La stazione di Breyell era un guscio vuoto.
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Non avevo mai preso un treno da lì, non in due anni di permanenza a Nettetal. Era sempre esistita, naturalmente, come una di quelle cose che sai che ci sono ma che non usi mai, come un museo che non visiti o un ristorante di cui tutti parlano ma dove nessuno è mai andato. La conoscevo solo di nome, dai cartelli stradali, dai depliant informativi del comune, da qualche vaga indicazione che avevo ignorato senza nemmeno accorgermene. E ora eccoci lì, io e Iya, con i nostri zaini pesanti sulle spalle e i biglietti digitali fatti sui telefoni, in attesa di un treno che ci avrebbe portato lontano.
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La stazione era piccola, quasi insignificante. Un fabbricato basso di mattoni rossi con una tettoia di vetro e acciaio che non riparava dal freddo, due binari, una panchina di cemento con le gambe incrinate, un tabellone elettronico che sfarfallava mostrando orari in continuo ritardo. Non c'erano altri passeggeri, o almeno non molti. Un uomo anziano con un cappotto troppo leggero sedeva con la schiena appoggiata al muro, gli occhi chiusi, le mani incrociate sul petto come un morto in una bara. Una donna con un carrello della spesa pieno di sacchetti di plastica camminava avanti e indietro lungo il marciapiede, borbottando qualcosa in una lingua che non riconobbi. E poi noi, due islandesi travestiti da viaggiatori normali e la paura che ci rodeva lo stomaco come un acido lento.
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La neve cadeva fitta, ormai. Non più quei fiocchi grandi e leggeri della notte, ma un pulviscolo fitto e serrato, quasi fossero aghi di ghiaccio sospesi nell'aria, che si conficcavano nella pelle esposta del viso e delle mani, che si accumulavano sugli zaini e sulle spalle dei nostri cappotti formando uno strato bianco e umido che non si scrollava via del tutto.
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Il cielo era una lastra uniforme di grigio scuro, così basso che sembrava quasi toccare i tetti delle case, e l'aria aveva un odore diverso dal solito, un odore di metallo e di fumo e di qualcosa di bruciato che non riuscivo a identificare ma che mi faceva venire voglia di tossire.
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Il treno arrivò con venti minuti di ritardo. Lo sentimmo prima di vederlo: un rombo lontano che si avvicinava lentamente, come il brontolio di un temporale che si avvicina dalle montagne. Poi il fischio, acuto e lacerante, e infine la sagoma scura che emergeva dalla nebbia, con i finestrini illuminati di una luce giallastra e sporca, e la carrozzeria graffiata, coperta di scritte e di ruggine, come un animale malato che si trascinava lungo i binari con la stanchezza di chi ha viaggiato troppo e troppo a lungo.
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Salimmo senza parlare. Iya per prima, con quel passo deciso che usava quando non voleva mostrare la paura, poi io, con il cuore che batteva così forte che mi sembrava di sentirne l'eco contro le costole.
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Il vagone era quasi vuoto. Forse sei o sette persone in tutto, sparse tra i sedili di velluto consumato, con le ginocchia al petto e gli sguardi persi nel vuoto. Un uomo in uniforme militare dormiva con la testa appoggiata al finestrino, il fucile tra le gambe stretto come un amante. Una donna con un bambino in braccio lo allattava sotto una coperta di lana, lo sguardo fisso su un punto imprecisato oltre il vetro, gli occhi arrossati e gonfi come se avesse pianto per ore. E un ragazzo, forse diciassettenne, con uno zaino troppo grande per la sua schiena, che ascoltava musica con le cuffie e tamburellava dita nervose sul bracciolo, in un ritmo che non aveva melodia ma solo ansia.
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Ci sedemmo vicino a un finestrino, dalla parte opposta rispetto al militare. Posai lo zaino tra i piedi e lo strinsi con le gambe, come se potesse scappare da un momento all'altro. Iya fece lo stesso, poi si tolse i guanti e si strofinò le mani, cercando di riattivare la circolazione dopo il freddo della stazione. Le sue dita erano bianche, quasi bluastre alle punte, e quando le strinsi tra le mie erano fredde come ghiaccio, nonostante i guanti che avevo indossato durante l'attesa.
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Il treno partì con un sobbalzo che ci fece oscillare entrambi. Poi, lentamente, con un lamento stridulo dei freni che riempì l'aria come un grido animale, cominciò a muoversi, scivolando via da Breyell come un serpente che abbandona la sua pelle vecchia.
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Il paesaggio che scorreva oltre il finestrino non era bello.
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Non era mai stato bello, forse, in quella parte della Germania. Anche nei giorni di sole, anche in primavera, le campagne tra Nettetal e Düsseldorf erano piatte, anonime, fatte di campi coltivati e di capannoni industriali e di piccoli centri abitati che si assomigliavano tutti, con le loro case a schiera e i loro giardini ben curati e le loro insegne al neon che sfarfallavano di notte come lucciole malate.
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Ma sotto quel cielo grigio scuro del mattino, con la neve che cadeva fitta il paesaggio assumeva una qualità diversa.
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Era grigio. Non grigio chiaro, non grigio perla, non quelle tonalità che a volte possono sembrare eleganti o malinconiche in modo poetico. Era un grigio sporco, opaco, pesante, il grigio della cenere bagnata, il grigio di un cielo che ha pianto per giorni e giorni senza mai riuscire a pulirsi, il grigio di una coperta che non hai mai lavato e che puzza di fumo e di sudore e di tempo passato.
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La neve cadeva fitta, e si accumulava rapidamente sui campi, sui tetti delle case, sui fili dell'alta tensione che attraversavano la campagna come ragnatele di metallo.
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Le case che vedevamo erano chiuse. Le finestre buie. I giardini vuoti. In qualche cortile, un'auto coperta da un telo, o una bicicletta abbandonata nella neve, o una sedia di plastica rovesciata dal vento. Non si vedevano persone. Nessuno camminava per strada, nessuno usciva di casa, nessuno salutava il treno che passava con quel fischio lungo e malinconico. Era come se il mondo si fosse ritirato dentro i suoi gusci, in attesa di qualcosa, di un pericolo imminente, di una minaccia che non avevamo ancora imparato a nominare ma che tutti sentivano nell'aria come il profumo dell'ozono prima di un temporale.
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A un tratto, Iya parlò.
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— Il giorno prima stavamo seduti sull'erba.— disse. La sua voce era bassa, quasi un sussurro, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirla. — E ora siamo su un treno. Di nuovo. A scappare. Da un posto che credevamo potesse diventare una casa. — Fece una pausa, poi aggiunse: — Quante volte abbiamo cambiato casa, Sasha? Tre? Ho perso il conto.—
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La guardai. Aveva il viso quasi premuto contro il vetro, il respiro che ne appannava la superficie formando un alone di vapore che si allargava e si restringeva come un polmone che respira. I suoi occhi erano fissi sul paesaggio che scorreva fuori, ma non sembrava vederlo. Guardava qualcos'altro. Il passato, forse. O il futuro. O quel punto incerto a metà strada tra i due, dove i ricordi e le speranze si confondono in una massa indistinta che non ha forma né colore.
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— Tre.— risposi. — Se contiamo anche l'Islanda come punto di partenza. Prima Jökulsárlón, poi Bergen, poi Nettetal. E ora chissà dove. — Scossi la testa. — Forse è destino. Forse siamo condannati a spostarci sempre, a non avere mai una casa vera, a vivere come nomadi in un mondo che non vuole più nessuno.
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— Non ci credo al destino, — disse lei, senza distogliere lo sguardo dal finestrino. — Non più. Il destino sarebbe stato restare in Islanda, crescere, invecchiare, morire nello stesso posto dove siamo nati. Invece siamo stati sradicati. Siamo stati costretti a muoverci, a cambiare, a diventare qualcos'altro. Il destino non c'entra niente. È solo... la vita. O quello che ne resta.—
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Non risposi subito. Le parole si formarono nella mia testa ma non riuscirono a uscire, bloccate da qualche parte tra la gola e la bocca, come se avessero paura di essere pronunciate. Alla fine, però, uscirono lo stesso, in un sussurro che sembrava più un lamento che una frase compiuta.
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— Pensi che finirà mai? Questa storia? Questa fuga continua? Questo vivere di valigia in valigia, di casa in casa, di ansia in ansia? — La guardai. — Pensi che un giorno troveremo un posto dove fermarci davvero? Dove smettere di avere paura?—
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Iya si voltò verso di me. Per un lungo momento, i nostri occhi si incontrarono. I suoi erano stanchi, arrossati dal vento e dal pianto trattenuto, ma c'era ancora quella luce, quella determinazione silenziosa che aveva visto nella caldera dell'Esjufjöll, che aveva visto quando aveva deciso di tornare in Islanda, che aveva visto quando aveva detto "dobbiamo andarcene". Non era sparita. Era solo più nascosta, più profonda, come una radice che cresce sotto terra e che non vedi ma che sai che c'è perché la terra sopra è più fertile.
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— Non lo so, — disse. — Non lo so se finirà mai. Forse no. Forse questa è la nostra vita adesso. Muoverci sempre. Scappare sempre. Non avere mai una casa. —
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—Una volta oltre le Alpi, io farò in modo che finisca. In un modo o nell'altro. Costruirò qualcosa. Un posto dove restare. Un posto dove non dover più avere paura. Anche se dovessi costruirlo con le mie mani, pietra su pietra, giorno dopo giorno. Anche se dovessi trascinare ogni singolo mattone da qualche parte con la forza delle mie braccia.— dissi.
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— E se non bastasse? — disse. — Se anche le Alpi non bastassero? Se dovessimo scappare ancora? E ancora? All'infinito?—
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Le presi le mani. Le sue erano ancora fredde, ma la loro stretta era calda, quasi bruciante.
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— Allora scapperemo ancora. E ancora. Finché avremo gambe per camminare e fiato per respirare. Ma non smetteremo di cercare. Non ci arrenderemo. Non dopo tutto quello che abbiamo passato. Sarebbe uno spreco. Sarebbe come dire che Helena è morta per niente. Che i nostri genitori sono morti per niente. Che tutto quello che abbiamo sofferto non è servito a niente.—
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Strinsi le sue mani tra le mie. Sentivo le sue ossa sottili, il calore delle sue dita, la sua determinazione che passava attraverso la pelle e mi entrava nel sangue come una medicina amara ma necessaria.
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— Lo faremo insieme, — dissi. — Qualunque cosa succeda. Insieme.—
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— Insieme.— ripeté lei.
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E in quella parola, in quella promessa sussurrata in un vagone di treno che sferragliava attraverso un paesaggio grigio e sporco sotto un cielo grigio e scuro, mentre la neve cadeva fitta e il mondo intorno a noi sembrava crollare, trovai un barlume di quella forza che avevo visto in Iya.
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Il viaggio proseguì in un silenzio che non era più pesante come all'inizio, ma più denso, più carico di pensieri e di sensazioni che non avevamo bisogno di condividere per sentire. Di tanto in tanto, il treno rallentava passando attraverso piccoli centri abitati, le case sempre più fitte, i giardini sempre più piccoli, le strade sempre più strette. I cartelli con i nomi delle città scorrevano via veloci: Willich, Krefeld, Meerbusch. Nomi che non mi dicevano nulla, luoghi in cui non avevo mai messo piede e in cui probabilmente non avrei mai messo piede, piccoli frammenti di geografia che componevano il grande mosaico della Germania che stavamo attraversando per l'ultima volta.
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Più ci avvicinavamo a Düsseldorf, più il paesaggio cambiava. I campi lasciavano il posto alle zone industriali, con i loro capannoni grigi, i loro silos di cemento, le loro ciminiere che fumavano nel cielo basso come sigarette accese da un gigante invisibile. I cartelli pubblicitari ai lati della ferrovia erano sbiaditi, strappati, alcuni coperti da scritte incomprensibili, altri semplicemente vuoti, come se non ci fosse più nulla da vendere, nulla da pubblicizzare, nulla da desiderare.
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Le strade diventarono più larghe. Le auto più numerose, anche se molte erano ferme ai lati, coperte di neve, con i finestrini spaccati o le gomme a terra. Semafori spenti, o che lampeggiavano di un giallo intermittente come occhi malati. Incroci deserti, attraversati solo da qualche pedone incappucciato che camminava a testa bassa, senza guardare né a destra né a sinistra, come se l'unica cosa che contasse fosse arrivare a destinazione prima che facesse completamente buio.
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Poi, finalmente, Düsseldorf.
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Non la vidi arrivare. Non ci fu un momento preciso in cui il paesaggio suburbano si trasformò in paesaggio urbano, in cui le case basse lasciarono il posto ai palazzi, in cui i capannoni industriali si fecero più fitti, più alti, più minacciosi. Era più come se la città ci avesse inghiottiti senza che ce ne accorgessimo, come un animale che apre la bocca e ti risucchia dentro senza che tu possa fare nulla per fermarlo.
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Iya si avvicinò al finestrino, appoggiando la fronte sul vetro. La neve cadeva ancora, fitta, e la visibilità era ridotta a poche centinaia di metri, ma riuscivo a scorgere le sagome degli edifici che si stagliavano contro il cielo grigio come denti di una bocca enorme.
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— È proprio come me la immaginavo, — mormorò. — Fredda. Industriale. Senza anima.—
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Aveva ragione. Düsseldorf era una città di acciaio e di cemento, una città costruita per lavorare, non per vivere. I grattacieli del centro si ergevano come blocchi di vetro scuro, riflettendo la luce malata del cielo come specchi opachi, deformando le immagini invece di restituirle intatte. Le strade erano larghe, dritte, spietate, tagliate da cavalcavia e sottopassaggi che sembravano arterie di un corpo malato, e i pali della luce proiettavano cerchi di luce giallastra sulla neve bagnata, creando pozze di visibilità che si perdevano nel buio prima ancora di cominciare.
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La stazione centrale, quando la vedemmo, era un mostro di vetro e acciaio, una cattedrale laica dedicata al trasporto e alla fuga. Il tetto era una volta di travi metalliche che si incrociavano come costole di un gigantesco scheletro, e i binari si diramavano in tutte le direzioni come le dita di una mano che cerca disperatamente di afferrare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di non rimanere vuota.
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La folla era poca, ma quella poca era fatta di persone che sembravano uscite da un dipinto di un mondo apocalittico: famiglie con valigie troppo pesanti, militari in uniforme con gli occhi stanchi, anziani seduti sulle panchine con lo sguardo perso nel vuoto, giovani con le cuffie nelle orecchie che cercavano di isolarsi da una realtà che non volevano affrontare.
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Il nostro treno rallentò, poi si fermò con un gemito metallico che risuonò sotto la volta della stazione come un lamento. Le porte si aprirono con un sibilo di aria compressa, e l'odore della stazione ci investì: un odore di gasolio, di fumo, di cibo scadente venduto ai chioschi, di corpi che non si lavano da giorni, di paura e di stanchezza e di disperazione.
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Prendemmo i nostri zaini e scendemmo. I nostri passi risuonarono sul cemento della banchina, e mentre camminavo, tenendo Iya per mano, mi guardai intorno. Düsseldorf Hbf era una delle stazioni più grandi della Germania, lo sapevo, ma in quel momento sembrava più un campo profughi che un hub di trasporti.
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Le panchine erano occupate da persone che dormivano, coperte da coperte di lana e cartoni, con le loro poche cose accatastate accanto a loro come tesori in un baule immaginario.
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Giocattoli rotti, vestiti sporchi, bottiglie di plastica vuote. La vita ridotta all'essenziale, all'indispensabile, a ciò che si può portare in uno zaino o in una borsa della spesa.
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Ci fermammo sotto un orologio appeso alla volta, uno di quegli orologi antichi con le lancette nere e i numeri romani, che segnava le quattro e mezzo del pomeriggio.
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Fuori, attraverso i vetri della stazione, la neve continuava a cadere, e la città oltre era solo una sagoma sfocata di luci e ombre, di edifici che si perdevano nel buio e di strade che non portavano da nessuna parte.
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— Dobbiamo trovare il binario per Monaco.—


