Forse l'estate non era mai veramente cominciata del tutto.
Fu una transizione brusca, quasi violenta, come se qualcuno avesse girato un interruttore e il mondo fosse passato da una stagione all'altra senza le sfumature intermedie che ricordavo dall'infanzia. Le foglie ingiallirono e inziarono a cadere in anticipo rispetto a come erano abituati i tedeschi.
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Caddero nel giro di una settimana, senza nemmeno passare attraverso il rosso e l'arancione che avevo sempre associato all'autunno. Si staccavano dai rami ancora verdi, come se gli alberi avessero fretta di liberarsene, di spogliarsi prima che arrivasse qualcosa di peggio.
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L'odore dell'aria cambiò. Non era l'odore umido e terroso di settembre, quello che sapeva di pioggia leggera e di funghi e di terra bagnata. Adesso c'era qualcosa di metallico, di ferroso, come se l'atmosfera stessa si stesse ossidando. Lo sentivo ogni mattina quando uscivo di casa per andare al lavoro, quel sapore di ruggine sulla lingua che si mescolava al caffè e non se ne andava più per tutto il giorno.
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Il cielo era tornato opaco. Non grigio, non nuvoloso, ma opaco. Una lastra uniforme di un bianco sporco che filtrava la luce del sole trasformandola in un bagliore diffuso e malato. All'inizio pensai fosse una coincidenza, un fenomeno meteorologico qualunque. Poi smisi di pensarci. Non aveva importanza. Qualunque cosa stesse succedendo lassù, non potevo fermarla.
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Il lavoro in fabbrica era diventato la mia vita. Non c'era più spazio per nient'altro.
La Rheinmetall aveva introdotto il terzo turno all'inizio di settembre, un annuncio dato con una circolare affissa in bacheca e accompagnato da un aumento di paga del quindici per cento per chi si offriva volontario. Mi ero offerto volontario. Non per l'aumento, o non solo per quello, ma perché lavorare era diventato l'unico modo che avevo per non pensare. I turni erano adesso di sei ore ciascuno, quattro squadre che si alternavano senza sosta, e la fabbrica non si fermava mai. Non c'era più un'ora del giorno o della notte in cui i forni fossero spenti, in cui le presse fossero silenziose, in cui il rombo dei carrelli elevatori non facesse tremare il pavimento del capannone.
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Facevo il turno di notte adesso, dalle ventidue alle quattro del mattino, e il mio corpo non si era mai veramente abituato a quell'inversione del ritmo. Dormivo quando potevo, a pezzi, in una stanza con le tende tirate anche quando fuori c'era il sole, e mi svegliavo sempre stanco, sempre intontito, con un sapore di metallo in bocca che non sapevo se venisse dalla fabbrica o dall'aria di fuori.
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Il turno di notte aveva i suoi vantaggi. C'erano meno controlli, meno ufficiali in uniforme che giravano tra i reparti con i loro tesserini e le loro pistole d'ordinanza. Il caporeparto notturno era un uomo sulla cinquantina di nome Muller, un tedesco dell'est con una cicatrice sulla fronte e un modo di parlare che consisteva principalmente in grugniti e cenni del capo. Non faceva domande. Non controllava i disegni tecnici. Lasciava che ognuno facesse il proprio lavoro e alla fine del turno firmava i rapporti senza nemmeno guardarli.
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I miei colleghi erano in gran parte nuovi. Dei venti operai che lavoravano nel reparto fusioni quando ero arrivato ne erano rimasti forse sette. Gli altri erano spariti nel giro di una settimana, sostituiti da ragazzi più giovani o da profughi appena arrivati che parlavano un tedesco incerto e si muovevano con la goffaggine di chi non aveva mai messo piede in una fabbrica. All'inizio pensai che avessero semplicemente cambiato lavoro, che avessero trovato qualcosa di meglio da fare in una città che pullulava di nuove assunzioni. Poi scoprii la verità.
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Me lo disse Muller, una notte, durante la pausa delle due. Eravamo seduti sulle panche di metallo della stanza insonorizzata, a bere caffè annacquato dalle borracce, e lui fumava una sigaretta guardando il vuoto con gli occhi stanchi di chi aveva visto abbastanza cose da non preoccuparsi più di nasconderle.
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— Sono riservisti, — disse, senza che glielo avessi chiesto.
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— Cosa?—
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— I tuoi colleghi. Quelli che se ne sono andati. Non erano operai. Erano riservisti richiamati. Li avevano messi qui per tenerli occupati mentre aspettavano.—
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— Richiamati per cosa?—
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Muller mi guardò con un'espressione che era a metà tra la compassione e il fastidio, come se avessi fatto una domanda così stupida da non meritare risposta. Poi spense la sigaretta sul pavimento e tornò nel reparto senza dire nient'altro.
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Non ne parlai con Iya quella notte, quando tornai a casa alle quattro e mezzo del mattino e la trovai addormentata sul divano con un libro aperto sul petto. Non ne parlai la mattina dopo, quando ci svegliammo insieme e facemmo colazione in silenzio, troppo stanchi entrambi per scambiare più di poche parole. Ma la consapevolezza era lì, depositata in fondo alla mia mente come un sedimento tossico, e non se ne andava.
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La fabbrica non stava solo producendo armi. Stava aspettando.
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Il vecchio capannone industriale sulla strada per il centro di Nettetal era stato convertito nella terza settimana di settembre. Lo vidi una mattina, tornando dal turno di notte, mentre prendevo una strada diversa dal solito per evitare un ingorgo di autocarri militari. C'erano operai dappertutto, con tute arancioni e caschi gialli, che saldavano e imbullonavano e trasportavano materiali. Il cartello all'ingresso, ancora coperto da un telo di plastica, lasciava intravedere la scritta: «Produzione Mezzi Cingolati da Neve e Trasporto Blindato».
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Mi fermai a guardare per qualche minuto, appoggiato al manubrio della bicicletta che avevo comprato usata per risparmiare sul trasporto. Non sapevo perché mi fossi fermato. Forse era il bisogno di vedere con i miei occhi quello che stava succedendo, di toccare con mano la realtà che tutti davano per scontata ma di cui nessuno parlava ad alta voce. Il clima e la guerra si stavano saldando in una sola economia, in un solo destino, e quel capannone ne era la prova. Mezzi cingolati da neve. Non carri armati, non obici. Mezzi per muoversi sulla neve. Per combattere in condizioni che fino a pochi anni prima non avevano nemmeno immaginato. Condizioni che adesso erano normali.
La grande stagione delle tempeste stava per arrivare, e la Germania si stava preparando ad affrontarla con i cingoli e l'acciaio.
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Fu Iya a parlarmi per la prima volta della Repubblica del Leone.
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Era una sera, una delle poche sere in cui i nostri turni coincidevano e potevamo cenare insieme. Fuori pioveva, una pioggia sottile e insistente che durava da due giorni e che aveva trasformato le strade in rivoli di fango grigio. Dentro, il nostro appartamento era riscaldato quel tanto che bastava per non vedere il fiato condensarsi nell'aria, e il rumore della pioggia contro i vetri faceva da sottofondo alla nostra conversazione.
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— Ne hai mai sentito parlare? — mi chiese, seduta dall'altra parte del tavolo con una tazza di tè tra le mani. Portava i capelli raccolti in una coda bassa e indossava un maglione blu.
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— No. Che cos'è?—
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— Uno dei miei colleghi alla fattoria me l'ha raccontata. È una nazione che non fa parte di nessuna alleanza, non è mai entrata in guerra. È a sud, molto a sud, oltre le Alpi.—
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— Se è così ricca e produttiva, qualcuno ci avrà già messo le mani sopra.—
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— Forse perché è troppo lontana. O forse perché ha qualcosa che la protegge. O forse perché la gente che ci vive ha sempre tenuto un profilo basso, fuori dai giochi delle grandi potenze. Una specie di Svizzera del sud. Diceva che se le cose si mettono male, lui e la sua famiglia cercheranno di arrivarci.—
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— E come pensa di arrivarci? Con una guerra in corso e le frontiere chiuse?—
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Iya scrollò le spalle.
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— Non lo so. Ma il fatto che esista mi ha fatto pensare.—
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— Pensare a cosa?—
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— Che forse c'è ancora un posto al mondo dove le cose potrebbero funzionare. Dove la gente vive invece di sopravvivere.—
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Non risposi subito. C'era qualcosa nella sua voce, una nota di speranza che non le sentivo da molto tempo, e che mi fece male proprio perché era così fragile, così precaria. Come un fiore che spunta in un campo minato. Non osai calpestarlo, ma non riuscii nemmeno a condividerlo.
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— La gente ha bisogno di credere che esista un posto migliore, anche se non è vero.—
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— Forse, — disse lei, e bevve un sorso di caffè. — Ma forse no.—
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Non ne parlammo più quella sera, ma il nome mi rimase in testa. La Repubblica del Leone. Un nome che sapeva di antico, di radici profonde. Mi chiesi se Iya ci stava pensando nello stesso modo in cui ci pensavo io: come a una possibilità. Come a una via di fuga.
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La pioggia di ghiaccio arrivò il ventitré settembre.
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Non fu una grandinata normale. Le grandinate normali erano chicchi di ghiaccio duri e compatti, grandi come biglie o al massimo come noci, che rimbalzavano sui tetti e sulle auto con un rumore secco e metallico. Questa era diversa. Questa era fatta di chicchi grandi come polistirolo da imballaggio, bianchi e opachi e leggeri, che rimbalzavano al suolo con un tonfo sordo, come palline di neve bagnata. Era un ibrido, un incrocio innaturale tra neve e grandine, una cosa che non avevo mai visto prima e che non avrei saputo come chiamare.
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Cominciò nel pomeriggio, mentre stavo dormendo dopo il turno di notte. Venni svegliato dal rumore, un crepitio fitto e irregolare contro le persiane che mi fece alzare dal letto con il cuore in gola, convinto per un istante che fossero spari. Quando aprii la finestra e vidi quello che stava cadendo dal cielo, rimasi immobile per diversi secondi, incapace di elaborare ciò a cui stavo assistendo.
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Non era neve. Non era grandine. Era qualcosa di intermedio, qualcosa che non apparteneva a nessuna categoria conosciuta. I chicchi si accumulavano sul davanzale formando uno strato bianco e spugnoso, e quando ne presi uno in mano si sbriciolò come polistirolo bagnato, lasciandomi sulle dita una poltiglia fredda che sapeva di pioggia e di qualcosa di leggermente acido.
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Il temporale durò quasi un'ora. Quando finì, le strade erano coperte da uno strato di ghiaccio granuloso spesso diversi centimetri, che scricchiolava sotto i piedi come neve vecchia e che non si sciolse nemmeno quando uscì il sole.
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Rimase lì per ore, una crosta bianca e anomala che trasformava Nettetal in un paesaggio lunare, e quando finalmente cominciò a sciogliersi, verso sera, lasciò dietro di sé pozzanghere di un'acqua lattiginosa che non rifletteva la luce del tramonto ma la assorbiva, come se fosse opaca.
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Nessuno in fabbrica parlò della pioggia di ghiaccio. Non era il tipo di cosa di cui si parlava in fabbrica, dove le conversazioni erano ridotte all'essenziale e l'essenziale era il lavoro, il turno, la paga, la sopravvivenza. Ma la vidi negli occhi dei miei colleghi, quella consapevolezza silenziosa che qualcosa stava cambiando, che il mondo stava diventando ogni giorno un po' più estraneo, un po' più ostile, un po' più alieno. La stessa consapevolezza che avevo visto negli occhi degli islandesi quando l'Esjufjöll aveva cominciato a eruttare, due anni prima.
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Venne ottobre, e con ottobre vennero i primi blackout programmati.
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Non erano blackout di emergenza, come quelli che avevamo vissuto a Bergen durante l'inverno precedente. Erano blackout annunciati, calendarizzati, comunicati con avvisi affissi nell'androne del nostro caseggiato e pubblicati sui siti della Federazione Tedesca con tabelle e orari e codici postali. Erano blackout organizzati, gestiti con efficienza tedesca, e proprio per questo erano più inquietanti di qualsiasi emergenza improvvisa.
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Il nostro quartiere rimaneva senza elettricità dalle diciotto alle ventidue, quattro ore ogni sera, quattro ore in cui l'unica fonte di luce e di calore era il caminetto che avevamo smesso di usare a primavera e che avevamo dovuto rimettere in funzione in fretta, con la legna che avevamo accumulato nei mesi estivi e che adesso consumavamo con la parsimonia di chi sa che l'inverno è ancora lontano.
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Non eravamo soli. Tutta Nettetal era al buio, e dalle finestre del nostro appartamento vedevo le sagome scure degli edifici circostanti, interrotte solo da qualche fioca luce a candela, come se la città fosse tornata indietro di un secolo. I lampioni erano spenti. I semafori erano spenti. Le insegne dei negozi erano spente. L'unica luce veniva dai fari dei veicoli militari che pattugliavano le strade, proiettando coni di luce bianca e fredda sulle facciate dei palazzi e sui marciapiedi deserti.
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Durante quei blackout, io e Iya restavamo seduti sul divano avvolti in coperte e a parlare di cose che non avevamo mai parlato prima. Non erano conversazioni facili. Erano conversazioni che scavavano nel passato, nel presente, nel futuro. Erano conversazioni che ci costringevano a guardare in faccia tutto ciò che avevamo cercato di ignorare per mesi: la paura, l'incertezza, la sensazione crescente che il nostro tempo a Nettetal stesse per scadere.
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— Non voglio passare un altro inverno qui. — disse Iya una di quelle sere.
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Era la terza settimana di blackout. Fuori, una pioggia sottile e gelida batteva contro i vetri, e il termometro digitale che avevo attaccato alla finestra segnava dieci gradi sopra lo zero.
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— E dove vorresti andare? — le chiesi, anche se sapevo già la risposta.
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Lei esitò.
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— Non lo so. Da qualche parte dove non ci sia la guerra. Dove non ci siano le fabbriche di armi. Dove non ci siano i blackout e le sirene e la pioggia di ghiaccio.—
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— Non esiste un posto così. Non più.—
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— Forse no. Ma forse vale la pena cercarlo lo stesso.—
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Non risposi. Pensai alla Repubblica del Leone, a quel nome che Iya aveva pronunciato solo una volta e che non avevamo più menzionato, come se fosse un sortilegio che poteva spezzarsi se evocato troppo spesso. Mi chiesi se ci stava pensando anche lei in quel momento, se anche lei stava immaginando un viaggio verso sud, verso un luogo che forse esisteva veramente, che aveva resistito alla catastrofe e alla guerra e che adesso rappresentava l'ultima speranza di un mondo che stava morendo.
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La scuola elementare di Nettetal venne riconvertita in un centro logistico la seconda settimana di ottobre.
Era un edificio di mattoni rossi con il tetto a spiovente e un cortile con le giostre per i bambini, lo stesso tipo di scuola che avrei potuto frequentare io da piccolo se fossi nato in Germania invece che in Islanda. Adesso il cortile era pieno di container metallici e di autocarri parcheggiati in fila, e le aule erano state svuotate dei banchi e riempite di scatoloni e di apparecchiature elettroniche. Le giostre erano state smontate e accatastate in un angolo, come scheletri di un'epoca finita.
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Ci passai davanti una mattina, tornando dal turno di notte, e mi fermai a guardare oltre la recinzione. C'erano soldati dappertutto, con le uniformi della Federazione Tedesca, che caricavano e scaricavano casse di legno dagli autocarri. Uno di loro mi vide e mi fece un cenno con la mano, un gesto che poteva significare «vattene» o «non ti preoccupare», a seconda di come lo interpretavi. Scelsi la seconda interpretazione e tirai dritto.
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Non era l'unica scuola ad aver subito quella trasformazione. Tutte le scuole di Nettetal erano state chiuse all'inizio di ottobre, con un comunicato del Comune che parlava di «sospensione temporanea delle attività didattiche per motivi organizzativi». I bambini erano stati rimandati a casa, e le loro aule erano diventate alloggi temporanei per i soldati di passaggio, o centri logistici, o magazzini per le derrate alimentari. Nessuno protestava. Nessuno faceva domande. La città aveva accettato quel cambiamento con la stessa rassegnazione con cui aveva accettato i blackout e le sirene e la pioggia di ghiaccio, come se fosse una cosa inevitabile, come se fosse una cosa normale.
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Era questa la cosa che mi spaventava di più. Non la guerra in sé, non la minaccia di un'invasione, non il lavoro in fabbrica o i blackout o il freddo che si avvicinava. Era la normalità con cui tutto questo veniva accolto. La facilità con cui la gente si adattava all'inaccettabile. La velocità con cui l'eccezione diventava regola, l'emergenza diventava routine, l'orrore diventava quotidianità.
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Forse era così che moriva una civiltà, pensai quella mattina, pedalando verso casa sotto il cielo opaco di ottobre. Non con un'esplosione, non con un collasso improvviso, ma con una lenta, metodica, implacabile normalizzazione dell'anormale. Con la trasformazione delle scuole in caserme. Con la pioggia di ghiaccio che diventava un fenomeno meteorologico come un altro. Con le sirene nella notte che non facevano più sobbalzare nessuno.
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Mi chiesi se ero diverso da quella gente, se io e Iya eravamo diversi. Avevamo visto la lava seppellire la nostra città. Avevamo camminato sul fondo di una caldera in fiamme. Avevamo perso tutto quello che si poteva perdere. Eppure eravamo ancora lì, a Nettetal, a lavorare e a dormire e a mangiare e a parlare del tempo, come se niente fosse successo. Come se tutto quello che avevamo passato fosse solo un brutto sogno da dimenticare.
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Ma non lo era. Non lo sarebbe mai stato.
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Lo capii quella notte, mentre ero in fabbrica, durante la pausa delle due. Ero seduto sulla panca di metallo della stanza insonorizzata, con la schiena appoggiata alla parete e gli occhi chiusi per cercare di riposare qualche minuto prima di tornare al lavoro, quando sentii una voce che non riconoscevo.
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— Sei islandese?—
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Aprii gli occhi. Davanti a me c'era un ragazzo che non avevo mai visto prima, un nuovo assunto probabilmente, con i capelli biondi tagliati corti e gli occhi azzurri e un'espressione che era insieme curiosa e guardinga. Indossava la tuta grigia della Rheinmetall e aveva le mani sporche di grasso, come se avesse passato le ultime ore a trafficare con i macchinari.
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— Sì, — risposi. — Perché?—
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— Ho riconosciuto l'accento. Anch'io lo sono. O almeno lo ero.—
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Mi drizzai sulla panca, improvvisamente vigile. Erano due anni che non incontravo un altro islandese. Due anni da quando ero stato smistato in Norvegia, poi in Germania, insieme a migliaia di altri profughi che si erano dispersi in tutta Europa come semi portati dal vento.
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— Di dove sei? — gli chiesi.
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— Reykjavík. Me ne sono andato durante l'evacuazione. Ho passato un anno in Danimarca, poi sono venuto qui. E tu?—
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— Jökulsárlón.—
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Il ragazzo sgranò gli occhi.
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— Jökulsárlón? Quella che è stata sepolta dalla lava?—
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— Sì.—
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— Cazzo. E sei ancora vivo?—
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— Sì.—
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Non dissi altro. Non avevo voglia di raccontare la mia storia a uno sconosciuto, non in quel momento, non in quel posto. Ma lui sembrava non accorgersene, o forse non gli importava. Si sedette sulla panca accanto a me e cominciò a parlare, un flusso di parole che uscivano dalla sua bocca come se fossero state trattenute per troppo tempo e avessero finalmente trovato una valvola di sfogo.
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— Sai cosa sta succedendo in Estonia? — mi chiese.
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— So che ci sono tensioni. La Grande Russia sta premendo sul confine.—
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— Non sono tensioni. È già cominciata. L'Unione Baltica ha chiesto aiuto alla Federazione Tedesca, e la Federazione Tedesca ha risposto mandando truppe. Mio fratello è lì. Era un riservista, come quelli che lavoravano qui fino a due settimane fa. L'hanno richiamato a settembre e adesso è sul fronte baltico, in una trincea di fango, ad aspettare che i russi attraversino il confine.—
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— Come fai a saperlo?—
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— Perché mi ha scritto. Una lettera, non un messaggio. Dice che le comunicazioni sono bloccate, che non possono usare i cellulari perché i russi li intercettano. Dice che fa freddo, che nevica già, che il fronte è fermo ma non si sa per quanto. Dice che... — Si interruppe, come se le parole gli si fossero bloccate in gola. Poi riprese, con voce più bassa:
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— Dice che ha paura.—
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Non sapevo cosa rispondere. Non c'era niente da rispondere. La guerra era lì, a poche centinaia di chilometri da noi, e io stavo in una fabbrica a fondere acciaio per gli obici che forse avrebbero ucciso i russi, o forse no, forse sarebbero stati distrutti prima ancora di arrivare al fronte, e mio fratello non era in Estonia, non avevo un fratello, ma avevo Hannah, e Hannah era da qualche parte con le forze dell'Unione Nordica, e non avevo sue notizie da settimane.
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— Mi dispiace, — dissi alla fine.
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Lui scrollò le spalle.
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— Non è colpa tua. È colpa di questo cazzo di mondo. Di questa cazzo di guerra. Di tutto.—
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Si alzò e tornò nel reparto senza salutarmi. Io rimasi seduto sulla panca per qualche altro minuto, a fissare il vuoto, a pensare a Hannah, a chiedermi se era viva, se stava combattendo, se aveva paura anche lei.
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Quella notte, al mio turno, successe un incidente.
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Non fu un incidente grave, almeno non come avrebbe potuto essere. Una delle presse idrauliche del reparto fusioni si bloccò durante una colata, con lo stampo ancora pieno di acciaio fuso. Il metallo cominciò a traboccare, colando sui cavi e sulle tubature circostanti, e per qualche minuto il reparto fu un inferno di vapore e scintille e urla concitate. Keller riuscì a fermare la pressa prima che la situazione degenerasse, ma il danno era fatto. Due operai rimasero ustionati, non gravemente, ma abbastanza da dover essere portati in infermeria. La produzione si fermò per quasi due ore.
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Quando finalmente il turno finì, alle quattro del mattino, ero così stanco che mi tremavano le gambe. Uscii dalla fabbrica e l'aria fredda della notte mi colpì il viso come uno schiaffo, facendomi lacrimare gli occhi. Il cielo era coperto, come sempre, e non si vedevano stelle. Solo il bagliore diffuso dei lampioni, che disegnavano cerchi di luce giallastra sul selciato bagnato.
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Pedalai verso casa lentamente, con la testa vuota e il corpo che si muoveva per inerzia. Quando arrivai, Iya era già sveglia. Stava seduta al tavolo della cucina con una tazza di tè tra le mani, e quando mi vide entrare si alzò e mi venne incontro.
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— Sei pallido, — disse. — È successo qualcosa?—
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Le raccontai dell'incidente, del ragazzo islandese, di suo fratello in Estonia, della guerra che si stava avvicinando. Lei mi ascoltò in silenzio, senza interrompermi, e quando ebbi finito mi prese la mano e la strinse forte.
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— Dobbiamo andarcene. — disse.
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Non era una domanda. Era un'affermazione.
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— Andarcene dove?—
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— Non lo so. Ma via da qui. Prima che sia troppo tardi.—
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La guardai negli occhi. C'era quella luce che avevo visto altre volte, quella determinazione silenziosa che era la sua forza e la sua maledizione, quella capacità di prendere una decisione e di non tornare più indietro.
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— Non possiamo partire così. — dissi. — Non abbiamo un piano. Non abbiamo una destinazione. Non abbiamo i soldi per un viaggio del genere.—
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— I soldi li abbiamo, — ribatté lei. — Un po' ne abbiamo messi da parte per mesi. E una destinazione la troveremo. La Repubblica del Leone, le Faroe, non importa. Qualsiasi posto è meglio di qui.—
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— E Hannah? — chiesi. — Non possiamo andarcene senza sapere se sta bene. Senza dirle dove stiamo andando.—
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Iya esitò. Era il suo punto debole, lo sapevo. Hannah era l'unica famiglia che le restava, l'unico legame con il passato che non poteva spezzare.
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— Le scriverò, — disse alla fine. — Le lascerò un messaggio. Le dirò dove stiamo andando, se riusciamo a trovare una meta. Ma non possiamo aspettare i suoi tempi. Non possiamo restare qui solo perché Hannah non risponde ai messaggi.—
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— E se fosse in pericolo? Se avesse bisogno di noi?—
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— Se fosse in pericolo, cosa potremmo fare noi? Andare in Estonia a cercarla? Entrare in una zona di guerra con nient'altro che i nostri zaini e la nostra incoscienza?—
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Non risposi. Sapevo che aveva ragione, ma non riuscivo ad accettarlo. Non riuscivo ad accettare l'idea di abbandonare Hannah, di lasciarla sola in mezzo a una guerra che non aveva scelto, di voltarle le spalle proprio nel momento in cui avrebbe potuto avere bisogno di noi.
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— Pensiamoci, — dissi alla fine. — Non decidiamo adesso. Domani. O dopodomani. Abbiamo ancora un po' di tempo.—
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Iya non rispose. Mi guardò per un lungo momento, con un'espressione che era insieme dolce e implacabile, poi annuì.
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— D'accordo. Pensiamoci.—
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Ma sapevamo entrambi che il tempo stava finendo.
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Fuori, la pioggia aveva ripreso a cadere. Una pioggia sottile e gelida, che batteva contro i vetri della finestra con un ticchettio regolare. In lontananza, spinto dal vento che soffiava da est, si sentiva il rombo attutito di un tuono. Forse era solo un temporale. Forse era qualcos'altro.
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Restammo seduti al tavolo della cucina, mano nella mano, ad ascoltare la pioggia che scendeva e il tuono che si avvicinava e il silenzio che riempiva lo spazio tra di noi come una presenza invisibile.
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Domani sarebbe stato un altro giorno. Un altro turno. Un'altra notte. Ma qualcosa era cambiato, qualcosa di definitivo e di irreversibile, e lo sentivamo entrambi. La decisione era già stata presa, anche se non l'avevamo ancora detta ad alta voce. Era lì, sospesa nell'aria della cucina, in attesa del momento giusto per essere pronunciata.
E quel momento sarebbe arrivato presto. Molto presto.
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