Il vento ebbe un sapore diverso quel giorno. Non era il solito vento umido e pesante che risaliva dal Reno, carico di pioggia e di quella nebbia industriale che sembrava essere diventata la seconda pelle di Nettetal. Fu un vento secco, tagliente, che sapeva di terra arida, di metallo ossidato e di qualcosa di antico.
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Era ottobre, o almeno così diceva il calendario appeso in cucina, quello con le foto patinate dei paesaggi tedeschi che nessuno di noi guardava più. Ma fuori, la natura sembrava aver smarrito il senso del tempo, o forse lo stava accelerando con una crudeltà deliberata.
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Le foglie non erano cadute con la grazia malinconica dell'autunno; furono strappate via, gialle e verdi ancora, costrette a marcire sui marciapiedi sotto i piedi frettolosi dei passanti che tenevano la testa bassa, immersi nei loro cappotti, cercando di ignorare l'orizzonte grigio che premeva contro la città.
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Decidemmo di uscire. Io e Iya. Avevamo bisogno di aria. O meglio, avevamo bisogno di spazio. L'appartamento, per quanto piccolo e accogliente fosse diventato nelle ultime settimane, iniziò a sembrarci una gabbia. Le pareti sottili lasciavano filtrare i rumori della vita degli altri – tosse, passi pesanti, televisioni accese a volume basso per risparmiare energia, e quei suoni si accumulavano nella mia testa come sedimenti, otturandomi i pensieri, rendendo difficile respirare.
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Nella fabbrica, poi, era l'opposto dello spazio. Era compressione. Era calore soffocante, rumore assordante, la pressione fisica dell'acciaio che veniva piegato, fuso, modellato in forme destinate a uccidere o a proteggere chi uccideva.
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Passavo otto ore al giorno in quel ventre metallico, e quando ne uscivo, mi sentivo schiacciato, come se il mondo esterno si fosse ristretto alle dimensioni del mio corpo indolenzito.
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Prendemmo le biciclette.
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Non erano mezzi di lusso. Erano vecchie city bike che avevamo comprato vicino alla stazione, pagandole con una frazione dello stipendio che la Rheinmetall ci versava. Soldi facili, dicevano alcuni. Soldi sporchi, pensai io. Ma soldi che ci permettevano di mangiare, di pagare l'affitto.
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Partimmo lasciando che le strade ci guidassero fuori dal centro abitato, oltre i quartieri residenziali con le loro file ordinate di case a schiera, oltre le zone industriali dove i camion militari creavano ingorghi interminabili, fino ad arrivare alla periferia est, dove la città iniziò a sfilacciarsi, dissolvendosi nella campagna.
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La strada per Kempen fu lunga e piatta. Il cielo era una lastra uniforme di grigio piombo, bassa, opprimente, che sembrava voler schiacciare la terra contro il suolo. Non c'era sole, ma nemmeno nuvole definite. Solo quella cappa diffusa che filtrava una luce malata, priva di ombre, che appiattiva ogni cosa, togliendole profondità e colore.
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Iya pedalava davanti a me. La osservai mentre pedalava, la schiena dritta sotto il giaccone a vento troppo grande per lei, i capelli scuri raccolti in una coda di cavallo disordinata che frustava l'aria ad ogni colpo di pedale. Non parlavamo. Non ce n'era bisogno. C'era una comprensione silenziosa tra noi, nata dalle notti insonni, dalle conversazioni sussurrate al buio, dalla condivisione di un trauma che ci aveva fusi insieme più di qualsiasi cerimonia nuziale.
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Sapevamo entrambi perché eravamo lì. Sapevamo che stavamo cercando qualcosa che non sapevamo nominare: una tregua, forse. O una conferma che il mondo esisteva ancora, al di là dei cancelli della fabbrica e delle sirene notturne.
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Man mano che ci allontanavamo da Nettetal, il paesaggio cambiò. Le case divennero più rade, sostituite da campi coltivati che ormai avevano raccolto tutto ciò che potevano dare. Mais secco, steli marroni che spuntavano dalla terra come dita scheletriche. Terreni arati, zolle nere e lucide di umidità, pronte per il riposo invernale. E poi, improvvisamente, la prateria.
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Non era una prateria naturale, non nel senso selvaggio e incontaminato del termine. Era terra agricola abbandonata, o forse lasciata a maggese, che si stendeva vasta e piatta tra Nettetal e Kempen, una distesa di erba alta e secca che ondeggiava al vento come un mare dorato e morto. E in lontananza, a spezzare l'orizzonte, c'erano loro.
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Le pale eoliche.
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Ce n'erano decine, forse centinaia, sparse lungo la linea dell'orizzonte come i resti di una civiltà aliena. Ma non giravano. Erano ferme. Immobilizzate. Alcune avevano le pale spezzate, pendenti verso il basso come ali rotte di uccelli giganti. Altre erano inclinate, le torri di acciaio contorte da tempeste che dovevano essere state violente, o forse da sabotaggi, o semplicemente dall'usura di anni di abbandono. Erano scheletri di ferro contro il cielo grigio, monumenti silenziosi a un'epoca in cui avevamo creduto di poter domare il vento, di poter trasformare l'aria in energia pulita e infinita. Ora erano solo rottami. Ruggine e silenzio.
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Rallentammo, lasciando che le ruote delle biciclette affondassero nell'erba alta ai bordi della strada sterrata che costeggiava la prateria. Il terreno era irregolare, pieno di buche e sassi, e le bici sobbalzarono, trasmettendo vibrazioni sgradevoli attraverso il manubrio fino alle mie braccia intorpidite.
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— Andiamo laggiù. — disse Iya, indicando con un cenno del capo un punto più interno alla prateria, dove l'erba sembrava formare una piccola conca naturale, protetta dal vento.
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Annuii. Scendemmo dalle biciclette e le lasciammo cadere sull'erba, senza preoccuparci di appoggiarle con cura. In quel momento, la cura per gli oggetti materiali sembrò un lusso ridicolo, una reliquia di un mondo che non esisteva più. Camminammo a piedi, affondando fino alle caviglie nell'erba secca che frusciava sotto i nostri scarponi, un suono secco e fragile, come ossa che si spezzano.
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Quando arrivammo alla conca, ci sedemmo. L'erba era alta abbastanza da nasconderci completamente se ci fossimo sdraiati, creando un piccolo mondo privato, isolato dal resto del paesaggio. Ci sedemmo schiena contro schiena, o forse fianco a fianco, non ricordo esattamente.
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Ricordo solo la sensazione dell'erba secca che pungeva attraverso i pantaloni, il vento freddo che ci colpiva il viso, e la vastità del cielo sopra di noi.
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Per un po', non facemmo nulla. Respirammo solo. Inspirammo quell'aria fredda e secca, che sapeva di polvere e di lontano. Chiusi gli occhi e ascoltai il vento. Fischiava tra le lame d'erba, un suono basso e costante, come il respiro di un animale enorme e addormentato. In lontananza, il ronzio elettrico di una sottostazione, o forse il rumore di un'autostrada lontana, arrivava attutito, irrilevante.
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In quel momento, per la prima volta da settimane, sentii i muscoli delle spalle rilassarsi. La tensione costante, quel nodo allo stomaco che vivevo con me dalla mattina alla sera, si allentò di un millimetro. Fu poco, ma fu qualcosa.
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Poi, il telefono di Iya vibrò.
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Il suono fu brusco, violento nel silenzio della prateria. Un trillo digitale che squarciò l'atmosfera di pace precaria che avevamo costruito. Iya sussultò, come se fosse stata punta da un insetto. Tirò fuori il telefono dalla tasca del giaccone con movimenti lenti, esitanti, come se temesse ciò che avrebbe trovato sullo schermo.
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Feci lo stesso. Anche il mio telefono aveva vibrato. Una singola notifica.
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Guardai lo schermo. Il nome di Hannah brillò nella luce fioca del display.
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Non avevamo sue notizie da settimane. Gli ultimi messaggi erano stati brevi, criptici, inviati da località che cambiavano continuamente: Estonia, Lettonia, Polonia. Parole come "spostamento", "sicurezza relativa", "non cercatemi". Avevamo imparato a non rispondere, a non chiedere, a rispettare il silenzio che era diventato la sua unica protezione. Sapevamo che era con le forze dell'Unione Nordica, sapevamo che la situazione al confine orientale stava degenerando, ma i dettagli ci erano preclusi. La censura, le interruzioni delle reti, la paura di essere intercettati avevano creato un muro di silenzio tra noi e lei.
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E ora, un messaggio.
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Sbloccai il telefono. Le mani mi tremavano leggermente. Aprii il messaggio.
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Fu breve. Poche parole. Niente saluti, niente spiegazioni. Solo un ordine, o forse un avvertimento.
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«ANDATEVENE. ADESSO. LA GERMANIA NON È PIÙ SICURA.»
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Lessi le parole una volta. Due volte. Tre volte. Ogni parola sembrava pesare tonnellate.
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Il Veneto. Iya ne aveva parlato. La Repubblica del Leone. Avevamo discusso di quella possibilità molte volte, ma sempre come un'ipotesi remota, un sogno impossibile.
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Alzai lo sguardo verso Iya. Lei stava fissando il suo telefono. Il vento le scompigliava i capelli, ma lei non sembrava accorgersene.
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— Hai ricevuto...? — iniziai, ma la voce mi si spezzò in gola.
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Lei annuì, lentamente. Sollevò il telefono per mostrarmi lo schermo. Lo stesso messaggio. Identico.
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Si strinse le braccia al petto, come se avesse improvvisamente freddo, nonostante il giaccone.
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— Significa che la guerra è qui, Sasha. Significa che non abbiamo più tempo.—
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— Tempo per cosa?—
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— Per andarcene. Per lasciare la Germania.—
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Mi alzai in piedi. L'erba secca mi si attaccò ai pantaloni. Iniziai a camminare avanti e indietro nella conca, cercando di mettere ordine nei pensieri che si affollavano nella mia testa come api impazzite.
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— Andarcene dove? In Italia? Nel Veneto? — Scossi la testa. — È lontano, Iya. Molto lontano. Dobbiamo attraversare le Alpi. Dobbiamo attraversare l'Austria, o la Svizzera, o chissà quali altri confini chiusi. Con cosa? Con le biciclette?—
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— No — disse lei, alzandosi anche lei. — Con la fortuna.—
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— La fortuna non basta, Iya. La guerra blocca le strade. I controlli sono ovunque. Truppe che si spostano. Bombardamenti. Come facciamo ad arrivare in Italia?—
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— Non lo so — ammise lei. — Ma restare qui significa morire. O peggio. Significa diventare parte di questa macchina. Significa vedere la nostra città trasformarsi in un campo di battaglia. Hannah non ci manderebbe questo messaggio senza un motivo. Hannah è prudente. È cauta. Se ci dice di andare, dobbiamo andare.—
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Mi fermai. La guardai. Nei suoi occhi vidi la stessa determinazione che avevo visto quando eravamo scesi nella caldera dell'Esjufjöll. Quella luce fredda e chiara che non ammetteva dubbi.
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— E i preparativi? — chiesi. — Non possiamo partire domani. Abbiamo bisogno di tempo. Di pianificare.—
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— Abbiamo i soldi — disse lei. — Quelli che abbiamo messo da parte. Sono sufficienti per i biglietti, o per i passaggi, o per corrompere qualcuno. Abbiamo i passaporti. Abbiamo gli zaini. Possiamo prendere solo l'essenziale.—
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— E il lavoro? L'affitto?—
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— Che importa? — ribatté, con una veemenza che mi sorprese. — Che importa il lavoro? Che importa l'affitto? Stiamo parlando di sopravvivere, Sasha. Di vivere. Non di pagare le bollette.—
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Aveva ragione. Lo sapevo. Ma la mente umana è fatta di abitudini, di routine, di ancoraggi alla normalità. Lasciare tutto, improvvisamente, senza un piano dettagliato, fu terrificante. Fu come saltare nel vuoto sperando di trovare una rete sotto di sé.
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— Dobbiamo parlare — dissi. — Dobbiamo decidere cosa portare. Dove andare esattamente. Come raggiungere il Veneto. Ci sono treni? Autobus? Dobbiamo trovare una rotta sicura.—
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Iya annuì.
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— Sì. Torniamo a casa. Prepariamo tutto. Questa notte.—
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— Questa notte?—
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— Sì. Non sappiamo quanto tempo abbiamo. "Adesso", ha scritto. Non domani. Adesso.—
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Restammo in silenzio per un altro minuto, ascoltando il vento che fischiava tra le pale eoliche morte. Quel suono, prima rilassante, ora sembrò un lamento. Un presagio.
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Raccogliemmo le biciclette e tornammo indietro, pedalando più velocemente di prima, spinti da un'urgenza nuova, febbrile. Il paesaggio intorno a noi sembrò diverso ora. Le case non erano più solo case, ma potenziali trappole. Le strade non erano più vie di comunicazione, ma arterie di fuga o di invasione. Ogni auto che incrociavamo ci sembrò sospetta. Ogni persona che vedevamo poteva essere una minaccia o un alleato.
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Quando rientrammo a Nettetal, il cielo si era fatto ancora più scuro. Le nuvole erano basse, pesanti, e l'aria ebbe un odore diverso. Più umido. Più freddo.
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Entrammo in appartamento e chiudemmo la porta a chiave, come se quel semplice gesto potesse tenerci al sicuro dal mondo esterno. Ma sapevamo che non era così. La sicurezza era un'illusione. L'unica vera sicurezza era il movimento. La fuga.
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Passammo le ore successive a fare i bagagli. Non molti. Solo l'essenziale. Vestiti caldi. Documenti. I soldi nascosti sotto il pavimento. Alcuni cibi non deperibili. E la lettera. La lettera di Helena. Fu l'unica cosa che mi legava al passato, l'unica prova che ero stato felice, un tempo.
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Mentre impacchettavamo, parlammo poco. Le parole furono superflue. Ogni oggetto che prendevamo o lasciavamo era una decisione, una scelta tra il passato e il futuro, tra la memoria e la sopravvivenza.
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Iya prese il suo telefono e iniziò a cercare informazioni. Rotte ferroviarie. Orari degli autobus. Confini aperti. Chiusi. Blocchi stradali. Le notizie erano frammentarie, contraddittorie. Alcuni siti parlavano di "esercitazioni militari" al confine polacco.
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Guardai fuori dalla finestra. Era buio ormai. Le luci della città erano fioche, a causa del razionamento energetico. Solo qualche lampione funzionava, proiettando coni di luce giallastra sulla strada deserta.
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— Dobbiamo dormire — dissi. — Domani sarà una giornata lunga.—
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Iya annuì. Ma non si mosse. Rimase in piedi, a guardare fuori dalla finestra, con le braccia incrociate.
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— Sasha — disse, senza voltarsi. — Hai paura?—
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— Sì — risposi onestamente. — Ho molta paura.—
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— Anch'io. Ma ho più paura di restare.—
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Mi avvicinai a lei e la abbracciai da dietro. Appoggiai il mento sulla sua spalla. Sentivo il suo cuore battere veloce contro il mio petto.
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— Arriveremo lì — sussurrai. — Troveremo un posto dove ricominciare.—
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— Lo spero — disse lei. — Lo spero tanto.—
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Ci separammo e andammo a letto. Ma nessuno dei due dormì molto. Passammo la notte a fissare il soffitto, ad ascoltare i rumori della notte, a immaginare scenari di fuga, di pericolo, di speranza.
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E poi, successe.
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Verso le tre del mattino, un rumore leggero bussò contro i vetri della finestra. Tic. Tic. Tic.
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Mi alzai dal letto, confuso. Pensai fosse grandine. O rami. Mi avvicinai alla finestra e guardai fuori.
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Neve.
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Stava nevicando.
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Fiocchi grandi, pesanti, bianchi, che cadevano lentamente dal cielo nero, illuminati dalla luce fioca dei lampioni. Si accumulavano sul davanzale, sui tetti delle auto parcheggiate, sull'asfalto della strada.
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Rimasi immobile, a guardare. La neve in ottobre. Non era normale. Non era naturale. Fu un segno. Un segnale.
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L'inverno stava arrivando. Prima del previsto. Più presto dell'anno precedente. E sarebbe stato peggiore. Lo sapevo. Lo sentivo nelle ossa.
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La neve copriva tutto. Copriva le cicatrici della terra, le rovine, la sporcizia. Rendeva il mondo bianco, puro, silenzioso. Ma era una purezza ingannevole. Sotto quella neve, la terra era gelida. Morta. E la guerra stava arrivando, portando con sé il suo inverno di ferro e sangue.
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Svegliai Iya.
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— Guarda — le dissi, indicandole la finestra.
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Lei si alzò, assonnata, e guardò fuori. I suoi occhi si spalancarono.
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— Neve — sussurrò. — In ottobre.—
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— Sì.—
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— È un segno, Sasha. Dobbiamo partire. Domani. All'alba.—
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— Sì — dissi. — Domani.—
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Restammo lì, a guardare la neve che cadeva, coprendo Nettetal, coprendo la Germania, coprendo il nostro passato. E mentre la guardavamo, sentii una strana calma scendere su di me. La paura c'era ancora, sì. Ma c'era anche qualcos'altro. Determinazione. Speranza.
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Sapevamo cosa dovevamo fare. Sapevamo dove dovevamo andare. E sapevamo che, qualunque cosa ci aspettasse, l'avremmo affrontata insieme.
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La neve continuava a cadere, silenziosa e implacabile. E noi iniziammo a preparare i nostri zaini, pronti a lasciare tutto alle nostre spalle, pronti a correre verso il sud, verso il sole, verso la vita.
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La notte passò lenta, scandita dal ticchettio della neve contro i vetri. Alle prime luci dell'alba, il mondo era bianco. Un bianco accecante, freddo, ostile. Ma noi eravamo pronti.
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Prendemmo i nostri zaini. Chiudemmo la porta dell'appartamento per l'ultima volta. Lasciammo le chiavi sul tappetino, un gesto simbolico, inutile, ma necessario.
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Uscimmo nel corridoio silenzioso del condominio. Le scale erano buie. Le nostre scarpe risuonarono sul cemento, un eco solitario nel silenzio mattutino.
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Fuori, l'aria era gelida. Il respiro ci usciva dalla bocca in nuvole bianche. La neve scricchiolava sotto i nostri piedi.
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Camminammo verso la stazione. Verso i treni. Verso l'ignoto.
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Non ci voltammo indietro. Non potevamo. Il passato era sepolto sotto la neve. Il futuro ci aspettava, da qualche parte a sud, oltre le montagne, oltre la guerra.
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E mentre camminavamo, pensai a Hannah. Alla sua forza. Al suo coraggio. E promisi a me stesso che l'avremmo rivista. Un giorno. In un luogo sicuro. In un mondo nuovo.
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La neve continuava a cadere.
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