volta ci guardammo attorno.
Muri di cemento. Gru immobili. Navi che dormivano nelle acque scure.
Poi ci guardammo.
Noi.
Eravamo arrivati in Inghilterra.
Anastasia mi prese il viso tra le mani, guanti di lana ruvida contro le mie guance, e accostando il viso al mio schiuse le labbra sulla mia bocca.
Mi persi nel sapore liquido di quel bacio, sale, freddo, lei e per un istante dimenticai tutto il resto.
Eravamo arrivati a destinazione.
Qualunque cosa significasse.
Tempo di pensare al futuro.
Tempo di capire cosa fosse il futuro, ormai che il passato era stato cancellato.
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